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Come è andato il tuo 8 marzo? Il mio a parte ‘ste stronze per fortuna bene!

La prostituzione non è un lavoro“, questa è la frase che ieri, già spossata dalla giornata, ho letto al concentramento per la manifestazione serale.
Il collettivo di cui faccio parte ha costruito la giornata di ieri e mi sono sbattuta dalla mattina alla sera. Al concentramento sono arrivata con in mano una redbul e la bevo solo quando davvero non ho più forze e non posso riposare.

Ero felice, nonostante la stanchezza, il corteo serale era il momento più importante sia politicamente che per me, dovevo fare (e ho fatto) un intervento in cui per la prima volta ho parlato del lavoro che faccio.
Quando in piazza una compagna mi ha detto “guarda” e ho visto un cartello con scritto “la prostituzione non è un lavoro è il peggior sfruttamento del patriarcato” mi è salito il sangue alla testa. Ho litigato con le signore che lo tenevano, ho contestato ogni loro affermazione, ma alla fine la sola cosa che sono state in grado di dirmi è stata “tu hai il diritto di scegliere di farlo, noi di dire che cosa pensiamo!”.

Il presunto diritto di esprimersi su ogni cosa è una stronzata, se ciò che sostieni opprime delle soggettività il solo diritto che hai è quello al silenzio. Non mi dilungo su questo, lo hanno fatto molt* prima e sicuramente meglio di me (per di più ammetto di non averne voglia, ieri ci ho già perso abbastanza pazienza).

Nel mio intervento ho parlato anche del mio lavoro, dell’oppressione economica che subisco e del fatto che il sito per cui lavoro trattenga il 50% del mio guadagno. È stato forte, è stato bello, avevo intorno le mie compagne e migliaia di persone che mi hanno fatta sentire sicura, ma al tempo stesso sapevo che tra le donne in quel corteo ce ne erano alcune per cui io non mi merito i diritti di qualunque altra lavoratrice.

Per me il femminismo escludente è molto difficile da capire, lo è sempre stato, ma ciò che mi chiedo a volte è: quindi perché le donne (soggetto omogeneo in molti dei discorsi delle femministe escludenti) possano essere libere e felici io devo essere oppressa e infelice? Ma davvero? Ovviamente qui parlo di me, ma è un discorso generale.

A me non piace giocare a chi più è femminista, mi annoia e mi sembra inutile, ma nel femminismo come in tutto nella mia vita se vedo un’oppressione, che sia o meno agita verso di me, non lascio correre.
Sono stanca di dover essere la soggetta donna per come ha deciso qualcun* altr*, ho iniziato a conoscere il femminismo per imparare a essere me stessa e a scegliere per me, sicuramente non torno indietro per delle tipe qualunque.

Sono una sex worker, sono una studentessa, sono una militante ma più di ogni altra cosa davanti alle oppressioni sono una combattente, però un giorno senza me lo sarei meritata pure io cristo.

Baci baci baci
Clarissa

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Clarissa si racconta nella rubrica de L’Ombrellino Rosso. Lei scriverà quel che vive quando e come vuole. Per seguirla ecco la categoria dove raccogliamo i suoi scritti. QUI la sua presentazione.

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Comments

  1. Come ti capisco, per un giorno una vorrebbe almeno non dover affrontare quello che in linguaggio bellico si chiama “fuoco amico” Forza e coraggio non farti colpire

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