Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Personale/Politico, R-Esistenze

Lettera di un uomo trans all’ancien régime sessuale

 

di Paul B.Preciado, filosofo

Articolo pubblicato il 15/01/2018 su Libération (traduzione di Elisabetta Garieri)

 

Signore, signori e gli altri,

Nel bel mezzo del fuoco incrociato delle politiche sulle molestie sessuali, vorrei prendere la parola come contrabbandiere tra due mondi, quello «degli uomini» e quello «delle donne» (due mondi che potrebbero benissimo non esistere ma che certi si sforzano di tenere separati con una sorta di muro di Berlino del genere) per darvi delle notizie dalla posizione di «oggetto smarrito» o meglio di «soggetto perduto» nella traversata.

Ora non parlo come uomo appartenente alla classe dominante, di quelli a cui si assegna il genere maschile alla nascita, educati come membri della classe di governo, a cui si concede il diritto o meglio dai quali si esige (è una chiave d’analisi interessante) che esercitino la sovranità maschile. Non parlo neanche come donna, dal momento che ho volontariamente e intenzionalmente abbandonato questa forma d’incarnazione politica e sociale. Io mi esprimo come uomo trans. E inoltre non pretendo, in alcun modo, di rappresentare un qualsivoglia collettivo. Non parlo e non posso parlare né come eterosessuale, né come omosessuale, anche se conosco e abito entrambe le posizioni, perché quando si è trans, queste categorie diventano obsolete. Parlo come transfuga del genere, come fuggitivo della sessualità, come dissidente (a volte maldestro, perché mancante di codici prestabiliti) del regime della differenza sessuale. Parlo come auto-cavia della politica sessuale facendo l’esperienza, non ancora tematizzata, di vivere da entrambi i lati del muro e, a forza di scavalcarlo ogni giorno, comincio a non poterne più, signori e signore, della rigidità recalcitrante di codici e desideri che il regime eteropatriarcale impone. Lasciatemi dire, dall’altro lato del muro, che la cosa è ben peggio di quel che la mia esperienza di donna lesbica mi aveva permesso di immaginare. Da quando abito come-se-fossi-un-uomo-nel-mondo-degli-uomini (cosciente di incarnare una fiction politica), ho potuto verificare che la classe dominante (maschile e eterosessuale) non abbandonerà i suoi privilegi perché noi twittiamo molto o emettiamo qualche grido.

Dal tempo degli scossoni della rivoluzione sessuale e anticoloniale del secolo passato, gli etero patriarchi si sono imbarcati in un progetto di controriforma – raggiunti ormai dalle voci «femminili» che desiderano continuare a essere «importunate-infastidite». Sarà la guerra dei mille anni questa– la più lunga delle guerre, sapendo che riguarda le politiche della riproduzione e i processi attraverso i quali un corpo umano si costituisce in quanto soggetto sovrano. Di fatto, sarà la guerra più importante, perché in gioco non ci sono il territorio né la città ma il corpo, il piacere e la vita.

Robocop e Alien

Ciò che caratterizza la posizione degli uomini nelle nostre società tecnopatriarcali e eterocentrate, è che la sovranità maschile viene definita attraverso l’uso legittimo delle tecniche della violenza (contro le donne, contro i bambini, contro gli uomini non bianchi, contro gli animali, contro il pianeta nel suo insieme). Potremmo dire, leggendo Weber con Butler, che il maschile è per la società quel che lo Stato è per la nazione: il detentore e l’usuario legittimo della violenza. Violenza che si esprime socialmente sotto forma di dominazione, economicamente sotto forma di privilegi, sessualmente sotto forma di aggressione e di stupro.

La sovranità femminile è legata al contrario alla capacità delle donne di generare. Le donne sono sessualmente e socialmente assoggettate. Solo le madri sono sovrane. In questo regime, la mascolinità si definisce necropoliticamente (con il diritto degli uomini a dare la morte) mentre la femminilità si definisce biopoliticamente (con l’obbligo per le donne di dare la vita).

Dell’eterosessualità necropolitica si potrebbe dire che è qualcosa di simile all’utopia dell’erotizzazione dell’accoppiamento tra Robocop e Alien, pensando che, con un po’ di fortuna, uno dei due ne uscirà appagato…

L’eterosessualità non è solo un regime di governo, come dimostra Wittig: è anche una politica del desiderio. La specificità di questo regime è d’incarnarsi come processo di seduzione e di dipendenza romantica tra agenti sessuali «liberi». Le posizioni di Robocop e Alien non sono scelte individualmente e non sono coscienti. L’eterosessualità necropolitica è una pratica di governo che non è imposta dai governanti (gli uomini) alle governate (le donne), ma piuttosto un’epistemologia, che fissa le definizioni e le rispettive posizioni di uomini e donne tramite una regolazione interna.

