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La lettera firmata da Deneuve è «espressione di antifemminismo»

Di Faustine Vincent 

Qui l’originale – traduzione di Elisabetta Garieri

Christine Bard, specialista di storia del femminismo, spiega cosa rende la lettera apparsa su Le Monde e firmata da cento donne un classico caso di «contro-movimento».

La lettera del collettivo di cento donne, tra le quali Catherine Deneuve, pubblicata il 9 gennaio su Le Monde in difesa della «libertà d’importunare», ha suscitato vive reazioni. Alcune femministe, guidate dalla militante Caroline De Haas, hanno risposto con un’altra lettera, pubblicata su Franceinfo, accusandole di «richiudere la cappa di piombo» aperta dallo scandalo Weinstein e di «disprezzare» le vittime di violenza sessuale.

Christine Bardn, storica, specialista della storia del femminismo e dell’antifemminismo, ha curato il «Dizionario delle femministe, Francia secoli XVIII-XX» (PUF, 2017) e spiega perchè la lettera firmata dall’attrice rientra nell’antifemminismo. Osserva inoltre che il movimento #Metoo è riuscito ad andare aldilà delle divisioni che attraversano il femminismo.

Come analizza la lettera di queste cento donne?

Era prevedibile che la grande presa di parola cui assistiamo da mesi per denunciare le violenze sessuali desse adito a questo tipo di reazione. Questa lettera è espressione di antifemminismo e di una azione di contro-movimento. Riprende infatti i classici argomenti presenti fin dal XIX secolo della retorica antifemminista: l’accusa di censura, di attacco alla libertà sessuale, di odio degli uomini e della sessualità, di vittimizzazione delle donne, senza dimenticare quella di totalitarismo. 

La logica di questo discorso è apparentemente meno reazionaria di quella delle correnti antifemministe classiche, perchè quel che viene messo in risalto è la libertà. Questa nozione è però manipolata per difendere la «libertà d’importunare», cioè la libertà sessuale degli uomini, e per minimizzare, o anche legittimare, i comportamenti machisti e violenti.

Le firmatarie, dai profili diversi, non si presentano come antifemministe. Ma, che lo vogliano o meno, s’inscrivono in questa corrente, che d’altra parte di rado si autonomina e si riconosce in quanto tale.

Colpisce anche la concezione naturalista della sessualità che emana dal testo, perchè essa è ridotta a pulsione selvaggia per natura. Le femministe considerano al contrario che sia la cultura a dar forma ai nostri comportamenti sessuali e che sia quindi possibile agire sule mentalità.

Come si spiega questo antifemminismo?

Il dominio maschile, che esiste da secoli, dal XIX secolo in poi è sempre più sotto attacco, in nome dell’uguaglianza dei sessi. Il femminismo è un processo rivoluzionario in corso, ma fragile, che cambia e cambierà le nostre società da cima a fondo. Esso modifica per esempio la rappresentazione che abbiamo della sessualità, i nostri fantasmi e comportamenti. Un cambiamento tanto importante non può essere accolto all’unanimità. Si tratta necessariamente di un’evoluzione contrastata, che provoca reazioni passionali.

Quando pensiamo alla virulenza delle opposizioni al diritto delle donne di andare in bicicletta alla fine del XIX secolo o al loro diritto di voto, oggi abbiamo il sorriso sulle labbra. Tra cinquant’anni troveremo di sicuro allucinante il dibattito su questa tribuna e il fatto che si sia potuta negare a questo punto la quotidianità della violenza sulle donne.

É sorpresa dal fatto che la tribuna sia firmata da donne?

