Antiautoritarismo, Antisessismo, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Fare una battuta da Rape Culture non vuol dire che sei uno stupratore

Mi ritrovo a leggere un articolo che parla di cultura dello stupro e di un post di un fumettista il cui nome mi è totalmente nuovo. Il punto chiave della faccenda sta nelle sue scuse che riassumono pienamente la totale assenza di consapevolezza di chi veicola cultura dello stupro, sessismo o misoginia. Dire che una app potrebbe essere utile a fare addormentare una ragazza con la quale tu potrai fare sesso è diffondere cultura dello stupro. Parlarne con chi la diffonde può essere utile a volte, sempre che costui non si metta sulla difensiva spostando l’attenzione sulla malevola accusa a lui rivolta. Il passaggio che va compreso è che ovviamente non tutte le persone che veicolano sessismo lo fanno consapevolmente. Magari ci si aspetta più consapevolezza da chi fa della comunicazione, parlata, filmata, disegnata, un mestiere ma ovviamente, giusto perché non siamo così perfide, noi che lottiamo contro la rape culture, comprendiamo come si possano ripetere a pappagallo frasi dannose senza che ci sia malafede. Il sessismo, la misoginia, la cultura dello stupro, vivono di questo. Esistono milioni di persone, ogni giorno, veicolano messaggi che rafforzano stereotipi sessisti, che mettono nero su bianco giustificazioni alla violenza di genere o banalizzazioni su quel che significa cultura dello stupro.

Ed è ovvio che non tutte quelle persone in fondo coltivano il sogno di stuprare. Questa è una storia che va tolta di mezzo se vogliamo smettere di trovarci di fronte una persona che se criticata per il contenuto delle cose che veicola si irrigidisce e parla di se stesso come di una persona ingiustamente accusata di essere uno stupratore. Ebbene no: chi fa battute di quel tipo non è un criminale ma se quella battuta parla, banalizzandolo, di un crimine è quel tale crimine a dover essere al centro dell’attenzione. Non sei tu la vittima di questo discorso. Non sei tu al centro dell’attenzione. Il punto è che non sarai disposto a parlarne come si deve se ritieni di dover giustificare le tue azioni. Lo dico anche a chi non fa altro che delimitare confini tra completamente buoni e completamente cattivi, senza tenere conto del fatto che tra i cosiddetti buoni possiamo trovare paternalisti e patriarchi della peggiore specie, quelli del “ti salvo io, ti proteggo, dico io cosa è bene per te”, e tra i cosiddetti cattivi abbiamo una numerosissima mole di individui/e che non capiscono la differenza tra la cultura che legittima uno stupro e lo stupro stesso.

L’una è diversa dell’altro? A mio avviso si ma bisogna pur contare le tante persone, facciamo mille, che colpevolizzano la donna che denuncia di essere vittima di stupro, a fronte di un solo stupratore. Chi fa più danno alla vittima di stupro? Chi lo commette o chi lo banalizza? Sono domande che ci poniamo legittimamente e quel che noi militanti, attiviste femministe contro la violenza di genere, tentiamo di fare, al di là di quel che avviene nelle aule di giustizia, è lavorare sulla cultura. E’ nato prima l’uovo o la gallina? E’ nato prima lo stupro o la cultura che lo legittima? Una cultura fatta di battute scherzose, quelle che “e fattela una risata”, “siete estremiste” – estremiste un paio di ovaie – battute che tentiamo di sovvertire a partire dal linguaggio. Le parole sono importanti e pesano tanto quanto le pietre. Ogni parola è un sasso messo in mano a chi se ne servirà per compiere o partecipare ad una lapidazione. Reale o virtuale che sia sempre di lapidazione si parla.

Personalmente non sono per la censura ma per una discussione critica, anche conflittuale, ma che non tenda a ignorare un fatto preciso: tutte le persone che ridono di fronte a simili battute sono stupratori? No. Tutte le persone che condividono post con battute sessiste sono sessist*? No. Tutte le persone che banalizzano la violenza di genere sono violente? No. Però va detto che non date una grossa mano a chi tenta di estirpare culture sessiste e violente. Non mi aspetto che ciascun@ adoperi la propria abilità comunicativa per sensibilizzare chi non conosce il significato di “cultura dello stupro”. Il fatto di non essere un militante femminista non significa che stai dalla parte del male. Non sono solita dividere il mondo in una maniera tanto banale. Non sei un demonio, non sei uno stupratore, non sei uno che odia le donne e basta anche con certi balbettii da parte di chi, rispondendo alle critiche, dice che ha sette sorelle e due madri e 25 nonne e 60 zie che rispetta. Come dire che hai un amico gay quando ti si dice che hai fatto una battuta omofoba.

