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Cosa fai se la persona che ami soffre di disturbi psichiatrici?

Relazioni e malattie psichiatriche. Meglio: avere una relazione con una persona che soffre di una malattia psichiatrica. A parte la definizione che può risultare più o meno controversa o più o meno stigmatizzante quel che vorrei approfondire, con il vostro aiuto, come sempre, con le vostre storie e le vostre esperienze personali, è il fatto che una relazione con una persona affetta da un qualunque tipo di disturbo sia di fatto una scelta consapevole o una scelta in presenza di ricatti emotivi e sensi di colpa.

Da quel che mi dite intanto valuto uno stereotipo di fondo: se è lui a soffrire di una malattia mentale da lei ci si aspetta che si liberi dall’impegno di assisterlo/aiutarlo perché il ruolo di cura per le donne è da sempre vissuto e considerato un dovere. Se è lei che soffre di depressione, disturbi alimentari, bipolarismo o altro, quello che ci si aspetta è che lui se ne prenda cura. In tal caso leggo lusinghe e ammiccamenti da parte di chi immagina sia bellissimo che un uomo, ovvero quello da cui non ci si aspetterebbe una scelta del genere, resti a prendersi cura della compagna in difficoltà. Anche se lei batte i pugni sul muro, se rompe le cose e alza la voce, se ha un umore altalenante che diventa causa di profondi dissidi e anche di violenze fatte/ricevute nella coppia.

Il punto è che non c’è un modo per essere femministe o per non esserlo. Se una donna sceglie di restare a prendersi cura e coesistere con un uomo (o con un’altra donna) che ha dei problemi, se racconta di esserne consapevole e di voler dare una mano cercando punti di riferimento consigli concreti, pratici, non vedo perché dovremmo – soprattutto a distanza – immaginare che lei sia obnubilata dalla cultura patriarcale. La spinta a salvare lui, a prendersene cura è un ruolo imposto, è vero, ma lo è anche il segreto attorno alle malattie che coinvolgono gli uomini proprio perché un uomo, secondo stereotipi di genere, non potrebbe e dovrebbe mai mostrare debolezza. Una fragilità che deriva da una malattia mentale e che paradossalmente distrugge l’idea dell’uomo forte può essere vissuta doppiamente male e dunque malamente condivisa con il/la partner.

D’altro canto è anche vero che la fragilità diventa, socialmente accettata e manifesta, quando è causa di azioni violente non altrimenti spiegate se non come risultante di una incapacità di intendere e volere. Ci muoviamo in un ginepraio in cui nulla è scontato e che può solo essere raccontato secondo le singole esperienze delle persone. Dunque vorrei raccontarvene qualcuna sintetizzando storie che in questi giorni alcune mi hanno inviato. Darò a ciascuna delle persone citate un nome non reale, per tutelare la loro privacy.

Sabina ha 27 anni e sta con un ragazzo che sin dal momento in cui si sono incontrati ha rivelato di soffrire di bipolarismo e di disturbo ossessivo compulsivo. Si mettono assieme, sono innamorati ma per anni lui non fa che ricattarla emotivamente facendola sentire in colpa ogni qual volta lei cerchi di fuggire dalla loro relazione con una uscita serale con le amiche, con un viaggio all’estero, con opportunità di lavoro in altre città. Andare via, per lei, significa l’imposizione di sensi di colpa infiniti e quando alla fine decide di lasciarlo da lui altro non può aspettarsi che un tentativo di suicidio per fare in modo che lei resti incollata a lui ancora per un po’. Lei sta con lui ancora un mese poi lo molla e lui ripete lo stesso schema. Lei non ci ricasca e cambia nazione oltre che città.

