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Legalità: spazi di manovra tra giustizia e conformità

di Monica Scafati

La legalità è un concetto che prende le mosse dalla Rivoluzione Francese, e che tra alterne
vicende viene ad essere considerato in qualche maniera come sottinteso, e per tanto
lasciato il più delle volte inespresso. Passando ad analizzarlo nello spazio-tempo circoscritto
della recente storia italiana, il concetto di legalità riemerge esplicitamente nel dibattito
pubblico intorno al 1995.

Il 14 dicembre del 1994 nasceva Libera , un “cartello di associazioni contro le mafie”; sono
loro i primi a riprendere un discorso strutturato sulla legalità, e sull’educazione alla legalità
come veicolo di produzione di cittadinanza.

I primi anni ’90 sono stati segnati, nell’esperienza italiana, dai fatti scandalosi di
Tangentopoli e dalle inchieste di Mani Pulite, dagli omicidi di Falcone e Borsellino, e dalla
generale ed inoppugnabile consapevolezza, amaramente maturata, di un potere mafioso
che ramificava insinuandosi nella quotidianità dei singoli, e risalendo capillarmente la scala
sociale fino alle più alte gerarchie economiche e politiche.

Della mafia, ai giovani degli anni ’90 veniva insegnato che aveva potuto assoggettare i molti
che volenti o nolenti ne ingrossavano le file, muovendosi sul doppio canale della lusinga e
del terrore. Tanto l’omertà quanto la cooptazione venivano infatti ottenute attraverso la
profittevole corruzione o la minaccia paralizzante, in entrambi i casi irretendo i soggetti
colpiti.

Il principio di legalità era quindi imprescindibile rispetto alla urgente richiesta di giustizia di
persone e territori vittimizzati dalle mafie e non ancora rassegnati a soccombere. La legalità
doveva essere il collante di una società pronta a levarsi compatta contro il sistema mafioso,
dal pizzo del piccolo esercente, alla sudditanza di taluni politici e amministratori, alle
speculazioni imprenditoriali, alla normalizzazione di quanto detto da parte di tutti. Una
“ragion comune” a cui ogni esperienza individuale di vessazione mafiosa poteva essere
ricondotta e collettivamente presa in carico, per una modalità del denunciare che non
producesse ritorsioni su bersagli singoli e di fatto martirii, ma una comunità coesa di cittadini, un’entità in cui nessuno dovesse correre il rischio di diventare vittima di una rivendicazione di giustizia.

E da subito Libera ha prestato particolare attenzione alla definizione del concetto di legalità,
raccomandando di non fermarsi alla definizione scarna di vocabolari “stringati” in cui si
riporta come unico significato “conforme alla legge”, perché la legalità è uno strumento di
giustizia, una garanzia di eguaglianza e rispetto della dignità; legale è ciò che dà
cittadinanza a tutti e forza ai più deboli, che consente la convivenza civile e il senso di
appartenenza ad una comunità, intendendo questa non come prossimità dei singoli, ma
come comune riconoscimento di un’organizzazione sociale partecipata e condivisa.
Interpretando quindi la regola (o la legge) non come imposizione autoritaria ma come
massima sintesi delle istanze dei membri (perché in democrazia la sovranità è popolare), la
legalità è scelta libera e consapevole di un comportamento deontologico, e si innesta su un
orizzonte di reciprocità positiva e responsabile, di prosocialità.

Il significato sostanziale del concetto di legalità, era quello di una perenne tensione alla
giustizia. Una giustizia che per più di una ragione non poteva ritenere bastevole e
soddisfacente la conformità alla legge. Faccio alcuni esempi banali: se una Pubblica
Amministrazione indice una gara d’appalto e un imprenditore mafioso minaccia eventuali
concorrenti affinché non rispondano al bando, o affinché rispondano al bando proponendo
un compenso che sicuramente non si aggiudicherà il primato del massimo ribasso,
l’Amministrazione finirà col decretare vincitore l’imprenditore mafioso, attraverso una
procedura conforme alla legge ma anche priva di ogni giustizia. Se in un concorso pubblico
per esami, ad un candidato spinto dalle mafie viene consegnata anticipatamente la
soluzione delle prove, così che questo consegni quella meglio svolta, sarà vincitore
ingiustamente ma a norma di legge. E così via per innumerevoli circostanze analoghe.

