Annunci

La solitudine e l’assenza di empatia

Lui scrive:

Ciao, vorrei dare un mio contributo su un tema che sento spesso affrontare nei dibattiti su internet o su altre piattaforme: la carenza di empatia.
Dopo aver trovato più volte il coraggio di raccontare pochi e piccoli pezzi di me, della mia vita e della mia sofferenza, ho deciso di condividere con gli utenti e le utenti del forum uno dei miei tanti pensieri, che normalmente occupano una consistente parte delle mie giornate.

Io passo buona parte della settimana a casa mia, nella mia stanza, sul mio letto; sono momentaneamente disoccupato e ho da tempo rinunciato all’Università per diversi motivi; attraverso un momento della mia vita particolarmente difficile.
Non che la mia vita sia stata facile, questo mai; come quella di tutte le persone, in fin dei conti, no? Eppure, dopo aver attraversato una fase di profonda depressione e di sofferenza estrema, quasi pura, ora credo di aver subito un cambiamento, una sorta di evoluzione di quella situazione di down così forte che mi ha spinto a chiedere aiuto a colui che, tutt’ora, è il mio terapeuta.

Se il mio esercizio quotidiano, prima, era cercare, in maniera quasi ostinata, di isolarmi dalle persone che mi circondavano e andare alla ricerca, anch’essa direi piuttosto ostinata, di un isolamento che, nelle mie intenzioni, fosse come uno strumento terapeutico che contrastasse la paura, ora qualcosa è cambiato. Il mio tentativo di isolamento è andato, purtroppo a buon fine, e il mio mondo, tutto ciò che mi circondava e che in generale circonda ognuno di noi, è diventato la mia stanza, il mio letto, me. Io sono rimasto come unico interlocutore di me stesso, perché sono l’unica persona che conosco, e so a cosa vado incontro. La convivenza con me stesso è quasi solo sofferenza, ma è una sofferenza che conosco, la so gestire, ci convivo praticamente da tutta la vita, o quasi. Ora ho raggiunto un nuovo step di questa mia metamorfosi, ho raggiunto la consapevolezza che una parte di me vuole addirittura alienarsi dal mio corpo, come se ci fosse un nuovo mondo, composto essenzialmente solo da me stesso, dal quale estraniarsi, una nuova missione impossibile, distruggente. Il motore che mi spinge a fuggire in continuazione non cessa mai di ruggire, di catapultarmi sempre più lontano dalla felicità.

Ho sempre avuto una convinzione nella testa, pensando ai tossicodipendenti: che la loro sia una continua e speranzosa ricerca della novità. La dose interrompe la sofferenza, crea un momento di finta pace in cui l’individuo riesce a sentirsi meno in colpa verso sé stesso. Ma l’unica, forse, condizione necessaria è che la dose successiva contenga qualcosa di diverso, rispetto alla precedente; una componente di novità che la renda speciale. Ma quella speranza è inutile, perché non c’è nessuna novità alla quale aggrapparsi; l’effetto è e sarà sempre lo stesso, e il bisogno aumenterà sempre di più, rendendo la ricerca stessa un vortice dal quale è quasi impossibile uscirne, per lo meno da soli.

Alle volte mi sento molto simile ad un tossicodipendente, benchè io non faccia uso di sostanze; la mia dose è quel preciso giorno in cui la mia stanza, il mio mondo, diventa troppo piccolo, troppo insopportabile, e le mie gambe mi supplicano quasi di essere usate; e allora cammino, senza una meta in particolare, mi lascio trasportare dalle mie sensazioni. Prendo la metro, oppure prendo un autobus mai conosciuto (vediamo dove porta…) oppure assaggio un caffè in un bar dove non sono mai entrato. Oppure vado al cinema, e mi godo la morbidezza della poltrona e il buio intenso nella sala. Poi si ritorna a casa, qualche ora dopo, con la speranza che la dose successiva arrivi prima possibile.

Ed è proprio durante le mie passeggiate anonime che mi capita di scovare, nelle espressioni delle persone, quella stessa delusione e quella intensa triste consapevolezza.
Ora, io credo di aver sufficiente esperienza in questo senso per captare quella stessa fuga negli occhi delle persone che incrocio nei rari momenti in cui mi concedo una semplice passeggiata per le strade di Roma. La loro scura diffidenza si trasforma in serenità quando si tuffano nella loro parallela vita virtuale, fatta di foto e di post. Quella vita fatta su misura, in cui se qualcosa non è come lo desideriamo lo possiamo cancellare e riscrivere da capo; quella vita nella quale, se proprio non riesci a rintracciare la maledettissima felicità, puoi per lo meno crogiolarti nell’osservare quella delle altre persone, che ben volentieri accettano di condividere con te, perché si nutrono, a loro volta, di quella stessa speranza: che il traffico dati non si esaurisca mai, e che si possa vivere, in eterno, in un mondo che non esiste.
Può Alice inseguire il bianconiglio all’infinito? Può vivere solo della speranza di riuscire a prenderlo?

