Annunci

Le femministe possono parlare? Risposta alla lettera di Deneuve&Co

Traduzione di Elisabetta Garieri

Qui l’originale di questa tribuna apparsa stamattina (11/01/2017) su Mediapart e che costituisce la migliore risposta a quelle apparse finora in ambito francofono alla lettera di Deneuve&co e che proviene da tante donne e altre soggettività non solo bianche né facenti parte dell’establishement culturale dominante.

Il 9 gennaio 2018, all’ora in cui negli Stati Uniti, ai Golden Globes, Oprah Winfrey affermava che «Noi tutt* abbiamo vissuto in una cultura spaccata da uomini potenti e brutali. […] Ma il loro tempo è finito! É finito!», in Francia, una tribuna pubblicata da Le Monde, a firma di donne per la maggior parte bianche e borghesi (che non usano la scrittura inclusiva), viene in soccorso di questi uomini potenti, rivendicando il loro «diritto a importunare». Queste donne ci informano che, ad ogni modo, «gli incidenti che possono toccare al corpo di una donna non intaccano necessariamente la sua dignità». E che «lo stupro è un crimine. Ma..» Ma cosa? «L’approccio insistente o maldestro non è un reato, né la galanteria un’aggressione machista».

Harvey Weinstein non è, per quel che ne sappiamo, un uomo timido e maldestro, un po’ goffo, incapace di esprimere i propri sentimenti, che si ritrova in uno stato di grande vulnerabilità di fronte alle donne e che avrebbe perciò fatto qualche tentativo inopportuno di esprimere loro il proprio desiderio. Verosimilmente però, i rapporti di potere, così come i contesti politici, storici ed economici che li producono, non interessano le sostenitrici della «libertà d’importunare»che sbandierano la loro immacolata esperienza tutta personale.

Con la scusa di mettere in allerta rispetto a una possibile confusione tra molestie, stupro e seduzione, il testo produce di fatto e direttamente questa confusione. Una procedura di questo tipo era già stata messa in campo al momento dell’affare Strauss-Khan, per denunciare le derive di un puritanesimo rampante, tacciato di voler abolire quel che allora passava per un «dolce commercio tra i sessi». Un’inquietudine di questo tipo già allora era, come minimo, preoccupante rispetto ad un’accusa per violenza sessuale. Oggi è tanto più allarmante perché contribuisce a squalificare la parola di milioni di donne, di tutte le origini sociali, che scelgono di testimoniare dopo un silenzio troppo lungo e condividono le loro esperienze con gli strumenti di cui dispongono: i social. Così, se questa tribuna si presenta come un appello ad essere vigili e come un’impresa di liberazione morale, di fatto contribuisce solo ad una cosa: riconfermare il potere dei dominanti, suonando un campanello di richiamo all’ordine conservatore.

Allo stesso modo, invocare lo spettro della censura, quando quel che era sempre stato taciuto viene enunciato ed esplicitato è una strategia d’inversione della violenza: le vittime sarebbero dunque, agli occhi delle 100, i carnefici.

Le firmatarie della tribuna di Le Monde hanno anche solo letto ciò che qualificano come una campagna di «delazione» o ancora, senza alcun timore di esagerare, di «ondata di purghe»? Si sono prese anche solo la briga di ascoltare quel che hanno vissuto queste donne? In tutte le testimonianze apparse negli Stati Uniti, in Francia e altrove in seguito all’affare Weinstein, si parla di violenza, paura, terrore e vergogna. Ovunque, queste donne affermano di non confondere i rapporti sessuali e la seduzione consenzienti con i gesti e gli insulti subiti.

Dunque, da che parte proviene la confusione? Senza dubbio è maggiormente in azione tra quelle che pensano di vedere una tendenza ad uniformare molestie e «approccio pesante». E non riusciamo ad imputare un tale controsenso solo all’ignoranza delle situazioni. In questo controsenso sta una deliberata volontà politica: negare la permanenza delle violenze sessuali e sessiste, soprattutto quando riguardano uomini di potere, perpetuandosi così negli ambienti privilegiati.

