Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, La posta di Eretica, R-Esistenze

Prima di parlare di sex work discutiamo di significati che attribuiamo al sesso

di Silvia B.

Mia nonna, raccontava mia madre, aveva la pelle delle mani consumate dalla candeggina e dai detersivi, per tutti i panni che aveva lavato senza protezioni, perché non si usava, e poi era il suo lavoro.

Una mia conoscente, OSS di professione, dopo vent’anni a sollevare malati è stata costretta a farsi cambiare di mansione perché le erano uscite due ernie. Soffre di periodiche sciatalgie molto invalidanti, non può più sollevare pesi né fare molti sport, e rischia un intervento dal dubbio esito.

Una coppia che conosco ha lavorato per tutta la vita in un’azienda anche fino alle nove di sera e oltre. Per tutti i giorni feriali, negli ultimi quarant’anni, questi genitori si sono persi i pomeriggi dei figli, non li hanno portato al parco, non hanno fatto i compiti con loro, e tantomeno ci hanno giocato, perché arrivavano a casa troppo stanchi per qualsiasi cosa. Hanno rinunciato a leggere libri, coltivare hobby o imparare nuove cose, dividendo il poco tempo libero tra le pulizie della casa, la cura dei figli e quel che restava della loro vita di coppia.
Perché questi esempi? Perché quando si parla di sex work, una delle prima obiezioni riguarda i traumi e i pericoli cui le prostitute (e i prostituti) si espongono. Eppure il lavoro, da che mondo è mondo, è potenzialmente patogeno, per se stessi e per le proprie famiglie. Innumerevoli mansioni possono provocare malattie fisiche o psicologiche. Tale correlazione è così acclarata che, come si sa, la legge prevede addirittura elenchi di patologie per le quali non va nemmeno dimostrato il nesso causale tra il lavoro e la malattia, in quanto tale nesso si dà per scontato.
Esiste quindi una vasta parte della popolazione che, in diverse misure, immola salute, mente e soprattutto il suo preziosissimo, irripetibile tempo a una varietà di mansioni lavorative – costruendo case, pulendo e rigirando sederi, sacrificando la gioventù o i polmoni a una fabbrica. Lo fa con più o meno consapevolezza, avendo più o meno alternative a disposizione, ma in tutti i casi questa “scelta” è socialmente accettata, e le sue conseguenze sono considerate il deprecabile ma inevitabile prezzo da pagare per mantenerti in vita, se non sei nata ereditiera.
C’è un solo pezzo del proprio corpo che non può proprio essere venduto. Vendere la propria attività fisica, la schiena, i polmoni o la propria vita familiare va bene, ma vendere l’attività sessuale no. Così come l’utero. Su tutto ciò che sta attorno a una vagina (specialmente se è di qualcun altro) tutti hanno un’opinione.
Il dibattito si polarizza in fretta: “lo fanno perché sono costrette o non hanno alternative”; “ok, molte sono costrette, ma c’è chi lo fa per scelta e queste persone vanno tutelate”; “no: consapevoli o meno, ne escono tutte comunque con traumi gravi”, eccetera.
Si oppongono due stereotipi: a un estremo, una prostituta tendenzialmente straniera, ricattata e violentata da sfruttatori senza scrupoli, la quale vorrebbe scappare se solo non fosse minacciata; all’altro, una femminista iperconsapevole che magari lascia un sicuro ma noioso lavoro da impiegata per una più comoda e redditizia alternativa (n.b. quest’ultimo esempio è tratto da una mia diretta conoscenza), e quindi lo fa “per scelta”.
Ovviamente nel primo caso non ci sono dubbi sulla presenza di sfruttamento da parte di criminali. Ma da lì all’altro estremo, quello della totale libertà, ci sono molte sfumature di “scelta” possibile, e a mio avviso è nel fraintendimento di queste sfumature che si impantana il dibattito. Ci sono ad esempio coloro che non vengono effettivamente minacciate né colpite con violenza, eppure “scelgono” di prostituirsi perché sembra il modo più efficace per emanciparsi da una condizione di povertà. Così come mia nonna “sceglieva” di lavare i panni fino a rovinarsi le mani.
Una valutazione di costo-beneficio. Messa in questi termini sembra difficile considerarla una libera scelta, ma ricordiamo che scelte così poco “libere” sono quotidiane per molte persone. Senza che nessuno si strappi le vesti per questo.
Ritenete che i rischi psicofisici della prostituzione siano comunque più alti e non paragonabili all’ernia al disco? Vediamo un esempio ancora più chiaro: chi entra nelle forze dell’ordine o nell’esercito si assume volontariamente una percentuale di rischio di restare ucciso o gravemente ferito (in certi Stati, USA compresi, non è un’ipotesi così remota). In genere, nel mondo occidentale, nessuno è più formalmente obbligato ad arruolarsi: si fa “per scelta”.
“Per scelta” non sempre significa che di scelte alternative ne avevi a milioni. Certo, magari non vedevi l’ora di fare il difensore della patria, ma è anche possibile che accettare la missione in Afghanistan ti consentisse di comprare una casa più grande e che quindi il bilancio ti sia apparso favorevole, o che quella del carabiniere fosse l’unica carriera papabile nel tuo paesino del meridione, o ancora che tu abbia una personalità particolarmente propensa al rischio e all’azione e non ti renda pienamente conto di ciò che stai facendo.
Insomma, le scelte teoricamente “libere” si fanno sempre dopo un confronto con i dati di realtà, con le alternative possibili, e non sono mai prive di rischi né di limiti.
Quanto ho scritto finora è la fiera dell’ovvio, ma era necessario a creare il contesto per proporre uno spunto di riflessione, credo, meno ovvio: ovvero per mettere in dubbio che il lavoro sessuale sia INTRINSECAMENTE differente da altri lavori che presentano alcuni rischi per la salute fisica e psichica delle persone. Lavori che, nonostante ciò, vengono “scelti”, e per i quali, anche quando tale scelta è quasi obbligata per mancanza di reali alternative, nessuno si scandalizza particolarmente. Quando invece, in identiche circostanze di deprivazione, ad essere “scelta” è l’attività di sex worker, ecco che emerge il tema della costrizione.
Analogo ragionamento si applichi per le donne che accettano di portare avanti una gestazione per altri. Anche nel loro caso un certo femminismo paternalista (interessante contraddizione in termini) non vede l’ora di proteggerle dalle loro stesse scelte.
Anziché gettarsi a rispondere alla domanda “prostituzione sì/no”, vorrei invitare chi legge a fermarsi a un punto precedente del ragionamento, interrogandosi qual è il presupposto culturale su cui basa i propri ragionamenti. A tirare fuori quegli assiomi così dati per scontati da restare sempre impliciti, senza essere mai portati in superficie.
Ad esempio:
– Riteniamo che ci siano parti di noi più “degne” di altre di essere vendute o sacrificate per guadagnarsi da vivere? Vale di più la colonna vertebrale, la vagina, o il tempo libero?
– Su cosa si fonda il pensiero che il sesso, a differenza di altre nostre risorse personali, non sia vendibile? Perché vendersi a un’azienda che costringe a trasferirsi lontano dalla propria famiglia è accettabile, mentre vendere sesso e avere tutto il tempo per i propri cari non è accettabile?
– Quali significati (simbolici, emotivi…) abbiamo imparato ad attribuire al sesso? In che modo fare sesso è un’attività fisica diversa dal mangiare o dal fare una corsa?
– Esiste una gerarchia dei “traumi” sopportabili? E’ soggettiva o è egualmente valida per chiunque?
– Il sesso a pagamento è traumatico in sé, o l’eventuale trauma si genera in base al significato che ciascun* di noi attribuisce a tale attività e a una serie di elementi di contesto?
Immagino che i fronti opposti nella discussione sulla prostituzione risponderebbero in maniera diversa anche alle domande di cui sopra.
E allora, più che ribadire in mille salse la propria verità in merito al sex work, avrebbe senso (ri)aprire la discussione sulle norme e i significati che colleghiamo al sesso.
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4 pensieri su “Prima di parlare di sex work discutiamo di significati che attribuiamo al sesso”