Io credo che i terribili e, apparentemente, inevitabili cambiamenti che stanno avvenendo sotto al nostro naso a livello sociale e politico, non nascano dal nulla. Sono la conseguenza diretta di qualcosa; se molte persone hanno rinunciato ad ascoltare sé stessi, a fuggirne quasi, riversando la loro energia nel costruire muri infiniti (mentali e non) invalicabili, all’interno dei quali rifugiarsi, è il sintomo più lampante che la nostra società sta mutando; la direzione, però, è sbagliata. Io lo so, si passa dal non guardare più le persone che ci circondano, per poi smettere di guardare sé stessi. Il mio discorso non riguarda ceti sociali e classi economiche, perché la responsabilità è da dividere in ciascuno di noi.

Da che pulpito, direte, proviene la predica; da uno che ha rinunciato a vivere e guarda il mondo quasi solo attraverso lo schermo di un computer; forse è vero, magari la paura che mi accompagna fedele da sempre contamina un po’ la mia visione delle cose. Però io sento di non sbagliarmi, sento che quelle facce che vedo intorno a me non mentono, e che se non facciamo qualcosa rischiamo di vivere per sempre nella paura.
Io vorrei un giorno poter dire di essere felice di me stesso, e vorrei poter incontrare una persona, guardarla negli occhi, e raccontarle la mia storia. In un bar, al cinema, sul tram; nel mondo, quello vero, l’unico che abbiamo veramente.
Grazie.

>>>^^^<<<

Abbatto I Muri vive di lavoro volontario e tutto quello che vedete qui è gratis. Aggiornare e gestire questo spazio è un lavoro che costa tempo e fatica. Se mai vi passasse per la mente di esprimere la vostra gratitudine basta un obolo per un caffè (alla nocciola). :*

Donate Now Button
Grazie davvero a chi vorrà contribuire alla causa!
Annunci

Comments

  1. Mi riconosco in te, molto.
    “Oppure vado al cinema, e mi godo la morbidezza della poltrona e il buio intenso nella sala. Poi si ritorna a casa, qualche ora dopo, con la speranza che la dose successiva arrivi prima possibile.”
    Sei riuscito a descrivere molto bene “la droga”. Cercavo da tempo di dargli un nome.
    Io sono forse uno di quelli che potresti incontrare, non a Roma, dato che sono anni ormai che non esco dalla provincia di una regione molto provinciale, ma so di cosa parli.
    Anch’io, quando ho smesso di credere di essere una farfalla ho pensato alla terapia, ma non ho fatto nulla. Non ci credo.
    Non credo che a 40 anni suonati possa disseppellirmi e uscire dalla miseria che mi ricopre. Ho sognato molte volte di essere come una farfalla, e che sarei uscito dalla crosta di miseria che la “violenza assistita” e quell’altra cosa che non si può nominare perchè non esiste (alcuni la chiamano PAS) mi ha messo addosso e che, per miei limiti personali, ho lasciato che mi corrodesse senza reagire. Le persone che evito di più sono la famiglia. Ignoro lei e tratto con una freddezza spietata lui che al contrario di lei si ostina a chiamarmi e non ho nemmeno l’energia di respingere. Arido, incapace di sentimenti genuini, tarato e infantile, insicuro, aggressivo, incapace di comunicare in modo sano qualcosa di sè… come lei, del resto, come tutti in famiglia, …così ridicolo quando vado quella volta al mese a pranzo mentre ricorda goffamente “momenti felici” di una famiglia che non esiste se non nella sua testa, e io puntualmente non ricordo, davvero, o quel qualcosa che mi viene a mente faccio finta di non ricordare. E glielo dico: “non ricordo affatto… sei sicuro?”. Non esiste, non è mai esistito. Lo faceva anche lei, ma alla fine ha mollato la presa, lui no. Questi pranzi mi sembrano pezzi di Samuel Becket. Non ce la faccio a scappare nè a raccattare i cocci di queste relazioni, non sento più nulla per queste persone su cui costruire qualcosa. Gli altri non esistono.
    C’è anche un fratello ma non continuo perchè se no non smetto più di scrivere.
    In breve ho evitato la vita, ho spento progressivamente le parti di me che non funzionavano e mi sono rassegnato a quello che rimaneva.
    Per mia fortuna lavoro e sto buttando lì tutte le mie energie. Con i colleghi è tutto più semplice, è come con le macchine. Se riesco a fare trasferte mi libero pure di lui. E’ un modo magnifico per drogarsi il lavoro, non saprei che fare se lo perdessi… e purtroppo, non mi aspetto un futuro roseo nemmeno da questo punto di vista. Vedrò che fare al momento. Smetto perchè non so nemmeno perchè ho cominciato a scrivere e se continuo non smetto più.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: