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Italiano, carabiniere, assassino di donne e bambine

 

Immagine tratta da Repubblica. Mettere la foto della famiglia felice quanto può essere ingiusto nei confronti delle vittime?

 

L’assassino non è un malato ma il figlio sano del patriarcato.

Dovremmo ripetere più spesso questa frase per ricordare sempre che ad uccidere non è l’etnia, la religione, ma la cultura sessista e patriarcale che appartiene a tutti gli assassini che non accettano un no come risposta.

Due bambine assassinate e la loro madre gravemente ferita da un uomo che poteva portare con se’ una pistola grazie alla professione che svolgeva. Un italiano, un carabiniere, uno di quelli che dovrebbe, secondo alcun*, difendere le donne in lotta contro la violenza di genere. I titoli sui giornali, salvo alcuni, ricordano la sofferenza di quest’uomo non in grado di superare la separazione.

Pochi parlano esclusivamente delle vittime e qui ci ritroviamo a dover precisare che la cultura del possesso legittima un comportamento maschilista e violento. Quelle figlie, colpite in nome di un “mie e di nessun altro“, bambine che hanno appreso troppo giovani sulla propria pelle che questo tipo di assassini, quelli che fanno violenza di genere, sono soprattutto familiari, ex mariti, ex fidanzati, persone che vengono dipinte come sofferenti perché non si può mettere in discussione il concetto di famiglia “naturale” che è poi il luogo in cui più che in altre situazioni si muore di morte violenta.

Sono certa che nessun commento sarà in questo caso fatto dai fascisti pronti a crocifiggere tutti gli immigrati per la violenza di alcuni tra loro. Un italiano, carabiniere, assassino, al massimo sarà giudicato un malato e anche una mela marcia, per non distruggere la reputazione del branco di uomini italici e del corpo militare di cui faceva parte.

Sarebbero questi gli uomini di quelle istituzioni cui le donne dovrebbero rivolgersi? Ma quanti sono i militari che stuprano, ricattano ottenendo prestazioni sessuali per un permesso di soggiorno, uccidono, picchiano, molestano.

Costui era uno stalker e non uno che soffriva di abbandono. La donna e le figlie soffrivano, quelle si, di una sofferenza inflitta da chi voleva essere il loro padrone.

Gli uomini che emotivamente hanno di questi problemi, in special modo se appartenenti alle forze dell’ordine, dovrebbero essere privati della possibilità di possedere un’arma da fuoco. Privati della possibilità di esercitare autoritarismo nei confronti di donne e bambini che non possono confidare in nessuna istituzione che paga lo stipendio al proprio carnefice.

Ogni rappresentante della cosiddetta legge dovrebbe obbligatoriamente seguire corsi che spiegano cosa sia la violenza di genere e come si esercita in famiglia o altrove. Ciascun rappresentante delle cosiddette forze dell’ordine dovrebbe essere educato all’antisessismo, all’anti/maschilismo. Ma come si può fare questo se le strutture militari basano il proprio operato sul testosteronico machismo?

Chi non lascia in pace le proprie ex e le proprie figlie, come ha fatto questo carnefice, va aiutato mettendo bene in chiaro che è un carnefice e che deve fermarsi prima di ammazzare donne e bambini. Nel caso in cui un uomo del genere minacciasse di compiere stragi, di fronte a colleghi e amici, si dovrebbe subito indicare l’esistenza dei centri per uomini maltrattanti.

Se invece si continua a legittimare il delitto d’onore, perché siamo ancora fermi a quel punto, coccolando la “sofferenza” del carnefice, distribuendo manciate di misoginia senza fine, poi non possiamo sorprenderci, non potete sorprendervi per le violenze, le uccisioni, le stragi familiari, compiute in nome del proprio personale egoismo. Un uomo che commette questi crimini è un infantile egocentrico il quale ritiene che le scelte altrui non possano mai essere fatte liberamente. E’ uno stupratore di corpi che ritiene di poter privare della vita chiunque gli si opponga perché di fatto non sa accettare un No.

Allora riflettiamo sul fatto che questi delitti non costituiscono l’emergenza ma derivano da una mentalità maschilista che veicolano in tanti e tante. E’ nostra precisa responsabilità lottare affinché si educhi chiunque al rispetto dei generi. Dobbiamo lottare contro stereotipi sessisti e ruoli assegnati obbligatoriamente per generi. Il caso di moglie e figlie che devono obbedire al marito violento – pena la perdita della propria vita – non è un fatto raro, non va trattato in maniera securitaria ed emergenziale, non servono nuove leggi fatte senza neppure tenere conto di quello che le donne propongono da tempo. Non ci serve che l’istituzione patriarcale riaffermi la volontà di ridurci ad ancelle da salvare quando in realtà dovrebbe darci gli strumenti per salvarci da sole.

Io ricordo il momento in cui i vicini di casa chiamavano i carabinieri sentendo le mie grida e i carabinieri davano una pacca sulle spalle al mio ex e a me atterrita chiedevano cosa fosse successo, come fosse facile dirlo o come se fosse facile semplificare. Le leggi sono cambiate, ora si prevede l’allontanamento del coniuge violento e sulla carta dovrebbero esistere abbastanza case rifugio che permettano a donne e bambine di sopravvivere al furore aggressivo di chi lamenta che gli sia stato sottratto il potere sui corpi di quelle persone che riteneva di sua proprietà.

Non lo dico a cuor leggero perché non ho alcuna fiducia nelle istituzioni che dedicano troppo tempo a reprimere dissenso nelle piazze – giacché anche loro non accettano un No – e non ho fiducia nella mentalità che coltivano e continuano a promuovere ma bisogna pretendere che i soggetti che dovrebbero aiutare le donne violentate siano istruiti, educati a rispettare l’autodeterminazione delle donne, a non supporre di poter decidere sulla pelle delle donne senza che vi sia ascolto e soprattutto una funzione preventiva. Arrivare quando donne e bambini sono morti non serve a niente. Le leggi repressive non servono a niente. Serve prevenire, disinnescare dove è necessario e la prevenzione non è un affare per militari. Questo lo so io e lo sanno tutte le donne che hanno subito e subiscono violenza.

Un pensiero per la donna ferita sperando sopravviva anche al dolore della perdita delle sue figlie. Una carezza a queste bambine morte per mano di un assassino che avrebbe dovuto anteporre la loro vita ai propri biechi interessi.

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