Antiautoritarismo, Contributi Critici, Culture, R-Esistenze

DULCIS IN FUNDO – L’Intersezionalità ai tempi dello specialismo

di Monica Scafati

La verità è che ognuno parla da solo, o a una platea scarna, perché ognuno ritiene di potersi esprimere senza avere minimo conto di quanto hanno detto gli altri. Ogni esternazione risulta in questo modo autoreferenziale, e non c’è modo di produrre discorso. I fattori possono essere molti, e lo sono di fatto. Mi interesserebbe attardarmi a prenderli in esame, ma se ci si permette di soffermarsi in qualche dove prima di arrivare al punto si è già cestinati. La questione è il punto, non ciò che tra punto e punto si inscrive, nonostante la brevità sia diventata un problema, che lo si ammetta o no. La brevità, prodotto necessario della velocità, della concitazione, e soprattutto -magari paradossalmente- dell’abbondanza.
Ognuno dice, scrive, si esprime, e si attesta in uno spazio che può esser piccolo, grande, o variabile, e in quello spazio proprio detiene ragione e verità. Il mondo è tutto in rete, tutto e tutti in un paio di click.

La cronaca in tempo reale di qualunque cosa accada è la conquista della liberalizzazione dell’informazione, quanto basta per definirla diffusa, accessibile, appropriata. E gli corriamo dietro con movenze schizofreniche rimbalzando da un evento all’altro, ognuno col suo focus, il suo punto. Quel punto a cui arrivare in fretta, senza divagazioni, senza ritardo. Così, mentre si declama l’intersezionalità, o la trasversalità se preferiamo un termine più approssimativo e scolastico, produciamo al contrario settorializzazione.

Ognuno sceglie il suo argomento e lo sviluppa secondo i criteri della stesura monografia. Basta pochissimo ad andar fuori tema. L’argomentare viene meno e la riflessione è già prolissità ingiustificata. Si parla per sententiae, ed ogni aspetto di ogni questione è poi buttato nel calderone di una pluralità di ingredienti che non si miscelano. Ognuno è monotematico e iper specializzato, oberato a rincorrere velocemente gli eventi in cui rintraccia modo e luogo per i suoi discorsi che quotidianamente devono riferirsi al fatto nuovo e raccontare quello senza diluirsi con altro. Raccontare è più importante che capire, come se ognuno in questo tempo presente stesse contribuendo a costituire un archivio da lasciare ai posteri. Una raccolta di materiali per intuizioni e deduzioni da collocare in un tempo futuro. È bizzarro a parer mio, perché a me sembra la modalità di un autoannullamento. Ho l’impressione che manchi la prospettiva del farsi carico della complessità, e non comprendo il perché. L’onniscienza non è facoltà dell’umano, d’accordo, ma lo stesso sistema sinaptico ci dimostra che l’interconnessione è la modalità dello sviluppo delle facoltà cognitive. Non capisco se si dia per scontato che tutti conoscano, o se davvero si pretende che ciascuno possa e debba inserire quanto di nuovo gli si prospetta entro un insieme coerente di elementi senza aver precedentemente operato la sistematizzazione di un orizzonte significativo. Non credo si possa mettere in discussione l’imprescindibilità del “senso”, e dunque mi chiedo quanto valore, qualità intellettuale e utilità sociale possa questo rivendicare laddove fosse eccessivamente misero, superficiale, parziale.

Mi stupisco dell’immediatezza con cui in molti si palesa quella sintesi che potremmo denominare giudizio, perché o è rapidissima risoluzione del dubbio, o è assenza di insorgenza del dubbio.

Certo è che i conti si fanno più in fretta se i dati sono pochi.

Negli ultimi mesi ho scritto molto. In generale scrivo di varie cose, ma la settorializzazione produce particolari effetti di lettura. Tanto che anche adesso mentre scrivo, mi sento condizionata dal pensiero di quali saranno le persone con cui condividerò questo testo. Si perché pur sapendo qual è il punto a cui voglio arrivare, non sono meno interessata alla strada che ad esso conduce, e sono ormai consapevole del fatto che questa faccenda della “strada” è un meta-argomento che si fa punto a sua volta.

