Culture, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Dei riti funerari di Sicilia

Trovarsi in un pub di Dublino e parlare delle tradizioni funerarie di quella tal particolare zona siciliana come di altre zone influenzate dalla cultura greca. Io non ricordo i cori delle prefiche, le chiancimorti, ovvero le donne pagate apposta per urlare al posto dei membri della famiglia. Quel che ricordo è l’interminabile rito che iniziava con il lavaggio e vestimento della persona defunta. Da lì trascorrevano un paio di giorni con il morto in mezzo ad una stanza svuotata per l’occasione, incorniciata da molte sedie lungo le pareti. Accanto al morto c’erano le donne della famiglia. La moglie, la figlia, la sorella, la madre. Una di queste persone urlava come se non ci fosse un domani.

Il coro cantato cambiava ovviamente di morto in morto e di visitatrice/ore in visitatrice/ore. Il canto aveva il compito di fare sentire il morto, credo, felice di essere morto, perché le stonature erano allucinanti e i timpani delle donne obbligate a restare a mio avviso non ne hanno giovato per niente. “Figghiu figghiu miu, chi ti ficiru… maliditta malatia… o maliditta sfurtuna… o malidittu iddu ca fu…” e “figghiuuuuuu … chi ti ficiru figghiuuuuuuuu“, con una tonalità che partiva quasi con calma in salendo fino a note altissime che qualunque contralto avrebbe avuto difficoltà a toccare.

Il cantato ricominciava ogni qual volta una persona entrava a fare le condoglianze. Chi entrava aveva il compito di chiedere “commu fu… ma cchi ci rissiru… ma quant’era beddu…” e lì partiva il cantato che costituiva un altissimo livello di inquinamento acustico. Ovviamente chiedere cos’era successo faceva parte della pantomima perché chiunque sapeva quel che era successo. Un incidente, una malattia grave, un colpo di lupara (scherzo ma in definitiva di gente morta per faide mafiose ce n’erano ma non nella mia famiglia, né in altre di mia conoscenza).

Che altro dire? Ah, i maschi stavano fuori. Dopo aver fatto ingresso e saluto si collocavano fuori a parlare con altri, a fumare, a sorvegliare l’ingresso o non so. Nel frattempo sui muri del paese comparivano i necrologi con descrizioni affrante più o meno creative e fantasiose e con indicazioni su quando e dove si sarebbe svolto il funerale. Dopo due giorni di queste ritualità c’era il funerale. In chiesa si stava religiosamente separati. Le femmine da un lato e i maschi dall’altro. Poi seguiva l’accumpagnu, accompagnamento ovvero il corteo funebre. La bara portata a braccio dagli uomini di famiglia e le donne subito dopo, in prima fila, a inscenare il coro senza pause fino all’arrivo al cimitero.

I maschi stavano dietro le donne e il corteo non mischiava i generi manco se li avessi pagati uno ad una. Messa la bara in posizione c’era un ultimo pianto urlatissimo e poi si tornava a casa. A quel punto iniziavano i tre giorni di visitu, ovvero tre giorni in cui la gente poteva tornare o andare per la prima volta a fare le condoglianze riempiendo la stessa stanza funeraria in cui però non c’era più la bara. Se nei due giorni precedenti si tenevano la porta e la finestra aperte per fare uscire l’anima del morto, nei tre giorni successivi si teneva la porta o la finestra a filazzedda, lasciando una fessura per fare entrare un sottile filo di luce. Le vicine di casa avevano il compito di preparare da mangiare e di invogliare le parenti del defunto ad assentarsi dal visitu per andare a mangiare un boccone. In genere questo accadeva la sera tardi perché di giorno con il via vai di persone pareva brutto assentarsi anche solo per andare a fare pipì.