La giustizia, pertanto, non necessariamente coincide con la conformità alla legge perché la
legge, a differenza del comportamento deontologico, può essere più o meno difficilmente
aggirata o manipolata o elusa, e anche -se non soprattutto- può talvolta essere di per sé
ingiusta, o per dirla in termini meno radicali, può talvolta mostrarsi incapace di garantire una
giustizia sociale diffusa. Potremmo dire che lo scopo della legge è di perseguire la giustizia,
che gradualmente accumula da questo punto di vista piccole vittorie o successi, e che nel
suo perpetuo “tendere verso” è sempre perfettibile, almeno fino al completo raggiungimento
dell’obiettivo. A conferma di questo, penso ad esempio al fatto che parallelamente a come
sono state promulgate moltissime leggi, molte di queste sono state nel tempo modificate e
o abrogate, dando prova di come la dinamica spontanea dello sviluppo sociale col suo
ripetuto insorgere di nuovi paradigmi, condizioni, problematicità e strumenti, renda le
strategie di governabilità di questi stessi circoscritte nel tempo e nello spazio,
ineludibilmente mutevoli e transitorie.

Sono attualmente in vigore leggi che in un tempo precedente non lo erano, pensiamo ad
esempio all’aborto, al divorzio, alla equiparazione dei diritti dei bambini nati dentro e fuori
dal matrimonio, alle unioni civili, all’eutanasia e molte altre. Come ugualmente, al contrario,
non sono più in vigore leggi che altri momenti lo sono state, pensiamo al proibizionismo, alle
leggi razziali, al diritto di voto per soli uomini, alla reclusione per adulterio e concubinato,
all’istituto giuridico del matrimonio riparatore e così via.

Ovviamente nel corso di questo processo di trasformazione/evoluzione sociale, sono stati
individuati degli “universali”, vale a dire quei diritti inalienabili sanciti in alcune importanti
Convenzioni e Carte, verso la garanzia dei quali ogni buon legiferare dovrebbe tendere. Le
Carte e le Convenzioni sono però da considerarsi degli “assoluti”, degli “a priori” che non
fanno riferimento a contesti concreti, che hanno bisogno di essere recepiti come atto di
indirizzo dai governi che hanno il concreto potere, tramite l’attività legislativa, di renderli linee guida per i cittadini circa i comportamenti quotidiani nelle molteplici ed eterogenee situazioni sociali.

Considerando la sola epoca recente, vale a dire quella inaugurata con il termine del secondo
conflitto mondiale, il primo fondamentale nucleo di “assoluti” da considerare è quello offerto
dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani , approvata il 10 dicembre 1948
dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (composta all’epoca da 58 Paesi membri, ed
arrivata oggi a 193).

Nel preambolo possiamo leggere che:

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’Assemblea Generale proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.”

Avendo presente quanto appena riportato, e tornando a Libera e al concetto di legalità, nel
’99 il Ministero della Pubblica Istruzione perviene alla sottoscrizione ed emanazione di un
protocollo d’intesa volto a sistematizzare l’educazione alla legalità nel panorama degli
apprendimenti scolastici. Interessante o quanto meno indicativo a tal riguardo, il ritenere che
una delle irrinunciabili strategie di apprendimento della legalità potesse essere
l’affiancamento all’educazione alla salute e soprattutto allo sport, perché l’attività sportiva e
il gioco si incardinano sul rispetto delle regole e sul sanzionamento -variabile in entità- dei
comportamenti non conformi, fino all’espulsione/esclusione. Salute e sport.
La legalità è quindi immediatamente e semplicisticamente concepita proprio in quella
accezione da vocabolario stringato da cui si voleva prendere distanza: rispetto delle regole;
conformità alla legge.

Dal 1999 in poi dunque, in Italia, l’educazione civica alla legalità ha progressivamente perso
il suo carattere di tensione alla giustizia per cristallizzarsi in una quasi militaresca
propaganda sull’osservanza dovuta all’obbligo di legge, producendo gradualmente
l’impossibilità di mettere in discussione il già “sancito”. La legalità si è quindi trasformata
nell’occasione di produrre l’accettazione acritica della legge, e l’illegittimità del dissenso e
della contestazione. E infatti, gradualmente, il concetto di legalità ha finito col produrre
illegalizzazioni plurime e stigmatizzazione delle “disobbedienze”, fino alla completa
criminalizzazione.