Francesca ha 44 anni e da 22 sta con un uomo affetto da depressione e cambi di umore repentini con aggressività allegata. Un rapporto dal quale sono nati due figli che subiscono la situazione. Lei non ha mai voluto lasciarlo nonostante lui volesse allontanare lei e i figli per poi restare solo e suicidarsi. Anche questa può essere una forma di ricatto emotivo ma lei non va via. Di recente lui ha picchiato il figlio più grande che decide di denunciarlo. Francesca gli chiede di non farlo ma lui è maggiorenne e chiama qualcuno che chiama qualcun altro che chiama un’ambulanza per far trattare l’uomo con un tso. Il figlio denuncia anche la madre perché sarebbe stata complice silenziosa delle violenze che lui ha perpetrato nei suoi confronti. Il figlio per un bel po’ di tempo ha temuto che il padre uccidesse tutti e poi si suicidasse. La denuncia non è andata avanti ma il figlio ha preparato le valigie e se ne è andato di casa abbandonando gli studi per cercare un lavoro.

Giulia ha 32 anni e convive con un uomo che soffre di vari disturbi. Lui è aggressivo e talvolta durante le crisi diventa violento. E’ una donna che ha la testa sulle spalle. Si programma la vita e cerca di lavorare sul presente per migliorare il suo futuro. Chiede aiuto per il suo compagno e le dicono che dovrebbe lasciarlo. Lei non vuole. Insiste. Se i vicini chiamano i carabinieri lei non denuncia niente e cerca aiuto per dargli una mano senza trattarlo come un reietto da rinchiudere e marginalizzare. Non hanno figli. Non credo intendano averne ma anche se fosse sarebbe una scelta consapevole tanto quanto consapevole è Giulia.

Matteo ha una compagna con disturbi alimentari e depressione. Spesso capita che lei cerchi di farsi del male. Batte la testa al muro, si strappa i capelli. Una volta ha rotto lo specchio con la faccia e si è fatta un taglio profondo su una guancia. Quando lui cerca di fermarla lei è violenta e tenta di fargli male. A volte ci riesce. Poi si calma, respira piano e la crisi passa. Lui si è informato sulla malattia, cerca di capire cosa fare e nel frattempo continua a vivere la sua vita. Il fatto è che non vuole lasciarla perché la ama moltissimo. Stravede per lei e vorrebbe che stesse meglio. Sta in contatto con un gruppo antipsichiatrico per capire qualcosa sugli effetti dei farmaci e comunque accompagna la ragazza da una psicoanalista molto brava che però è a pagamento. Non sa fino a che punto potrà permettersela ed è angosciato per questo.

William aveva una ragazza con crisi violente che lo ha manipolato per un bel po’ di tempo al punto da fargli credere che fosse sua la colpa delle suddette crisi. Solo dopo un paio di anni, su spinta di William, lei si rivolge al servizio sanitario nazionale e le diagnosticano un disturbo bipolare stabilizzato con alcuni farmaci. L’atteggiamento violento si placa ma lei è diventata silenziosa, difficile parlarci, viverci assieme. Lui, per la sua salute mentale, decide di lasciarla. Lei non sa con chi abitare e lui continua a pagarle in parte l’affitto per un anno per darle una mano dato che lei economicamente non ce la fa. Ad un certo punto lei si mette con un’altra persona che decide invece di restare a prendersi cura di lei. Tutto bene dunque. William non ha più obblighi e cerca di recuperare gli anni trascorsi tentando di aiutare lei.

Queste sono solo alcune delle storie che arrivano e che presentano dati che riguardano questioni di genere, stereotipi, stigmi, questioni di classe e in un caso anche di razza perché in un altra storia lei è una migrante e lui, che chiamerò Marcello, non la lascia per cinque anni nonostante non ne fosse più innamorato. Non vuole che lei finisca in mezzo alla strada e la aiuta per farle trovare un contratto da colf per darle una mano ad avere il permesso di soggiorno. Lei fruisce del sistema sanitario nazionale ma l’etnopsichiatria non è materia trattata dappertutto e spesso l’approccio dipende anche dalla conoscenza delle culture di base delle persone con disturbi. Oggi lei è rientrata nel suo paese e lui riflette sui suoi obblighi in quanto uomo privilegiato, cittadino europeo, nei confronti di chi quei privilegi non li ha. E non è solo una questione relazionale ma un fatto personal/politico che solleva mille domande e riflessioni. Perché il mondo non è bianco o nero e serve solo ascoltare senza arrivare a facili conclusioni, in special modo se non sappiamo un tubo di quel che capita nelle relazioni raccontate.