‘U visitu era caratterizzato da una maggiore attenzione ai dettagli rilevati sui corpi, sull’abbigliamento, il trucco, l’assenza di calze nere o di scarpe chiuse, nelle altre donne. La signora senza fazzoletto nero in testa, con il capello sistemato e un filo di rossetto era una vastasa. Se non aveva le calze nere, pur essendo in piena estate, e indossava un paio di sandali aperti sulla punta ella era definita tappinara. I sandali erano le tappine. Tappinara era un altro modo per dire zoccola. La non totale adesione alle tradizioni costituiva una sorta di sfida alla morale pubblica e le conseguenze erano chiare a tutte. Per fortuna le bambine erano dispensate da quegli obblighi e pur vestendo con colori severi l’obbligo non persisteva per secoli. Le donne parenti del defunto invece avevano un tot di tempo da misurare per calcolare la data in cui avrebbero potuto togliersi almeno il velo o il fazzoletto nero – non prima di almeno cinque o sei anni. Ho visto donne anziane velate fino alla morte. Poi la data in cui avrebbero potuto togliere quelle pesanti e nere calze di nailon e le scarpe chiuse in qualunque stagione. Immaginate il caldo di Sicilia e immaginate queste donne costrette a coprirsi interamente di abiti pesanti e neri per osservare il lutto di vedovanza o maternità derubata come tradizione comandava.

Alla mia adolescenza invece bastava affiggere un cartello con scritto “Si dispensa dalle visite” e ti risparmiavi almeno tre giorni di ritualità post funerarie. Il mondo legato ai morti dalle mie parti era impreziosito da alcune occasioni particolari. La notte prima del giorno dei morti i bambini ricevevano dei regali. I maschi potevano avere le pistole con i pallini di gomma e le femmine andavano di bambole, cucinine, and so on.

Nel giorno dei morti, lungo la via principale, c’era tutta la popolazione in corteo. Parlo di un tempo in cui le strade di alcune zone non erano neppure asfaltate e bisognava scarpinare a fatica per arrivare a destinazione. C’erano quelli che vendevano lumini e fiori. Quelle donne che si portavano dietro sedie e strumenti di pulizia. Gli uomini portavano le scale per poter raggiungere l’altezza dei cascioli, i cassetti, come chiamavano i loculi mortuari a schiera della gente povera che non poteva permettersi una tomba decorata in marmo e statue decisamente di pessimo gusto, ma tant’è.

Divertimento dei bambini era quello di sparare sui culi delle bambine e le ragazzine usavano le vie del cimitero per il passìo, il passeggio che serviva unicamente a farsi notare da ragazzi anch’essi impegnati in quella piacevole attività. Personalmente con le mie amiche si cercava la tomba di quel tale individuo la cui madre fin dalle prime ore del mattino urlava a squarciagola con frasi e intonazioni che la resero famosa in tutta la zona. I decibel raggiunti a mio avviso erano al di sopra di qualunque suono mai sentito. Al tramonto si tornava a casa come fosse stato un giorno di grande e divertentissima festa. Almeno per i/le ragazzin*.

Che altro: a noi non è mai stato insegnato ad aver paura dei morti. Io ho imparato ad avere grande familiarità con i morti. Con la rigidità e poi la mollezza. Con i lineamenti smunti e i volti svuotati di massa vitale. I morti sarebbero tornati, una volta l’anno, a portarci doni. Noi li aspettavamo con trepidazione perché i nostri morti erano più veri di un qualunque babbo natale. Queste culture in alcuni centri o quartieri persistono ancora e fanno parte della ricchezza antropologica che caratterizza il popolo meridionale, in un certo senso. Io mi vanto di aver potuto guardare con senso critico e ironia a quegli eventi e a quelle ritualità. Vivevo delle esperienze fantastiche e particolari senza saperlo. Per me era normale. Oggi a raccontarle mi rendo contro di aver potuto assistere a espressioni culturali antiche che costituiscono le mie radici. Dovrei ricordarmene più spesso. Dovrei non dimenticare mai da dove vengo. Persino qui. Persino a Dublino.

>>>^^^<<<

Abbatto I Muri vive di lavoro volontario e tutto quello che vedete qui è gratis. Aggiornare e gestire questo spazio è un lavoro che costa tempo e fatica. Se mai vi passasse per la mente di esprimere la vostra gratitudine basta un obolo per un caffè (alla nocciola). :*

Donate Now Button
Grazie davvero a chi vorrà contribuire alla causa!