  1. Sono d’ accordo.. magari la società fosse così civile.. è l’ umano in se che spesso rovina le cose.. invece di diffendere i deboli ci vuole mangiare sopra, e prima ti fa fare una scelta e poi ti castiga.. il problema non è il mestiere, ma chi ne fa uso dei servigi che poi da per scontato che tutte abbiamo scelto di sacrificare la vagina.. il problema è tutto qui..

  2. Le servitrici sacre del sesso esistevano anche nei tempi più antichi, vivevano all’interno di templi, poi è arrivata la morale religiosa a rovinare tutto e a renderci una società involuta, stupida e iper giudicante di tutto e tutti.
    Personalmente non ho mai lavorato in fabbrica o in altre condizioni che ritengo per me assolutamente inaccettabili, e penso che preferirei fare la sex worker (posto che non lo ritengo un mestiere per me, per carattere e per indole non sarei capace di farlo e che ci sono mille altre scelte da poter fare, così come il fare la sex worker deve essere una libera scelta sempre) piuttosto che la schiava in fabbrica o dentro un ufficio con un capo che fa il piacione e pretende che gliela dia per mantenere il posto di lavoro.
    Chissà se arriveremo ad essere persone che vivono e lasciano le altre persone vivere la loro vita facendo le loro scelte mollando finalmente l’ipocrisia che reputa il leccare un pisello o una vagina peggio che ammazzare migliaia di innocenti a sangue freddo e senza remore con la scusa di una guerra.
    Ne dubito conoscendo l’animo umano, ma ci spero.

  3. “interrogandosi qual è il presupposto culturale su cui basa i propri ragionamenti”.
    Sono praticamente d’accordo su ogni parola di questo articolo. La società schiavile greco-romana dal II secolo a C al IV secolo d C ne è la più patente dimostrazione, sia per il sesso come lavoro che per la gravidanza come lavoro.
    Ma.
    Non sarà che (parola collettiva e plurale) e la riproduzione appartengono a una sfera di discorsi difficilmente “decensurabile”? Proprio perché appartenenti all’intimità delle femmine umane. E pure dei maschi umani, ma in modo ritengo diverso dalle femmine umane.
    Ma anche questo è un presupposto culturale.
    Sicura?
    ciao r

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