Contemporaneamente, la prassi di procedere inarrestabili su percorsi di legiferazione
impopolari, ha intensificato lo scontento di numerose categorie di cittadini ai quali però, per
effetto di quanto appena detto, è stata progressivamente sottratta la legittimità di opporsi, o
anche solo di reclamare partecipazione. Quasi come se in nome della conformità alla legge
fossero oggi dimenticati i percorsi di “contrattazione” per l’ottenimento di alcuni diritti ad oggi acquisiti. Dimentichi che perfino le suffragette hanno dovuto scontare con la galera la rivendicazione del diritto di voto alle donne. Dimentichi di quanti aborti clandestini sono stati effettuati prima di poter avere una legge che li consente. Dimentichi di quanti disobbedienti hanno nascosto in casa gli ebrei mentre erano in vigore le leggi razziali. Dimentichi in pratica, prima di dover elencare lotta per lotta i percorsi per il riconoscimento dei diritti, di come la minoranza di chi non si è conformato acriticamente alla legge abbia prodotto nel tempo, a caro prezzo, e soprattutto per tutti, la conquista progressiva di una maggiore dignità individuale e sociale.

Pensiamo al tema delle droghe leggere ad esempio, e a quanti in Italia, per averne fatto
consumo, hanno subito procedimenti civili e penali, la pubblica gogna, e il giudizio di merito
sulla qualità complessiva della persona. Una persona su cui altrove non si sarebbe discusso
affatto. Pensiamo a come daremo giustificazione di questo quando alla fine anche qui in
Italia, seguendo l’orientamento progressista di Paesi “esempio” perverremo alla
legalizzazione, e a che tipo di risarcimento morale e materiale si dovrebbe a chi con la
propria personale disobbedienza si è immolato per questa battaglia di libertà. Oppure
pensiamo al recente obbligo vaccinale, e alle conseguenze per chi non si conforma a quanto
esige la legge, nonostante altrove non vigano simili coercizioni.

Oppure pensiamo a chi ha favorito il desiderio di interruzione di accanimento terapeutico di malati terminali, arrestato per l’illegalità di un gesto proibito dalla legge, salvo poi l’ottenimento di una legge sul suicidio assistito. Oppure pensiamo al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a ragion veduta rinominato dai “disobbedienti” reato di solidarietà. Pensiamo alla criminalizzazione a norma di legge di chi, esprimendo nella concretezza delle proprie azioni un’ideale di giustizia che si rifà all’uguaglianza e al mutuo soccorso, viene ad essere dipinto, al contrario, come fautore dell’assalto all’ordine pubblico e alla sicurezza. Oppure pensiamo a tutti quelli che per ragioni varie hanno manifestato e protestato per esprimere la mancata rinuncia all’esercizio della sovranità popolare e al diritto democratico di partecipare, e pensiamo a cosa sono andati incontro.

Pensiamo a come il diritto di opposizione e dissenso abbia varcato le soglie del nuovo
millennio. A come l’illegalizzazione della contrarietà abbia prodotto pagine oscure della
storia recente. Proviamo a pensare al G8 di Genova (19-22 luglio 2001), e proviamo a
pensare a quanto di indegno è accaduto non come episodio sporadico, ma come culmine
di una progressiva escalation. Proviamo a ricordare la manifestazione di Napoli che lo ha
preceduto, era il 17 marzo dello stesso anno, in occasione del Global Forum. Anche in quella
occasione la violenza con cui le forze dell’ordine hanno aggredito i cittadini presenti è stata
inconcepibile. Anche lì seguirono denunce, ma poi solo magre condanne e diffuse
prescrizioni di reato. Ricordo ancora il mio personale terrore mentre innocente scappavo a
gambe levate dai manganelli che fendevano l’aria della pubblica piazza. Io, una ragazza
minorenne, un’attivista della società civile, una brava studentessa, una vice presidente di
Consulta Provinciale degli Studenti, un membro del commercio equo e solidale, una
volontaria ambientalista e animalista.