2 pensieri su “Dei riti funerari di Sicilia”

  1. Si lo so… sono rituali che ho vissuto anch’io da bambino (centro Italia) e poi da adulto, e confermo che in questa ritualità, alle donne è richiesto un “di più”, devono amministrare il rito.
    Richiamo un classico sul tema che forse conoscerai già: Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale. http://www.bollatiboringhieri.it/libri/ernesto-de-martino-morte-e-pianto-rituale-nel-mondo-antico-9788833918952/
    La ritualità che hai descritto è precristiana e forse pure pre-greca, anzi, ci sono buone ragioni per ritenerla -pre che più -pre non si può, dato che si parla della morte e di come tappare questo buco simbolico nel mondo dei vivi. Un problemino sempre attuale, del resto, dato che i rituali usati in un’epoca non funzionano necessariamente in un’altra.
    Quel “di più” assegnato alle donne, che sperimentiamo nella sua fase vestigiale ancora oggi, con ovvi rimaneggiamenti, mutazioni e successivi rimescolamenti, potrebbe essere il rimasuglio di quando le divinità femminili (o La Dea) avevano una certa autorità su tutto ciò che riguardava il ciclo vitale, e le donne erano in quanto donne “sciamane”.
    oh intendiamoci…Ipotesi personale in libertà, formulata post birrozze di grado nel cuore della notte ovviamente.
    Comunque non credere per un attimo che stia facendo il nostalgico. Le femministe, e specie quelle che parlano di sciamanesimo femminile e Matriarcato mi stanno pure sulle palle, ma non te la prendere a male se lo dico. Il mio è un rapporto di odio-amore.

    Capisco quello che intendi alla fine del tuo post. Almeno credo.
    O meglio, ti racconto le mie suggestioni che si sono attivate leggendo il finale del tuo post.
    Avevo un maestro alle elementari, che insisteva molto sul chiedere alle persone più anziane della famiglia di raccontare e prendere nota. Un po’, diciamolo, era una moda tra fine anni 70 e inizio 80 questa della raccolta delle testimonianze orali, ma col senno di poi devo dire che aveva delle ragioni solide. Anzi, solidissime. Ci diceva che queste persone hanno vissuto tra due mondi e uno di questi stava sparendo perchè quelle persone erano tutto ciò che rimaneva di quel mondo, molto variegato, più variegato del nostro. Ci raccontava come nel paese dove è nato, un paese rurale, che i trattori li hanno visti col piano Marshall, le persone conoscevano le tecniche per costruire la maggior parte delle cose che avevano attorno, e molta Italia e molta Europa anche appena fuori i centri urbani, era così. E poi ci invitava a scegliere un oggetto a caso nell’aula, una penna, un banco, qualsiasi cosa, un vestito che avevamo addosso e provare a ricostruire da dove veniva, di quanti pezzi era fatto, quali macchine avrebbero potuto assemblarlo, quante relazioni portavano quel solo oggetto lontano, a volte in posti distanti l’uno dall’altro del pianeta. “Capite la differenza?” Ovviamente allora non capivamo, che vuoi capire a dieci anni al massimo di discorsi simili? Oggi so che il mondo materiale è la base del mondo simbolico, che il mondo simbolico generato dalla inestricabile complessità del mondo di cui sono fatto è incommensurabile rispetto al mondo simbolico dei miei nonni, tutti contadini, il mio tempo e il loro sono incommensurabili.
    Il maestro parlava di due mondi completamente diversi, incommensurabili, non per dire che uno era meglio dell’altro, semplicemente per invitarci a capire la differenza, di come (oggi lo capisco) la brulicante varietà culturale del mondo preindustriale tra paese e paese, tra città e campagna, sia stata pari all’uniformità che la civiltà industriale sta inducendo in ogni centimetro quadrato del pianeta. E’ un bene? E’ un male?

    “(…)Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. E’ vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, così come le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa. (Le città invisibili – Maurilia”)