No, perché ci sono sempre state donne antifemministe, che hanno avuto paura dei cambiamenti e hanno considerato pericolose le rivendicazioni femministe. Le resistenze non stanno solo nella testa degli uomini, ma anche in quella delle donne. É un lavoro considerevole, il tentativo di comprendere i nosri costumi sessisti…

Il femminismo fa paura, perchè sconvolge i modi di pensare, di vivere, di esprimersi e interroga gli schemi «di genere» che fabbricano le nostre identità. Oggi troviamo ammirabili le suffragette britanniche. Ma all’epoca, la maggioranza delle donne era ostile alle loro manifestazioni. Allo stesso modo in Francia, alla fine del XIX secolo, la maggior parte delle femministe erano ancora contrarie al diritto di voto per le donne!

Per parte sua, la lettera delle cento donne se la prende con il fantasma di un femminismo matrigna, che impedirebbe di godersela e guasterebbe il gioco con gli uomini. Ma le femministe evidentemente non sono contro la libertà sessuale. Tra l’altro, senza di loro, di quale libertà sessuale parleremmo oggi? É a loro che dobbiamo la contraccezione, la libertà di aborto, l’educazione sessuale, la critica della norma eterosessuale, e questa rivoluzione sessuale d’ispirazione femminista è d’altra parte ben lungi dall’essere completata.

Lei distingue tre ondate storiche nel femminismo, che corrispondono a tre cicli di mobilitazione. Con il movimento #Metoo, assistiamo alla quarta?

No, siamo sempre nell’ambito della terza ondata, che è cominciata alla fine del XX secolo e che ha messo in primo piano le violenze sulle donne. Si caratterizza anche per una diversificazione delle lotte, immagine della pluralità delle nostre identità, e dall’uso di Internet, che ha modificato i modi di mobilitarsi e ha giocato un ruolo cruciale per il #Metoo.

La prima ondata, dal 1860 al 1960, s’interessava prioritariamente all’accesso allo spazio pubblico per le donne, mentre la seconda, dal 1968 fino alla fine del ventesimo secolo, ha messo la sessualità e il diritto a disporre del proprio corpo al centro delle sue battaglie. É in quel momento che anche la parola sullo stupro ha cominciato a liberarsi.

Il femminismo non è un blocco monolitico, ma raggruppa sensibilità differenti. Ha osservato dissenso rispetto al movimento #Metoo?

No, giustamente, non vedo divergenze. Le femministe hanno disaccordi molto profondi su alcuni temi, come la prostituzione, il velo o la pornografia. Ma in questo momento, la causa delle violenze sulle donne supera le divisioni, perchè riguarda tutte.

Quando il diritto di voto ha finito per essere accolto da tutte le femministe, è diventato il simbolo della loro unità. Nel caso presente, difendere una cultura non sessista nella quale le donne possano vivere in sicurezza, senza essere esposte alla paura delle violenze, è anche oggi un obiettivo che unisce.

Il fatto che la lettera delle cento donne possa essere letta come l’espressione di una corrente femminista, significa che c’è una rappresentazione del femminismo come se fosse l’espressione collettiva delle donne. Ma si tratta di un amalgama: non è perchè ci si esprime come donne che si ha un discorso femminista.

Cosa cambia il movimento #Metoo per il femminismo?

Le centinaia di migliaia di donne che hanno preso la parola non sono tutte femministe, anzi! Ma la loro parola ha una portata femminista e legittima le lotte che portano avanti le militanti da più di quarant’anni.

Quel che succede oggi è l’incontro tra il femminismo, movimento minoritario, e questa la liberazione di questa parola di cui si perde il conto. Non metteremo fine alla questione con due o tre leggi di più. Un profondo cambiamento culturale passerà in particolare dall’educazione. Non siamo che all’inizio della lotta contro il sessismo e la «cultura dello stupro».

Certo potrebbe anche sgonfiarsi: il dominio maschile non è certo stato abolito perchè è nato #metoo. Ad ogni avanzamento, il dominio si ricompone; è ciò che hanno messo in evidenza le ricerche sulla storia delle donne e del genere. Un nuovo mondo non si costruisce in un giorno e non può evitare il conflitto. É l’inizio di un movimento, non violento, ma portato avanti da un’esasperazione e un’intensità straordinarie.

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