Una vegetariana che leggeva 4 giornali ogni mattina, una pacifista che esercitava il suo diritto democratico ad esprimersi. Ma evidentemente una criminale a giudicare da come venni accerchiata e inseguita. Mi salvò una troupe di giornalisti che mi raggiunse all’angolo in cui mi avevano ricacciata e che prese a fotografare e filmare. Fu un’esperienza terribile. Proviamo a pensare a come da dopo Genova ogni corteo abbia finito col subire da parte delle Questure la modifica dell’itinerario richiesto, per essere dirottato in zone prive di interesse e più congrue ad un picnic tra amici o ad una passeggiata per funghi. Pensiamo a come sia diventato di rito l’utilizzo dell’assetto antisommossa da parte degli agenti presenti, e a come questi si siano di volta in volta moltiplicati nel numero, in maniera inversamente proporzionale alle presenze dei manifestanti che progressivamente scemavano.

Pensiamo a come ad un certo punto sia stato inequivocabile il tentativo di dissuadere l’espressione del dissenso in forza della violenza. Ricordo i preparativi per Genova, e chi era deciso ad indossare mascherine e casco, non per celare l’identità ma per proteggere le vie respiratorie dai gas e il cranio da pericolose percosse. Ricordo chi proponeva imbottiture di gomma piuma sotto vestiti abbondanti, e chi in qualche modo, stando a quanto precedentemente subito, era pronto ad armarsi a sua volta per essere quantomeno in grado di non soccombere senza aver almeno provato a difendersi. Ricordo che io proposi di vestirci tutti di bianco, affinché nel contrasto nitido con i colori degli agenti, potessero essere ben visibili i colpi inferti e i loro effetti. Si perché di Napoli, molte foto o frammenti di video che mostravano aggressioni, venivano derubricate perché poco chiare, confuse, sfocate, incapaci di rendere la realtà del movimento di quel braccio o del piede, o del punto esatto di impatto del manganello, o del sangue irriconoscibile su indumenti marroni, forse semplicemente bagnati di liquidi altri, magari una coca cola. Ricordo anche che però, la mia proposta fu percepita come eccessivamente “ghandiana” a fronte degli eccessi delle forze dell’ordine pubblico, impropria al cospetto della brutalità di cui gli agenti si erano mostrati capaci.

A Genova sappiamo tutti cos’è accaduto.

A distanza di 16 anni dai fatti, la Corte Europea dei Diritti Umani condannerà l’Italia,
dichiarerà che i ricorrenti sono stati trattati come oggetti per mano del potere pubblico, che
fu tortura ciò a cui vennero sottoposti i manifestanti alla Diaz, e che vennero sospese anche
le più essenziali garanzie del diritto.

Durante questi sedici anni, però, forse proprio l’impunità ha foraggiato il reiterarsi di simili
atteggiamenti, nonché la consapevolezza dei cittadini di cosa potesse significare –in termini
di conseguenze- la scelta di scendere in piazza per manifestare.

Così, mentre il mantra della legalità riempiva di parole vane percorsi scolastici e tribune
politiche, gli si affiancava una particolare propaganda apologetica circa i doveri e i
comportamenti delle forze dell’ordine, presidio indiscusso di legalità ed espressione
massima del servizio allo Stato, fino a far coincidere completamente il concetto stesso di
legalità nella matericità del corpo in divisa. Una divisa che esegue gli ordini dell’Autorità,
un’Autorità che ordina di garantire il rispetto delle leggi che promulga, e che si rifiuta di
discutere con i cittadini del reale contributo di giustizia di queste stesse.

Mi vengono in mente, ad esempio, i numerosi feriti e contusi tra studenti e docenti delle
numerosissime manifestazioni contro le compulsive riforme della scuola degli ultimi 15 anni,
e mi vengono in mente perché probabilmente, a dispetto di quanto si vorrebbe affermare,
inveire verbalmente contro gli agenti dovrebbe essere in ordine di gravità un’azione minore.
Ad ogni modo, comunque, a passi svelti sulla strada di questa legalità che si vota
all’autoritarismo più che alla giustizia, si arriva a questa contemporaneità in cui della
millantata legalità permane solo la conformità acritica e dogmatica alla legge, e alla
inviolabilità di chi ha l’ordine e il permesso di esigerne con ogni mezzo il rispetto.
Così si arriva agli episodi che hanno caratterizzato questa ultima campagna elettorale,
segnata dalla riemersione in pompa magna di gruppi dichiaratamente inneggianti al
fascismo, e allo stato di polizia che l’autoritarismo del potere fascista porta con sé.