Squalificare la leggitimità della lotta contro le molestie, con il pretesto di voler salvare il piacere di un certo accordo tra i sessi à la française, consiste nel salvare la comodità di un sistema, che protegge le posizioni di potere tra i sessi e nel quale queste donne hanno una voce socialmente udibile e mediaticamente autorizzata. All’ora in cui in America alcune donne di potere dell’industria culturale, della ricerca e delle nuove tecnologie mettono i loro privilegi al servizio delle donne più precarie (lavoratrici povere, donne razzizzate[1], donne in situazioni di handicap) con il lancio della campagna «Time’s Up», un centinaio di loro omologhe francesi scelgono di costituire un fronte contro la giustizia sociale.

L’eccezione culturale francese è in questo caso solo un pretesto, che permette di riciclare l’accusa di «puritanesimo»: un grande classico dell’antifemminismo francese di cui il testo riprende tutte le scorciatoie. Sedicente invenzione statunitense, il femminismo condividerebbe una delle principali bizzarrie di questa società: il puritanesimo e la pudibonderia. Le femministe quindi si opporrebbero agli uomini e alla libertà sessuale come se fossero le più virtuose. Ma di quale libertà sessuale si parla esattamente? O meglio, a beneficio di chi essa agisce? Chi gode dell’imperiosità del desiderio maschile? Dove si esprimono e si sviluppano il desiderio e il piacere delle donne? A chi è rivolta sempre l’offesa? Chi è sistematicamente importunat*? Nessuna risposta a queste domande da parte delle firmatarie della tribuna, se non in un quadro eteronormato e molto codificato, che finisce per lasciare poco spazio all’invenzione e all’inversione, per quanto le autrici del testo si lamentino di subire l’intimazione a parlare «come si deve». Il puritanesimo non si colloca necessariamente là dove crediamo…

D’altra parte, parte integrante di una strategia ben conosciuta, è anche il fatto che il testo sia redatto da donne: opporre alle femministe altre donne che, loro no!, non cedono alla vittimizzazione.

Ritroviamo qui un gesto argomentativo ricorrente, che punta a squalificare la rivendicazione di uguaglianza lasciando intendere che quell* che la portano avanti esagerano, vanno «troppo in là» o sono «degli estremisti». Ma questa classica modalità di delegittimazione dei gruppi minoritari (che ritroviamo in particolare per squalificare le modalità d’azione dei gruppi razzizzati) serve principalmente a sviare lo sguardo dalle logiche d’inuguaglianza che strutturano la società. Invece di riconoscere che certi gruppi sono oggetto di trattamenti inegualitari, fanno portare il torto sulle spalle di coloro che questi comportamenti li subiscono, li indicano, sottolineano come questo stato di cose sia il prodotto di una storia, offrendo così la possibilità di rimettere in questione il perimetro di evidenze su cui riposa l’ordine politico e sociale.

Testimoniando sui social, queste donne hanno al contrario fatto una scelta politica: quella, precisamente, di smarcarsi dallo status di vittime silenziose e isolate al quale erano state assegnate fino ad allora, per partecipare a un sollevamento collettivo e internazionale. In qualunque critica di un ordine prestabilito sta un atto rivoluzionario e il carattere spontaneo delle testimonianze apparse su internet rivela anche che si tratta in questo caso di un movimento di autodifesa.

Si capisce allora che questa unione di donne passi per essere tanto pericolosa che sia necessario mandarla in frantumi, in particolare denigrandola sia come a-politica (sono delle isteriche piagnone) sia come troppo politica (fanno la guerra agli uomini). Questa radicale ignoranza del progetto femminista salta agli occhi precisamente qui, dove le firmatarie della tribuna di Le Monde scrivono: «In quanto donne, non ci riconosciamo in questo femminismo che, al di là della denuncia degli abusi di potere, prende il volto dell’odio per gli uomini e per la sessualità». Come ci ricorda la femminista nera bell hooks in «Feminism is for Everybody» (Il femminismo è per tutti) nel 2000: «Il femminismo è un movimento che punta a porre fine al sessismo, allo sfruttamento sessista e all’oppressione. […] Questa definizione […] enuncia molto chiaramente che il movimento non è anti-maschio. É chiaro che il problema è il sessismo».

