Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Attivismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Se una “femminista” fa la distinzione tra antifa buon* e cattiv*. Non in nostro nome!

Mi è capitato di leggere per caso un post firmato da una social “femminista” che da tempo, fin da genova g8 del 2001, gioca la carta della non-violenza non riuscendo a distinguere tra la violenza di chi opprime e la resistenza della parte oppressa. Un po’ come dire che una donna picchiata da un uomo che reagisce e si difende prendendolo a calci sui denti è “violenta” tanto quanto il suo aggressore. Come dire che la donna che prende a mazzate il suo stupratore è uguale a lui, in tutto e per tutto.

Di questa retorica si nutre la parte avversa, quella fascista, in una narrazione tossica che vorrebbe giudicare i partigiani al pari dei repubblichini di Salò. Come dire che una persona marginalizzata da leggi razziste e massacrata di botte da neofascisti che non amano gli stranieri non potrà alzare un dito per difendersi perché altrimenti sarà giudicato un uomo brutto e cattivo.

La retorica della non-violenza crea separazione tra due contesti femministi, uno para-istituzionale, tutto moine e dolcetti nei confronti delle polizie, e l’altro giustamente autonomo, autodeterminato, che non alimenta il patriarcato delle istituzioni e sa criticarne la radice culturale e le dinamiche repressive di violenza e oppressione.

Lei era Asia Ramazan Antar combattente Curda in lotta contro l’Isis uccisa in guerra in Siria

 

Ribadire la differenza tra donne “femministe” in questo contesto è fondamentale perché non troverete mai una sola parola solidale da parte di chi continua ad alimentare la divisione dei movimenti buttando giù la propria personale lista dei brutti e cattivi. E d’altro canto più volte abbiamo letto – da parte di alcune – parole di grande pregiudizio nei confronti dei centri sociali e dei compagni e le compagne che li arricchiscono, partecipano e frequentano.

Della divisione dei movimenti ovviamente non gioviamo noi, attivisti, movimentisti, antifascisti, antirazzisti e antisessisti. Chi ne trae giovamento è la parte che divide et impera in politiche di dominio, con un victim blaming selvaggio nei confronti di chi va in piazza a manifestare e subisce solo manganellate. Se non si sa distinguere tra la violenza della parte che opprime e la resistenza di chi è oppress@ direi che non si dovrebbe neppure sperare di poter parlare in nome di tutte le donne.

Le donne, le femministe, non sono tutte uguali e noi lo sappiamo benissimo. Né pensiamo di dover essere identiche in tutto e per tutto. Anzi. Ma saremmo grate se non si parlasse in nostro nome raccontando una versione che solo i fascisti revisionisti possono gradire. Può gradire solo chi in nome della moderazione marginalizza e criminalizza la resistenza senza aver sentito però l’esigenza di buttare giù due righe a proposito dei crimini terroristici commessi dai fascisti.

La violenza non è mai pari. Quando il dissenso viene criminalizzato e manganellato nelle piazze bisognerebbe preoccuparsi sul grado di democrazia esistente. Quando vengono arrestati attivisti e attiviste antifascisti bisognerebbe porsi due domande sulle istituzioni alle quali dovremmo affidarci quando parliamo di violenza di genere. Quando i fascisti revisionisti riescono a divulgare la propria narrazione tossica, fatta di criminalizzazione degli antifascisti, anche tramite chi si dice antifascista, sono loro che hanno vinto e se i fascisti vincono con la propaganda, con le loro culture del terrore, contro gli antifascisti, contro i migranti, contro chiunque non gli sia simpatico, vincono anche le elezioni, purtroppo. Ce lo insegna la storia, giacché i gerarchi fascisti arrivarono al potere con regolari elezioni e non con un colpo di Stato.

Non una parola scritta su quello che è successo al Centro Sociale Magazzino 47 di Brescia, la cui biblioteca è stata data alle fiamme dai fascisti. Non una parola sugli studenti antifascisti, adolescenti inoffensivi, che a Milano sono stati manganellati e strattonati dai militari. Quando non si capisce la differenza tra retoriche mediatiche aggiustate in funzione di chi non ama le resistenze non funzionali ad alcun partito – e i centri sociali sono tra quelli – e la realtà, quella che è facile vedere se si guarda bene, non possiamo fare a meno di vedere altri megafoni istituzionali. Megafoni della repressione. Megafoni di chi criminalizza chiunque lotti contro le oppressioni.

Un po’ come paragonare i partigiani ai fascisti. Come paragonare le polizie nelle piazze agli attivisti armati di niente. Un po’ come quando si vorrebbe tenere fuori da queste lotte le donne, immaginandole diverse, più patriarcalmente angelicate e femminili. Basterebbe solo uno sguardo per vedere quante sono le donne che scendono in piazza e buscano legnate in tante lotte di resistenza. E si, sono compagne, femministe, antisessiste, antifasciste, antirazziste, e noi siamo felici di stare in piazza con loro. Con loro e giammai con chi potrebbe un giorno, chissà perché, abituarci al gioco della criminalizzazione e della delazione contro compagni e compagne come noi.

Buona serata e buona lotta a tutt*!

Dalle lotte delle donne a Rosario, Argentina

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