Per mesi si sono succedute adunate di gruppi che la Costituzione dichiara illegali,
riemersioni a mezzo candidatura politica di soggetti a cui per legge non andrebbe dedicato
spazio o diritto. Per anni abbiamo assistito all’incitamento dell’odio raziale e al
disconoscimento di quegli “assoluti” già sanciti e sottoscritti, all’aborto progressivo, diritto
per diritto, dei passaggi fondamentali di una Dichiarazione Universale che ormai, al di là di
una magra retorica, è in ultima analisi carta straccia.

In tutta Italia, numerose Amministrazioni hanno autorizzato comizi neofascisti a difesa dei
quali hanno parato agenti in assetto antisommossa con manganelli, idranti e lacrimogeni,
per dissuadere la società civile dal turbarne il sereno, pacifico, ed evidentemente a loro
avviso legittimo svolgimento. Gli antifascisti sono stati ripetutamente allontanati, respinti,
picchiati, insultati, ed in ultimo narrati come disturbatori, violenti ed eversivi.

La paradossalità di tutto questo è stata però risolta nell’assunto di base che laddove la forza
dell’ordine pubblico è presente, la legalità è presidiata e la giustizia è sovrana e pertanto, la
presenza oppositiva di chicchessia è impropria, irrispettosa, antidemocratica e illegittima.
Praticamente illegale, e l’antifascista è nella compagine dei criminali del nuovo millennio.
I fatti di Torino e le conseguenze subite dall’insegnante che ne è divenuta protagonista ci
dicono molto a riguardo, e prima di dire a questo proposito alcun che, voglio tornare a citare
un passaggio importante del preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
E’ indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare
che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e
l’oppressione
”.

Detto questo, vorrei chiedere a quanti si dicono indignati per gli irripetibili epiteti e auguri
recapitati agli agenti, e a quanti vedono in questi stessi agenti un indiscutibile concentrato
di pubbliche garanzie, se sono o meno al corrente del fatto che ogni regime è divenuto o si
è mantenuto tale in forza dell’efficacia del proprio servizio d’ordine. Eserciti e corpi di polizia
sono storicamente e statisticamente tra le migliori armi delle dittature e non a caso, molte di
queste sono proprio di tipo militare, e molti dittatori erano o sono ex generali.

Questa verità innegabile non può certo essere inficiata da genitori, consorti e figli di agenti
che vedono della divisa l’umano che la indossa, un umano capace di premure e dolcezze,
mariti e padri devoti, con i loro più genuini sentimenti, con le loro paure e fragilità. Persone
che saltano partite di calcetto, san valentini e compleanni per servire la Patria, per difendere
e soccorrere vittime di furti, rapine, stupri e violenze varie.

Si, anche io ho chiamato la Polizia quando ho avuto i ladri in casa e si, sono arrivati in mio
soccorso, e si, questo è normale, perché le forze dell’ordine sono chiamate alla difesa del
cittadino contro i criminali. Ma quando invece la Polizia interviene in difesa della volontà
dell’Autorità, che è quasi sempre legge, il criminale a cui dà la caccia è il cittadino stesso,
criminalizzato dall’aver corrisposto a queste volontà dissenso, opposizione e
disobbedienza. Gli agenti eseguono ordini, non li discutono in base alla loro umanità, ed è
per questo che chiedere ai manifestanti di considerare l’umanità dei singoli componenti di
una barricata che si para innanzi armata e in assetto anti sommossa è inumano. Non credo
che tutti i padri poliziotti, magari con mogli insegnanti e figli studenti, nella loro singolarità di
esseri umani pensanti e cittadini approvassero la legge sulla buona scuola, ma nessuno ha
osato per questo liberare un varco per l’avanzata fisica e politica delle ragioni del corteo che
la contestava. Non credo che tra tutti i poliziotti non ve ne siano alcuni figli di partigiani,
umanamente in grado di comprendere le ragioni degli antifascisti, ma nessuno si è per
questo sottratto all’ordine di azionare gli idranti contro i cittadini in protesta contro i comizi
dei nostalgici. Quello che credo, evitando di attardarmi in altri simili esempi, è che l’agente
in divisa rinuncia per dovere contrattuale a prendere umanamente in carico le ragioni di
qualsivoglia corteo, e sempre per dovere contrattuale esegue gli ordini senza interrogarsi
sulla giustizia degli stessi. Esegue.

E negli anni sono state eseguite in osservanza di questo principio azioni deplorevoli, che
raramente si sono potute imputare all’uomo-poliziotto che ne è stato l’artefice, perché
l’artefice stava sempre e semplicemente eseguendo gli ordini. E infatti le pochissime
condanne che abbiamo avuto sono state per lo più a carico dei funzionari che impartivano
gli ordini. Non a caso il poliziotto in servizio non ha nome e cognome, né il numero
identificativo a gran voce e da lungo tempo richiesto, ma la divisa e l’arma di ordinanza. La
moltitudine di agenti che forma un cordone di sicurezza non presenta ai manifestanti uomini
che umanamente si confrontano sui temi oggetto di contesa, ma una massa fisica anonima
e muta, che non interloquisce e non ragiona, che non si chiede contro chi si schiera e
perché, ma che esegue l’ordine di non far passare chi gli si para innanzi. Punto. E allora
perché si chiede ai manifestanti di vergognarsi per l’inumanità di espressioni offensive
all’indirizzo di questi? Perché si pretende il rispetto della persona verso una divisa che
annienta l’umano nell’unica funzione di scudo e salvaguardia del potere decisionale
dell’Autorità?

E perché chi si schiera con la maestra torinese deve subire l’offesa d’essere in cuor suo un
facinoroso e un violento? E in che modo il dire ad un poliziotto “mi fai schifo” dovrebbe
costituirsi come assalto ai valori democratici? Solo per lo squallido utilizzo di una retorica
perbenista io penso.

E come e quando le forze dell’ordine in armi sono diventate la forma e la sostanza dei più
alti valori umani e sociali? Mi sembra quanto meno un’esagerazione, se non una prospettiva
completamente impropria. Ma ciò nonostante, il mantra della legalità impone il rispetto
incondizionato per chi serve lo Stato, per chi compie il proprio dovere garantendo la
sicurezza dei cittadini, dicono. I cittadini. Si, ma quali? Quelli che violano la Costituzione?
Che si armano di spranghe, coltelli e pistole? Quelli che preservano la “razza” italica? Quelli
che ad ogni occasione utile rispolverano modalità da secolo scorso come ad esempio
l’apposizione di “segni particolari” sulle porte dei nemici? Quelli che si appellano al diritto
democratico di esistere e lo utilizzano per diffondere valori e principi anti-democratici?
Ma tutto questo non conta, conta il fatto che un insegnante non ha il solo compito di
trasmettere nuovi saperi e nuove competenze, ma anche quello di educare le nuove
generazioni ai valori della legalità, del rispetto reciproco, della convivenza democratica.

Questo è quel che dice la Ministra Fedeli. I valori della legalità!

Non quella di cui parlava Libera nell’ormai lontanissimo 1994, ma quella odierna di una
democrazia pre-assolutista, in cui l’unico elemento di interesse è confinato entro il perimetro
della conformità alla legge e della sudditanza alle divise che ne sono simbolo e braccio
armato. E se qualcuno non ne fosse convinto ecco pronta la lettera di una figlia di poliziotto,
che commuove l’Italia nell’immagine ansiogena di un anfibio che si allaccia, o quella di un
figlio che invita a giurare sulla tomba del padre caduto per il tricolore.

Dovete morire” grida l’insegnante. Gettando discredito sull’intera comunità scolastica e la
sua funzione formativa, sulla sua missione di presidio di cultura democratica. Interessante.
Soprattutto a fronte del fatto che sempre a partire dalla metà degli anni ’90, la scuola
descritta da Berlusconi era un covo di comunisti che attraverso l’alibi della cultura si
riproducevano come conigli nelle nuove menti di studenti quotidianamente vittime di
propaganda sovietica. E dunque il divieto tassativo di far politica nelle scuole. Un divieto che
da parole deliranti si traduce nel 2011 in vera e propria proposta di legge da parte del
deputato PDL Garagnani, lo stesso che voleva la revisione dei libri di storia perché “una
parte ideologizzata del corpo docente avvalendosi di testi ‘di parte’, presenta eventi
significativi per la storia dell’umanità’ come il cristianesimo, le crociate, la riforma protestante e la controriforma cattolica, la rivoluzione francese, il Risorgimento, il fascismo, il comunismo ed in genere le vicende del XX secolo, secondo un’ottica di parte ancorata pur con modifiche marginali ad una visione vetero – marxista della società che spesso falsifica in modo fuorviante fatti realmente accaduti ed acclarati” . Lo stesso Garagnani del “telefono spia” del 2002, spazio di segnalazione e denuncia della propaganda comunista, perché gli insegnanti nel 2001 fecero propaganda per l’Ulivo e “demonizzarono violentamente” (cito testualmente) la Casa delle Libertà.

