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Torino Donna, il pinkwashing va di corsa!

Da circa 5 anni la città di Torino viene invasa, in prossimità della ricorrenza dell’otto marzo, da una marea rosa magenta che attraversa il centro partendo dalla storica Piazza San Carlo, per rientrarvi dopo un percorso di sei chilometri in un tripudio di sorrisi ed estrogeni. E’ Just the Womam I am, conosciuto più prosaicamente come Torino Donna, calderone di donnismo e buoni sentimenti già dalla descrizione presente sul sito internet (www.torinodonna.it) che si definisce, testualmente “evento di sport, cultura, benessere e socialità a sostegno della ricerca universitaria organizzato in occasione dell’8 marzo. Lo sport universitario è ancora una volta in prima linea con lo scopo di comunicare i propri valori formativi, di strumento di prevenzione e salvaguardia della salute dell’individuo e soprattutto, grazie alla propria componente aggregativa, di sensibilizzare l’opinione pubblica diventando veicolo di cultura a sostegno dell’eliminazione della violenza di genere.”

L’evento, capitanato dal Centro Universitario Sportivo di Torino che ha trascinato in quest’orgia di luoghi comuni e ‘volemose bene’ anche due istituzioni come l’Università e il Politecnico della città, è un esempio lampante di come si possa, utilizzando il pinkwashing, banalizzare una ricorrenza quale quella dell’otto marzo e tematiche serie quali le violenze e le disparità di genere (#metoo vi dice qualcosa?), e allo stesso tempo guadagnare soldi nel farlo.

Partita in sordina 5 anni fa, la ‘corsa in rosa’ è cresciuta negli anni fino ad arrivare alle 16.000 iscrizioni ottenute lo scorso anno, tanto da far auspicare agli organizzatori la ragguardevole cifra di 20.000 iscrizioni per la prossima edizione che si terrà il 4 marzo. Sembra incredibile, se ci si pensa, considerato che basterebbe scorrere la pagina Facebook o il sito dedicato per rendersi conto dell’operazione di marketing che vi sta dietro.

Le donne, i loro problemi, le loro lotte, c’entrano poco o nulla con l’evento, ma evidentemente agli occhi degli organizzatori una pennellata di magenta basta per rendere tutto più women friendly. Dietro al rosa ecco i luoghi comuni della femminilità messi uno in fila all’altro senza nemmeno un po’ di pudore, e anzi usati per vendere una serie di prodotti, ovviamente gli irrinunciabili di ogni donna che si rispetti: ecco dunque una pletora di post su bellezza, dieta, abbigliamento, cucina, raramente intervallati da altri, apparentemente più in tema, ma declinati nella maniera più stereotipata possibile (l’utilizzo della classica immagine della donna con la faccia gonfia di botte per parlare di violenza, o le interviste a “donne di successo”, ovvero le testimonial che replicano, al femminile, i valori cardine degli organizzatori: una carrellata di vincenti, e chi non vince non merita nemmeno di essere menzionato).

E che dire delle “associazioni femminili” presenti in piazza (e badate bene, “femminili” non femministe: non sia mai che qualche contenuto politico entri nel vuoto calderone infarcito di donnismo, mammismo e uterismo alla nausea), delle quali si parla poco e niente, mentre sul sito compare l’immancabile pagina dedicata agli sponsor e grande rilevanza viene data alla finalità benefica dell’evento, ovvero la raccolta fondi per la ricerca contro il cancro.

[clicca per ingrandire le immagini]

Ma la finalità è davvero quella? A consultare il bilancio pubblicato con candore dal Centro Universitario Sportivo, a fronte di una cifra che rasenta i 200.000 euro di spese di organizzazione, solo circa 65.000 vanno a finire nella ricerca, ovvero meno del 30% dei fondi raccolti. Insomma, una “telethonata” buona a finanziare l’organizzazione, a cui, da due anni circa, il “sistema universitario torinese” ha capito di poter attingere per ricevere qualche contributo in più – comunque briciole –  e che dunque si è speso con sempre più ingenti forze per sottolineare il carattere universitario della ricerca.

Una ricerca, peraltro, che non è nemmeno dedicata ai tumori femminili, ci mancherebbe! Perché quello che è chiaro di questo evento è che si può dire tutto, ma non che sia un evento “dedicato alle donne”. L’evento anzi, è capitanato dagli uomini: uomini sono il Presidente del CUS e i due Rettori, uomini presenziano, quando non monopolizzano, il tavolo dei relatori durante le conferenze stampa, uomini corrono vestiti di rosa e imbarazzatissimi (si sa, il rosa è da femmine!) durante la corsa. Uomini che parlano ad altri uomini e descrivono una donna che esiste solo nel loro immaginario: sorridente, ammantata di rosa in tutte le sue varianti, civettuola, attenta alla bellezza e al suo ruolo domestico, perlopiù, ma anche donna di successo, donna, come si sente spesso dire, “con le palle” o “con il pelo”. Quest’anno, uno degli hashtag utilizzati è #conlei: evidentemente per far crescere l’evento (e gli introiti ad esso collegati) le donne non bastano più, bisogna sollecitare i cavalier serventi del sesso debole a prendere parte, spendere gli euro, monopolizzare la giornata.

E’ triste rendersi conto che questo specchietto per le allodole, creato ad arte per usare le donne come veicolo di guadagno e popolarità dal CUS Torino e dagli atenei torinesi, abbia funzionato ad arte. Mai si è visto un tale fiume di donne alle manifestazioni dell’otto marzo, non sia mai che le donne scendano in piazza sul serio per lottare contro la misoginia e il patriarcato che le relega costantemente ad ancelle dell’eroe di turno, eppure evidentemente tante hanno abboccato – o peggio si riconoscono – in un modello di femminilità passiva e remissiva, dolce e delicata, accudente e silenziosa e sempre, perennemente, seconda. Del resto, alle spalle di un grande uomo c’è sempre una grande donna, l’importante è che stia buona e zitta e in ombra.

Le voci e le esperienze vissute dalle donne sono del tutto assenti in questa parata di uomini che usano le donne per avere sempre maggior potere e guadagnare sempre maggiori profitti, ma in breve tempo la città tutta, compresa la Mole, sarà ammantata di rosa, il colore simbolo della donnità. Con buona pace di chi quotidianamente si scontra contro misoginia, patriarcato, violenza sessuale, psicologica ed economica, gap professionale e retributivo, lavoro di cura esclusivo a carico delle donne, silenziamento sociale.

Migliaia di palloncini voleranno alti nel cielo di Torino, e il brindisi finale dedicato alle donne le ringrazierà, anche quest’anno, di essersi fatte usare, una volta ancora, a beneficio di pochi. Salute!

Una qualunque

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Comments

  1. E non dimentichiamoci che dal tribunale di Torino sono partite delle sentenze quantomeno agghiaccianti, ora più che mai la donna è uso e consumo della città-vetrina Torino.

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