Il punto a cui voglio arrivare è che le persone stanno praticando in massa una modalità del conoscere disfunzionale, che produce effetti opposti a quelli cercati, e che -sempre per essere breve- sta determinando la regressione intellettuale dei singoli e quella collettiva delle comunità. Poi penso che per sentenziare una cosa così abnorme ed essere non dico credibile ma quantomeno presa in considerazione, devo senz’altro argomentare la mia tesi. Ma l’argomentazione è quella “strada” di cui dicevo prima, e pone un problema importante. Essendo la comunicazione impostata su paradigmi contemporanei distanti ormai da Hegel anni luce, la sostanza dialettica del ragionare sgomita tra le righe contrite di una lettura che con difficoltà si protrae oltre le mille battute, e perfino tra i minuti cronometrati di un intervento audio-video.

La brevità in fondo è riduzione del tempo, che sappiamo essere inscindibilmente legato allo spazio, e pur volendo raccontare come virtuosa la capacità di pervenire all’essenziale, temo che in larga misura quell’essenziale possa esser completamente tale, soltanto per chi ne ha agito il pervenire.

Tornando quindi al “settoriale”, il mio arrivare al punto argomentando a quanto pare non ha il tempo di accadere procedendo dal particolare all’universale, o meglio, non ha il tempo di accadere procedendo dalla molteplicità dei particolari all’universale. Eppure l’universale è tale proprio perché racchiude nell’essenzialità sintetica della sua stessa forma e sostanza l’eterogeneità infinita e molteplice -ma finalmente coerente- dei particolari. Il mio meta-problema è per tanto quello di dimostrare che non si dà universale possibile senza la sintesi della complessità, e che quindi, percepire come ridondanza la pluralità dei percorsi è un errore.

Faccio un esempio, raccontando per altro cosa mi ha indotto a scrivere la riflessioni di questo ennesimo e autoreferenziale delirio. Un esempio banale, per qualcuno forse già divagazione, ma in realtà a parer mio veste concreta di questioni che non vorrei fossero derubricate come pura astrazione, per spiegare in che modo i singoli fatti di cronaca -pronti ad essere scalzati in fretta dai prossimi venturi- possono agire sui meccanismi cognitivi. Io rifletto in base a come agiscono sui miei, perché di questo ho l’evidenza, ma non riesco a non farmi domande su come agiscano sui molti, e nel cercare di darmi risposte, lo ammetto, mi trovo spesso a pensare che i molti siano in grave errore.

L’esempio è questo, e sarò breve: la maestra antifascista di Torino.

Mi concedo solo due o tre righe di ricostruzione. Campagna elettorale, comizio di Casa Pound, contro manifestazione, insulti alla polizia. Questa la prima fase: l’informazione sul fatto di cronaca. Seconda fase: esternazioni relative al fatto di cronaca. Episodio indegno, vergogna, licenziamento in tronco. Terza fase: effetto prodotto dalle esternazioni. Procedimento disciplinare, sospensione dal servizio, pubblica gogna. Quarta fase: esternazioni circa gli effetti delle esternazioni sul fatto. Bene, benissimo, e ora via con il licenziamento in tronco; e il suo opposto: è un abuso di potere, una persecuzione politica, ingiusto.

Esplode il caso, e come per ogni caso che cavalca l’onda mediatica, ognuno, nel suo piccolo, grande, o variabile spazio di detenzione della verità esprime la sua. Sempre non andando oltre le mille battute o i due minuti audio-video. E così, per brevità, ognuno sceglie il cavallo di battaglia che ritiene vincente, e saltano fuori miliardi di sententiae: venti righe sull’antifascismo, venti righe sulla legalità, venti sulla gratitudine e l’ossequio dovuto alle forze dell’ordine, venti sull’educazione dei bambini, venti sul diritto del lavoro, venti sul linguaggio, venti sulla democrazia, venti sui toni della competizione elettorale, venti sulla repressione, venti sulla libertà di parola, venti di insulti alla persona, venti in difesa della categoria, venti, venti, venti…

E più cresce il numero dei soggetti che si esprimono sul fatto, più si moltiplicano -parcellizzandosi- i punti di vista, i percorsi di senso, e le ragioni brevi dei molti, progressivamente allontanando la prospettiva del fare il punto, o magari solo lasciandola ad altri.

Se poi ne nasce in qualche modo un confronto, ognuno contrappone all’altro il cavallo proprio, così che la verità ultima è di un argomento sull’altro in una mattanza degli argomenti.

Funziona così l’arena del dibattito pubblico, nessuna intersezionalità, verticalismo dei nuclei semantici per eliminazione di quelli perdenti e sistematizzazione gerarchica di quelli vincenti.

Nessuna possibilità di presa complessiva dei singoli aspetti per la formulazione di un discorso che dia conto della loro compresenza e interazione. Ma una verità ultima sulla natura e sostanza del fatto particolare, sempre che se ne riconosca ancora la possibilità e la legittimità, dovrebbe essere proprio quell’universale a cui si perviene per armonizzazione coerente degli aspetti particolari, e cioè esattamente quello che –a mio avviso inspiegabilmente- ci precludiamo nel momento stesso in cui non concediamo tempo e spazio alla presa in carico della pluralità. Potrei fare altri esempi, perché la questione che pongo è trasversale al merito degli argomenti, è una questione di approccio. E sul fare o no altri esempi torno al discorso della molteplicità dei percorsi. Perché nessuno vuole uscire dal seminato proprio.

Sulla maestra di Torino ho scritto anch’io poi una cosa. Nove pagine.
Tutte per arrivare al punto, senza neanche sondarne in fine la profondità.
Ma qual è il punto? Il punto è che nel mio testo cercavo di intessere un ragionamento organico che non trascurasse intere parti del discorso. Per dirla brevemente, rilevavo le numerose venti righe scisse, nel tentativo di renderne manifesta la reciproca intersezionalità. Ma a quanto pare questa mia urgenza è una questione privata, per quanto io mi ostini a volerne fare una questione sociale. La cosa che è accaduta al mio testo, è stata di trovare il disinteresse dei molti, che hanno invece preferito la logica del cavallo di battaglia di cui sopra. Per i lettori, ogni porzione di testo estranea al seminato del monografico interesse proprio è divagazione.

E dunque il problema è forse non tanto l’estensione del discorso, ovvero la lunghezza del testo, ma la compenetrazione di argomenti, che palesa un problema ancor più grave dell’insofferenza alla lettura, e cioè quello dell’effetto della complessità su modelli anche spesso elaborati, ma inesorabilmente uniformi. Il problema è lo specialismo, o per meglio dire, la silente convinzione che l’essere esperti in un qualche micro settore giustifichi la chiusura a riccio rispetto agli infiniti altri. Viene meno l’interdisciplinarietà, sempre per utilizzare termini ai quali ci diciamo affezionati. Il problema della “resistenza” alla prolissità lo affronto in ogni testo e lo do ormai per scontato, perché di fatto raramente in due pagine ritengo di aver esaurito o sufficientemente sviluppato un’argomentazione. È più che frequente che mi pervenga la richiesta di “sintetizzare un po’”, ma nel testo che portavo ad esempio, ho trovato l’occasione di rendermi conto che anche chi non ha difficoltà ad intraprendere lunghe letture, ha problemi di attenzione selettiva in relazione ai temi, o magari chiamare in causa l’attenzione è spinoso ed è preferibile parlare di interesse.

Talvolta il principio della “disciplina affine” viene in soccorso, e dunque chi si occupa ad esempio di migrazioni riesce a far spazio per questioni di antirazzismo, oppure chi si occupa di diritti umani riesce a far spazio alla questione migratoria, chi si occupa di memoria partigiana e antifascismo riesce ad integrare nel panorama delle sue monografie l’abuso di potere delle forze dell’ordine, chi si occupa di scuola riesce a far suo nel concetto di educazione civica la questione della legalità e della costituzione, e chi milita nei centri sociali ha a cuore la dinamica di trasversale criminalizzazione del dissenso.

Ma un testo che voglia far emergere dal fatto singolo della maestra di Torino una riflessione sull’interazione dei diversi fattori risulta antipatico, noioso, o fuori tema un po’ per tutti, perché ognuno vede come divagazione le sezioni che non riguardano in maniera specifica l’ambito di pertinenza del lettore.