Dunque ecco, la scuola deve educare ai valori della Costituzione e alla legalità, ma senza
assolutamente farne una questione politica.

Politica, che dal dizionario di filosofia Treccani è così definita:

L’etimo della parola, e la sua stessa struttura, racchiudono il significato della p. e mostrano il segno dell’ambito cui essa specificamente afferisce: la sfera pubblica e comune. P. deriva dall’aggettivo greco πολιτικός, a sua volta derivato da πόλις, città. Era il termine in uso per designare ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, dunque allo Stato (πόλις) e al cittadino (πολίτης). Centro e insieme oggetto della p. è la πόλις, la vita nella città e della città; τά πολιτικά è l’espressione che indica, in generale, le questioni politiche. Quasi tutte le espressioni in uso per designare le questioni pubbliche, il governo, l’amministrazione, il sistema politico sono derivate da πόλις. La città è il luogo dei «molti» (οἵ πολλοί), è anche il luogo che fa di tali molti un insieme, una «comunità» (κοινωνία). Non stupisce allora che la parola πολιτικός («politico») e la parola πόλις («città») condividano la medesima radice πολ- della parola che dice «i molti» (οἵ πολλοί).

Politica è ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, è la vita nelle città e delle
città. È coscienza collettiva e sociale direi io, e la si vuole estromettere dalla vita delle scuole.
Certo il mercato del lavoro cerca operai specializzati, non cittadini consapevoli, pertanto la
politica nelle scuole è non solo superflua ma inopportuna e probabilmente perfino dannosa.
Dunque Costituzione e legalità ma senza politica. O anche legalità e cittadinanza ma senza
Costituzione. Educazione non alla legalità come si dice, ma alla conformità alla legge, al
rispetto cieco e acritico delle regole. Alla sudditanza verso l’autorità.

E infatti a scuola non si parla più di nulla a meno che non si riesca a farlo entro i ranghi della
devozione dogmatica alle prescrizioni di governo, guardandosi bene dal manifestare
scetticismo o contrarietà, e guardandosi non bene ma benissimo dall’esternare la benché
minima forma di divergenza o opposizione. A scuola vanno educate le nuove generazioni
alla cultura della pace e dell’antirazzismo, ma senza mai proferir parola su Salvini, perché
sarebbe propaganda. A scuola va insegnata la non violenza, ma senza mai fare riferimento
alla violenza fisica e verbale di Forza Nuova e Casa Pound, perché sarebbe propaganda. A
scuola va insegnata la Costituzione, ma senza mai, e dico mai, dichiararci e dimostrarci
antifascisti, perché se i fascisti sono in corsa alle elezioni, sarebbe certamente propaganda.
La scuola deve formare i cittadini di domani, ma rigorosamente apolitici, e
straordinariamente obbedienti. Conformi alla legge.

Sono una insegnante, bevo birra, a volte urlo, e addirittura manifesto.
Metto in discussione il valore civile e morale di una democrazia i cui paladini sono anonimi
corpi armati, e mi fa schifo l’elucubrazione collettiva sull’aplomb. “Dovete morire” è il
sottofondo domenicale a cui gli ultras da decenni sottopongono l’intera Italia, e per quanto
poco cortese e forse disturbante, è solo una banale espressione goliardica priva di effettive
conseguenze per cui abbiate l’accortezza di essere obiettivi e intelligenti di tanto in tanto. E
anche di essere un po’ più antifascisti fin tanto che continuerete a riempirvi la bocca di
Costituzione e legalità.

Grazie.

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  1. […] maestra di Torino ho scritto anch’io poi una cosa. Nove pagine. Tutte per arrivare al punto, senza neanche sondarne in fine la profondità. Ma qual è il punto? Il […]

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