Questa pratica di governo non prende forma di legge, ma di norma non scritta, trascrizione di gesti e codici che hanno per effetto quello di stabilire, nella pratica della sessualità, una ripartizione tra ciò che si può e ciò che non si può fare. Questa forma di servitù sessuale riposa sull’estetica della seduzione, sulla stilizzazione del desiderio e sulla dominazione, storicamente costruita e codificata, che erotizza la differenza di potere e la perpetua. Questa politica del desiderio è ciò che mantiene l’ancien régime «sesso genere» in vita, malgrado tutti i processi legali di democratizzazione e di empowerment delle donne. Questo regime eterosessuale necropolitico è degradante e distruttore tanto quanto lo erano il vassallaggio e lo schiavismo nell’epoca dei Lumi.

Bisogna modificare il desiderio

Il processo di denuncia e di visibilizzazione della violenza che stiamo vivendo fa parte di una rivoluzione sessuale inevitabile, ma anche lenta e sinuosa. Il femminismo queer ha individuato la trasformazione epistemologica come condizione di possibilità di un cambiamento sociale. Si trattava di rimettere in questione l’epistemologia binaria e la naturalizzazione dei generi, affermando che esiste una molteplicità irriducibile di sessi, generi e sessualità. Oggi abbiamo capito che la trasformazione libidinale è tanto importante quanto la trasformazione epistemologica: bisogna modificare il desiderio. Dobbiamo imparare a desiderare la libertà sessuale.

Per anni, la cultura queer è stata un laboratorio d’invenzione di nuove estetiche delle sessualità dissidenti, di fronte alle tecniche di soggettivazione e ai desideri dell’eterosessualità necropolitica egemonica. Siamo in molti ad aver abbandonato da tempo l’estetica della sessualità Robocop-Alien.

Abbiamo imparato che la sessualità è un teatro politico, in cui è il desiderio a scrivere lo scenario e non l’anatomia. L’abbiamo imparato dalle culture butch-fems e BDSM con Joan Nestle, Pat Califia e Gayle Rubin, con Annie Sprinkle e Beth Stephens, con Guillaume Dustan e Virginie Despentes. Dentro la fiction teatrale della sessualità, è possibile desiderare leccare suole di scarpa, voler essere penetrato da ogni orifizio, o cacciare il proprio amante in un bosco come se fosse una preda sessuale. Eppure, due elementi differenziali separano l’estetica queer da quella dell’etero normazione dell’ancien régime: il consenso e la non naturalizzazione delle posizioni sessuali. L’equivalenza dei corpi e la ridistribuzione del potere.

Estetica dell’eterosessualità

Come uomo trans, mi disidentifico dalla mascolinità dominante e dalla sua definizione necropolitica. Difendere quel che siamo (uomini o donne) non è la cosa più urgente ma rigettarlo, disidentificarsi dalla coercizione politica che ci forza a desiderare la norma e a riprodurla. Disobbedire alle norme del genere e della sessualità è la nostra praxis politica. Sono stata lesbica per la maggior parte della mia vita e poi trans in questi ultimi cinque anni: sono lontano dalla vostra estetica dell’eterosessualità come un monaco buddista che lievita a Lhassa è lontano dai supermercati Carrefour. La vostra estetica dell’ancien régime sessuale non mi fa godere. Non mi eccita «importunare» chicchessia. Non mi interessa sfuggire alla mia miseria sessuale mettendo la mano sul culo di una donna nei mezzi pubblici. Non provo alcun tipo di desiderio per il kitch erotico-sessuale che voi proponete: dei tizi che approfittano della loro posizione di potere per dare una botta e toccare culi. Mi stomaca l’estetica grottesca e mortifera dell’eterosessualità necropolitica.

Un’estetica che ri-naturalizza le differenze sessuali e situa gli uomini in posizione di aggressori e le donne in quella di vittime (dolorosamente riconoscenti o gioiosamente importunate).

Se è possibile affermare che nella cultura queer e trans scopiamo meglio e di più, è da una lato perché abbiamo sottratto la sessualità al dominio della riproduzione, ma soprattutto perché ci siamo svincolati dalla dominazione di genere. Non dico che la cultura queer e transfemminista sfugga a qualsiasi forma di violenza. Non c’è sessualità senza ombre. Ma non è necessario che l’ombra (l’inuguaglianza e la violenza) predomini e determini tutta la sessualità.

Signori e signore rappresentanti dell’ancien régime sessuale, arrangiatevi con la vostra parte di ombra and have fun with it, ma lasciateci seppellire i nostri morti. Godete della vostra estetica della dominazione, ma non cercate di fare del vostro stile una legge. E lasciateci scopare con la nostra politica del desiderio, senza uomo e senza donna, senza pene e senza vagina, senza ascia e senza fucile.

 

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3 pensieri su “Lettera di un uomo trans all’ancien régime sessuale”

  1. “Ciò che caratterizza la posizione degli uomini nelle nostre società tecnopatriarcali ed eterocentrate, è che la sovranità maschile viene definita attraverso l’uso legittimo delle tecniche della violenza (contro le donne, contro i bambini, contro gli uomini non bianchi, contro gli animali, contro il pianeta nel suo insieme)”…cioè io sono un uomo, ed in quanto tale la “società tecnopatriarcale eterocentrata” mi legittima a violentare donne e bambini, a picchiare neri e animali e a fare del male a tutto il pianeta?!…ma forse ho capito male, vero? sì devo aver capito male…per forza…non può essere vero…

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