Non a caso, in fine, la disponibilità a pubblicarlo è arrivata solo da un blog femminista, magari perché la vittima dei fatti è una donna, o magari, evitando di banalizzare, perché le lotte femministe sono quelle che hanno fatto dell’intersezionalità un aspetto centrale di elaborazione dei discorsi e delle rivendicazioni. Il femminismo, il cui nemico è l’assetto patriarcale della quasi totalità delle società odierne, ha compreso in fretta di non poter settorializzare la lotta in comparti atomizzati, perché deve farsi carico di una pluralità eterogenea di discriminazioni: dalla pari retribuzione a parità di incarico, all’autodeterminazione della persona femmina che non necessariamente viene al mondo per essere moglie e madre, quindi l’apposizione forzata dei ruoli, la violenza fisica sul corpo e quella psichica sull’identità, la moralizzazione dei costumi sessuali, lo stereotipo della principessa che aspetta il bacio salvifico del principe di turno, e così via per moltissime altre questioni che evito di elencare nominalmente per restare breve ed evitare di risultare pedante. Dunque il femminismo prende in carica le relazioni familiari, sociali, il lavoro, la maternità, la sessualità, i canoni di bellezza, il linguaggio, la libertà, e dovendo discutere di politica, di religione, di economia, di diritti umani, civili e individuali, e numerose altre questioni che sempre non elenco, lentamente struttura quell’approccio intersezionale che in molte altre militanze purtroppo ancora manca.

È una questione importante a parer mio.

Il femminismo, che si propone l’obiettivo di smantellare le imperanti logiche patriarcali, ovvero un articolato sistema-mondo che tutto include, proprio in forza di questa enormità ha maturato la consapevolezza che l’intersezionalità non può che essere condizione essenziale. Mentre al contrario, sempre riferendomi al testo che porto ad esempio, un antifascista non ha interesse a ragionare di come il protocollo d’intesa tra il Ministero della Pubblica Istruzione e Libera abbia poi realizzato nelle scuole una lettura militaresca della legalità. Questo interesserà forse ai colleghi insegnanti, ai quali però con elevata probabilità non interesserà di leggere e ragionare degli eventi che hanno caratterizzato le manifestazioni contro il Global Forum o il G8. Questo potrebbe invece raccogliere l’interesse dei Centri Sociali, che però magari non avranno voglia di dedicare tempo alla lettura di un testo che si apre ricordando la Rivoluzione Francese.

Eppure dovremmo poter essere tutti e tutte disposti a ragionare di cosa si prospetta se il principio di legalità si fa alfiere dell’autoritarismo anzi che della giustizia. Oppure dovremmo tutti e tutte essere disposti a ragionare di cosa significhi estromettere la politica dalle scuole, giacché poi tutti ci lamentiamo della disaffezione dei giovani alla politica, della incomprensibilità che ai loro occhi caratterizza alcune sue dinamiche, e dell’astensionismo crescente. Così come tutti dovremmo partecipare al dibattito su che tipo di persona stanno formando le scuole, se operai specializzati o cittadini.

E invece, sembrerebbe che ognuno è preoccupato e “attivato” solo da ciò che strettamente gli attiene, e che in oltre, nessuno possa dedicarsi alla genesi della questione che ha fatto propria perché già troppa è l’incombenza di correr dietro alla corsa che questa ha intrapreso verso il futuro; niente affatto preoccupati e perfino ben disposti, a sentenziare ragioni e torti di quel che in tempo reale accade pur non conoscendo il pregresso delle situazioni che si osservano; ognuno estrapolando dalla complessità dei fatti di cui è informato il particolare affine ai ranghi del proprio ragionare, e cestinando il resto.

A me sembra pericolosamente parziale, e pericolosamente affine a tutte le logiche di confine che molte militanze vorrebbero scardinare quando si impegnano per l’estensione. Dei diritti, della partecipazione, delle possibilità, della fratellanza et simili, sempre per esser breve.
In generale, sintetizzerei il concetto di ciò che alla contemporaneità manca nell’esempio nostalgico dell’intellettuale classico e rinascimentale, sperando che nessuno degli attivisti dei vari comparti disdegni di leggere quattro righe che accennino all’arte, alla letteratura, alla storia, e alla filosofia.

Dovremmo assumere una modalità più eclettica, e attraverso questa dare un senso al meticoloso e irrinunciabile apporto degli specialismi.

Paghiamo il prezzo di drammatiche frammentazioni, disgregazioni culturali e sociali, e tanto per interessare tutti o non annoiare nessuno, lo vediamo a scuola con i programmi delle varie discipline che procedono isolati e diacronici, lo vediamo nell’impostazione dei percorsi di formazione che continuano ad anticipare il momento della confluenza in ambiti specifici, ma lo vediamo anche tra attivisti ogni qualvolta non riusciamo a fare rete (come si suole dire) e a convergere compatti su questo o quello, lo vediamo nel quotidiano di chi torna a categorizzare secondo il bianco e il nero, il nativo e lo straniero, il cristiano e il musulmano, la donna e l’uomo, il ricco e il povero, l’individuo libero e l’individuo schiavo.
Perdiamo progressivamente unità, su tutti i fronti, l’uomo si scinde dalla natura, il profitto dal benessere, il diritto di parola dall’educazione all’ascolto, e siamo tutti entità nucleari.

Anche sulla maestra di Torino, procedendo per scissioni, molti di quelli che l’hanno difesa lo hanno fatto in forza del poter scindere la Lavinia lavoratrice dalla Lavinia persona, edificando apologie argomentando se fosse o non fosse in orario di lavoro, all’interno o all’esterno delle pertinenze scolastiche, in presenza o assenza dei suoi studenti bambini.
Lo trovo sconcertante.

Questo approccio scissionista perseguito in ragione di un sempre più marcato iper specialismo ha prodotto dottori completamente digiuni di storia, elettrotecnici che mai hanno incrociato la filosofia, matematici che mai hanno goduto delle gioie della letteratura, disegnatori deprivati delle competenze di scrittura. Come pure antifascisti disinteressati ai diritti dei migranti, vegani che se ne fregano del KM zero, antirazzisti che non contemplano le questioni di genere, e umanisti che si rifiutano di conoscere l’economia.

E ha perfino prodotto una certa condizione di schizofrenia in seno all’individuo stesso, che parcellizzato nella poliedricità non connessa delle sue molteplici identità, perde il concetto di centro e per conseguenza l’equilibrio. Ed ecco donne che impazziscono nel conciliare la maternità con la carriera professionale, piuttosto che la gravidanza e l’allattamento con la voglia o l’esigenza di sentirsi sessualmente attraenti, o più in generale (per rimanere breve) la libertà individuale con l’aspettativa sociale. Uomini incapaci di far convergere l’etnia, la classe sociale, l’età, l’orientamento sessuale, il credo religioso ed altre numerose direttrici identitarie, nell’unicità della persona che sono. In generale individui che non riescono ad essere questo o quello senza rinunciare a questo o quell’altro, e che poi soffrono tutta la vita le frustrazioni prodotte dall’assenza di quel che hanno escluso.

A me sembra di constatare tutto questo, e constatarlo nonostante la parola “integrazione” imperversi nei discorsi di moltissimi in riferimento ad una rosa di argomenti davvero ampia. Paradossale.

O forse semplicemente in linea con la deprivazione di senso già operata rispetto ad altre parole-concetto. Nel testo che portavo ad esempio era della parola “legalità” che ricostruivo lo snaturamento e la rinnovata semantica, e a ben guardare sono davvero molte le parole di cui abbiamo stravolto il senso.

Così tante che è ormai difficile scrivere avendo fiducia nel fatto che il lettore comprenda ogni termine nell’accezione che effettivamente chi scrive ha considerato, al punto che ci si sente costantemente costretti a continui esempi e puntigliose specifiche. Righe che per alcuni sono giustamente divagazioni superflue, che per tutti pregiudicano la pretesa brevità, ma che in buona pace di chi scrive, o più precisamente della mia, sono di fatto essenziali se poi è vero che la ex Ministra Fedeli è pronta a giustificare l’epurazione di una insegnante sotto l’egida della legalità.

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