    “Dovete capire, è importante che capiate quella differenza”
    Non lo capivamo tanto quando faceva questi discorsi, devo ammetterlo; oggi so che cercava di farci capire che siamo testimoni di un mutamento antropologico che è cominciato un paio di secoli fa ma solo nel secondo dopoguerra ha investito ogni spazio materiale e simbolico rendendoci estranei a significati e modi di pensare magari comuni nemmeno due generazioni fa.
    Mentre nel mondo preindustriale era normale essere una copia dei propri genitori, oggi sarebbe impensabile.
    La complessità che abbiamo avviato con la rivoluzione industriale ci mette di fronte alla necessità di un cambio antropologico che ci permetta una flessibilità e una capacità di comprensione dell’altro inedita. In un momento in cui la paura di affrontare questo cambio antropologico ci fa rinchiudere nella paura e nell’aggressività più irrazionale, capisco l’importanza di ricordare, di ascoltare l’altro per non disintegrarmi.
    Se non provo nemmeno a conoscere il mondo simbolico, il senso del tempo, dei miei nonni, dei miei genitori ma anche del mio vissuto, che un’accelerazione inedita tende a rendere estraneo perfino a me stesso, come potrò mai parlare ai miei figli, alle persone che incontrerò sulla mia strada, e mettere qualcosa in comune che ci faccia riconoscere come una nuova umanità capace di venire a capo di questo mondo così veloce, dove la differenza è l’unico luogo abitabile e non più l’anomalia da annientare?

    In quinta, gli ultimi cinque minuti prima di andare a casa (forse più per tenerci buoni), ci leggeva “Le città invisibili” di Italo Calvino. Eravamo affascinati, ipnotizzati da come leggeva, anche se non capivamo il senso di quelle parole. “vi leggo una fiaba di Calvino, non di quelle che abbiamo letto, tramandate per secoli, che ha raccolto in giro per l’Italia, e che potreste raccogliere anche voi chiedendo in famiglia; queste sono fiabe particolari, fiabe che ha scritto lui e che fra secoli magari qualcun altro raccoglierà assieme ad altre”

    “(…)Le labbra strette sul cannello d’ambra della pipa, la barba schiacciata contro la gorgera d’ametiste, gli alluci inarcati nervosamente nelle pantofole di seta, Kublai Kan ascoltava i resoconti di Marco Polo senza sollevare le ciglia. Erano le sere in cui un vapore ipocondriaco gravava sul suo cuore.
    – Le tue città non esistono. Forse non sono mai esistite. Per certo non esisteranno più. Perché ti trastulli con favole consolanti? So bene che il mio impero marcisce come un cadavere nella palude, il cui contagio appesta tanto i corvi che lo beccano quanto i bambù che crescono concimati dal suo liquame. Perché non mi parli di questo? Perché menti all’imperatore dei tartari, straniero? Polo sapeva secondare l’umore nero del sovrano. – si, l’impero è malato e, quel che è peggio, cerca d’assuefarsi alle sue piaghe. Il fine delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora s’intravvedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.
    Alle volte il Kan era invece visitato da soprassalti d’euforia. Si sollevava sui cuscini, misurava a lunghi passi i tappeti stesi sotto i suoi piedi sulle aiole, s’affacciava alle balaustre delle terrazze per dominare con occhio allucinato la distesa dei giardini della reggia rischiarati dalle lanterne appese ai cedri.
    – Eppure io so, – diceva, – che il mio impero è fatto della materia dei cristalli, e aggrega le sue molecole secondo un disegno perfetto. In mezzo al ribollire degli elementi prende forma un diamante splendido e durissimo, un’immensa montagna sfaccettata e trasparente. Perché le tue impressioni di viaggio si fermano alle delusive apparenze e non colgono questo processo inarrestabile? Perché indugi in malinconie inessenziali? Perché nascondi all’imperatore la grandezza del suo destino?
    E Marco: – Mentre al tuo cenno, sire, la città una e ultima innalza le sue mura senza macchia, io raccolgo le ceneri delle altre città possibili che scompaiono per farle posto e non potranno più essere ricostruite né ricordate. Solo se conoscerai il residuo d’infelicità che nessuna pietra preziosa arriverà a risarcire, potrai computare l’esatto numero di carati cui il diamante finale deve tendere, e non sballerai i calcoli del tuo progetto dall’inizio.”

    1. grazie davvero per il tuo bel commento. il libro di de martino lo conoscevo, si e lui in particolare è quello che più si avvicina alla descrizione della mia cultura di provenienza. Io ho raccolto storie orali per tanto tempo ma non tanto quanto sicuramente ho fatto inconsapevolmente da bambina. in paese, vicino casa mia, c’era un vero e proprio canta storie che intratteneva i bambini con storie magnifiche. ma anche questa è una cosa da raccontare.
      ti ringrazio ancora anche per la bella citazione.
      un abbraccio
      :*

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.