Su questo mi piacerebbe aprire una riflessione e approfondire ancora, grazie al vostro contributo di esperienze, appunto che saranno trattate con rispetto come ogni altra storia che ci viene consegnata affinché noi si possa condividerla. Dunque: che ne pensate?

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Comments

  1. 1. Le malattie psichiatriche non sono tutte uguali.
    2. Esistono i disturbi di personalità
    3. Come chiunque, anche chi ha una malattia mentale può essere stronzo
    4. Informarsi sui farmaci da un gruppo antipsichiatrico è come informarsi sui vaccini dai no-vax. Chiedete allo psichiatra.
    5. Sento una pesante aria di stigma, il che mi perplime

    • son daccordo con te. anche riguardo ai gruppi antipsichiatrci, soprattutto perchè non danno nessuna alternativa a chi si trova a dover risolvere il problema di una persona che magari sbatte la testa nel muro o ti accusa di ogni cosa o si fa del male incessantemente e non riesce più a vivere e soffre terribilmente e non si rende conto che ha bisogno di aiuto, e lo rifiuta caparbiamente. i gruppi antipsichiatrici, almeno dove abito io, non fanno che dire molti NO ma non danno alcuna alternativa reale. inoltre penso ci sia una assurda demonizzazione dei farmaci, che invece, sempre secondo la mia esperienza, se usati con criterio sono la base necessaria per tirarsi fuori dalla malattia (perchè questo è: una malattia) Io il “problema” ce l’ho con un* figli*, il che è ancor più complicato, E ho toccato con mano quanto i farmaci siano necessari. lo scoglio più grosso è lo stigma che è sociale ma anche introiettato da chi sta male. che spesso rifiuta di ammetterlo, perchè pè difficile, è una cosa che ha a che fare con la propria identità.

      • fate confusione: i movimenti antipsichiatrici NON vogliono togliere il diritto, a chi lo vuole, di andare da psichiatri o prendere farmaci. Vogliono solo evitare che chi NON VUOLE perché sta bene così, pur avendo atteggiamenti che “la massa” trova strani, e non facendo del male a nessuno, venga obbligato. Proprio voi che siete femministe, dovreste sapere che la psichiatria ha sempre remato contro l’emancipazione femminile, dando lo stigma di “isterica”.
        E per quanto riguarda gli psicofarmaci, lo sapete che possono portare alla morte? Una depressione non si cura con farmaci, si cura cambiando mentalità e accettando la realtà.

  2. Penso che le situazioni in cui ci sono anche dei figli siano le più ambigue – perché se da un lato il partner senza disturbi psichici ha il diritto di restare con l’altra persona, dall’altro ha quello di imporre alla prole una situazione stressante oltre che potenzialmente pericolosa?

  3. Credo che sono una serie di situazioni difficili da giudicare, di solito non amo esprimere un mio parere in merito. Disturbi psichiatrici in genere già partono da tutta una serie di fattori (spesso del passato) e le nuove situazioni che si creano nella coppia sono davvero difficili da spiegare. Quando si è dentro non si capisce nemmeno tutta la mole di problemi che si innescano. Quando si hanno poi dei figli in mezzo è un disastro. Il punto è che, problemi psichiatrici o non, non esiste solo la persona cosidetta “stronza, apertamente violenta, ecc ecc” ma nella vita di tutti i giorni ci sono molte persone che usano le loro debolezze come arma. Penso siano anche più terribili delle prime. Sono psicologicamente devastanti e non ci si sa come comportarsi. Se si lascia il compagno ci si sente insensibili perchè “ha un problema/ ha bisogno di me/ lo amo quindi posso aiutarlo a migliorare” e se si rimane con lui si soffre.
    Non sono mai stata fidanzata, se devo essere sincera ho paura a esserlo. Penso che tenderei di più ad aiutare il partner che me stessa. Credo anche che in queste situazioni sia difficile capire quale sia il limite tra “posso aiutarlo perché non mi fa del male se non per i suoi problemi/ devo lasciarlo e abbandonarlo al suo destino”. Bisognerebbe affidarsi a qualcuno di esperto, uno psicanalista ad esempio. Sono però cose che costano e non è nemmeno detto si trovi qualcuno di competente, specialmente in Italia dove ancora c’è un certo timore a parlare di psicologi/psichiatri/psicanalisti.

  4. Avendo avuto un compagno per sei anni con gravi problemi di alcolismo e depressione (dall’uno è uscito spero per sempre, dall’altra no ma la tiene sotto controllo) posso dire che ogni situazione è certamente a sé e non mi azzardo a giudicare le persone che decidono di restare accanto al* loro partner con problemi mentali, ma nel mio caso specifico era un inferno giornaliero e stavo morendo poco a poco io stessa, per cui so di aver preso la decisione migliore andando via. Oltretutto quel mio andarmene deve aver fatto scattare qualcosa nella sua mente e nel suo cuore, perché dopo un periodo che so essere stato orribile per lui in cui si stava lasciando totalmente e letteralmente affogare, ha deciso di fare un percorso serio alla Alcolisti Anonimi ed è sobrio da qualche anno, anche se ha sviluppato, sono venuta a sapere, una malattia degenerativa sicuramente anche a causa del suo alcolismo di tantissimi anni.
    Insomma tra depressione e questa malattia vive ma non certo benissimo.
    In quei sei anni poi lui si era totalmente adagiato nel fatto che secondo lui, non costringendolo io a smettere di bere (come se funzionasse così, ma lui lo sapeva benissimo questo, e ci giocava appunto), lo accettavo così com’era e quindi si sentiva autorizzato a bere ancora di più e trattarmi molto spesso come un’estranea fastidiosa dalla quale non voleva essere toccato.
    Era diventato un rapporto di totale e malata co-dipendenza, un incubo dal quale alla fine volevo solo uscire prima che accadesse qualcosa di irreparabile per uno o entrambi noi.
    I sensi di colpa per averlo lasciato li ho provati all’inizio, ma sapevo molto bene che è una persona incapace di mantenere nel tempo relazioni durature ed essere e rendere felice qualcuno; ha svariate convivenze alle spalle sia prima che dopo di me e non trova mai pace. Non potevo lasciargli distruggere la mia vita e non permetterò mai più a nessuno di abusare del mio amore, della mia pazienza, della mia empatia e sensibilità.
    Secondo me conta molto l’autostima di chi sta con persone così problematiche, e io so che la mia era davvero sotto i tacchi per restarci insieme sei anni, perché altrimenti sarei scappata via molto prima. Ma ho imparato la lezione, e pur continuando a volergli bene e avendo perdonato me stessa e lui, adesso so chi sono e cosa e chi voglio nella mia vita. Soprattutto sono molto serena e piena di progetti.

  5. È molto difficile convivere e accettare la malattia del partner ed è facile certe volte cadere nei tranelli che ti portano a voler fare l’eroe e a dire: ‘io ti salverò’, annullandosi quasi del tutto e mettendo da parte i propri problemi e interessi per non appesantire una situazione già di per se insostenibile. Se qualcuno sta male, la coppia si ammala inevitabilmente. L’unica cosa da fare è cercare tutti e due aiuto psicoterapeutico, questo è l’unico impegno di due partner che amano la loro relazione, loro stessi e il partner.

  6. Tra l’altro, visto che siete trans inclusive, dovreste saperlo che la psichiatria, in combutta con “la morale sessuale cristiana”, considera(va) malattie l’omosessualità,la transessualità e la masturbazione con relative “cure” (ovvero torture, come mutilazioni ai genitali, persone legate e sedate, messe in isolamento, bagni ghiacciati).
    Gli psicofarmaci sono la versione chimica dell’elettroshock e servono a spegnere il cervello.
    una persona sotto psicofarmaci molto spesso ha movimenti rallentati, difficoltà a parlare o a capire, è spenta e amorfa, può anche subire danni corporali come ingrassare di diversi chili o subire danni alla libido (uomini che diventano incapaci di avere erezioni, donne che perdono la capacità di eccitarsi)
    Visionerei meglio certi siti antipsichiatrici prima di prendere per oro colato l’idea di “malattia mentale” e di “cura” spacciata dagli psichiatri.

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