L’antisessismo è un esercizio quotidiano fatto di piccoli progressi, di consapevolezza acquisita e di rispetto nei confronti di chi compie battaglie difficili per fare luce sulla percezione della violenza subita. Il principio per un ragionamento che vada oltre il conflitto che ruota attorno a chi dice, alla persona che nomina il sessismo, è banalmente quello di spostare l’attenzione su quello che lui/lei ha detto. Parlare delle persone equivale a entrare nella dinamica dello scontro e della ricerca del colpevole che nel caso della diffusione e della legittimazione della cultura sessista ci allontana dall’obiettivo reale. Non siamo giudici, non interessa crocifiggere nessun@, e la crocifissione, l’abbiamo imparato da chi del giustizialismo e della repressione ha fatto la propria politica (“castrazione chimica… a morte… al taglio del coso…”), è la scelta più semplice. Tolto di mezzo un colpevole la cultura comunque resta. Ed è quella che va sconfitta.

Una delle giustificazioni più frequenti pronunciate da chi riceve critiche è quella di spostare la faccenda sul personale. Se fai critiche alla persona ti risponderà difendendo se stess@. Se fai critiche alla cultura che veicola e ti risponde difendendo se stess@, ancora, bisogna tornare al punto e il punto è che di te che hai detto una cazzata ci interessa molto poco ma di quello che hai detto ci interessa tantissimo. Dunque collabori alla analisi della frase pronunciata? Non una cavolata, non un banale errore, ma una battuta che riassume la cultura dello stupro in tutti i suoi aspetti. Drogare la vittima da stuprare è un fatto gravissimo. Annientare la volontà della vittima per poter fare di lei quello che si vuole, senza rispetto per il diritto che ha ad esprimere consenso o dissenso, è un atto autoritario e fascista che va riconosciuto in quanto tale. E no: non fai battute su questo. Dopodiché vorrei capire, giusto per restare nello spirito della goliardia dal sessismo inconsapevole: perché nessuna battuta sull’uomo che ha bisogno di drogare una donna per farci sesso? Se di machismo parliamo allora come mai non si capovolge il senso di una frase idiota parlando di una app che include la possibilità di pestare a sangue, nel senso di una donna che pratica autodifesa, un uomo che cerca di stuprarla? Scommettiamo che non ridono più e che ti criticano perché istigheresti violenza sugli uomini? Il punto, ancora, è che è più facile fare battute sulle donne e quelle battute, vuoi o non vuoi, ripercorrono sempre e solo il sentiero sessista tracciato da tu@ nonn@, bisnonn@, trisavol@, decisavol@. Parliamone, simpaticamente eh. 🙂

 

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4 pensieri su “Fare una battuta da Rape Culture non vuol dire che sei uno stupratore”

  1. Volevo prima di tutto ringraziarti per tutto il lavoro che fai e per i post che pubblichi che sono sempre molto interessanti.
    Conoscevo Labadessa come fumettista e un po’ mi dispiace per il polverone che si è sollevato, mi spiego meglio. Non voglio di certo giustificare le sue parole, credo nella sua buonafede, che non sia uno stupratore (come hai ben saputo spiegare nell’articolo) ma le parole purtroppo non sono belle. Ritengo però che si sia sollevato uno sdegno assurdo. Piuttosto che promuovere un dialogo, come fai tu, le persone tendono a lapidare e umiliare le persone. Credo che parlando si potrebbe avere un effetto migliore. Questi “inconsapevoli” capirebbero, aprirebbero la loro mente e magari prenderebbero più a cuore certe battaglie antisessiste che si portano avanti.

  2. A me sembra che abbia voluto cavalcare l’onda del “black humour” senza pensarci troppo.
    Poteva limitarsi a “una app che mi fa conoscere una ragazza vista in metro. L’addormenta e si risveglia innamorata di me” o un qualcosa del genere.
    Invece Un post cosi magari mi avrebbe fatto ridere se fatto da un amico, in una ristretta cerchia di persone che possano cogliere il contesto insomma.

  3. Ahhh consapevolezza, questa sconosciuta…
    Il fulcro del problema è sempre quello, come scrive alicejaneraynor giustamente.
    Per inciso, la penso come lei e laglasnost, ma in verità penso anche che abbia fatto la figura dello sfigato che per portarsi a letto una ha bisogno di un’app che la tramortisca, cos’è gna fa a trovarne una sveglia e che gliela dia consapevolmente?
    Dai ragazzi crescete che è ora davvero.

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