Il giudizio sul corpo delle donne, sul suo muoversi nello spazio pubblico e il suo controllo istituzionale sono la chiave di volta dei movimenti conservatori da secoli. Ancora oggi, il preteso binarismo «originario» e «biologico» dei sessi maschile e femminile viene riaffermato con vigore per ricondurci ad un ordine di genere che non sconvolga gli assunti del patriarcato.

La nostra risposta è un’apertura a tutte le voci che non sono riducibili a un’unica e ai punti di vista che non saremmo capaci né di appiattire né di uniformare. Abbiamo voluto reagire con urgenza a una retorica reazionaria, che ci sembra ancor più pericolosa e nefasta perché, ancora una volta, si ammanta di libertà.

Apriamo la voce!

Autrici: 

Hourya Bentouhami, filosofa
Isabelle Cambourakis, editrice
Aurélie Fillod-Chabaud, sociologa
Amandine Gay, regista
Mélanie Gourarier, antropologa
Sarah Mazouz, sociologa
Émilie Notéris, autrice e teorica queer.

Firmatarie:

Cécile Chartrain, militante féministe et lesbienne
Nadia Yala Kisukidi, philosophe
Myriam Marzouki, metteuse en scène
Elisabeth Lebovici, critique d’art
Natasa Petresin Bachelez, curatrice indépendante
Zeynep Jouvenaux, programmatrice
Laura Huertas Millan, réalisatrice et artiste
Claire Jude-Fercak, auteure
Ingrid Therwath, journaliste
Isabelle Alfonsi, galeriste
Valérie Gérard, philosophe
Mylène Ferrand, chercheuse
Déborah Neuberg, créatrice de mode et membre de l’A.G. me too
Martina Avanza, sociologue
Éléonore Lépinard, politiste
Armelle Andro, démographe
Audrey Célestine, sociologue
Eva Husson, auteure-réalisatrice
Laura Quérol, auteure
Marie Laure Geoffray, politiste
Poussy Draama
Chloé Pathé, éditrice
Judith Bernard, metteure en scène, enseignante, journaliste
Laure Wolmark, psychologue
Pomme François-Ferron, étudiante
Val Grandgirard, étudiant.e en philo, militant.e queer
Fanny Durand, artiste plasticienne
Julie Maroh, autrice dessinatrice militante
Catherine Brunetti
Mélodie Nelson, autrice et chroniqueuse
Anne Montel, autrice BD et Illustratrice
Aurélie Neyret, autrice illustratrice
Laurence De Cock, historienne
Mallaury Bolanos, étudiante
Anne Verjus, Directrice de recherche au CNRS
Clémence Allezard, journaliste, militante LGBT
Julie Crenn, Curatrice
Jessica Hannoun, étudiante militante
Camille Franger, juriste
Virginie Greiner, scénariste de Bande Dessinée
Gabrielle Jousse
Charlotte de Bruges, blogueuse moche
Anaïs Clech, éducatrice spécialisée
Lucile Durand, assistante sociale
Bénédicte Mathieu
Marie Gloris Bardiaux-Vaïente, autrice et historienne
Laetitia Coryn, autrice BD et comédienne
Elena Moaty, artiste peintre
Laura Le Brasseur, activiste pour la convergence des luttes
Marie Labory, journaliste
Jeanne Sierra, ambulancière
Pauline Clochec, étudiante
Linda Trime, photographe et vidéaste
Valentine Pasche, autrice de Bande Dessinée
Rosa Deluxe, cuisinier·e, militante gouine féministe
Anne-Laure Pineau, journaliste
CLEF Mirail, Collectif Féministe des étudiantEs du Mirail
Mona Bismuth, éditrice
Mélodie Fournier, bijoutière
Aline Namessi, étudiante en psychologie clinique
Marion Cazaux, étudiante en histoire de l’art contemporain, militante féministe & queer
Céline Bouënnec, femme trangenre et infirmière
Farah Cherif Zahar, philosophe
Amélie Wallerant, militante
Anne Grand d’Esnon, étudiante en Lettres, militante féministe
Véronique Symon, militante droits des minorités
Eliz Murad chanteuse et bassiste du groupe Teleferik
Jeanne-A Debats, autrice, professeure
Emilie Hanak, musicienne
Alix Hugonnier, curatrice
Mathilde Hanse, écoutante
Joan Deas, politologue
Krystel Wanneau, doctorante, Université Libre de Bruxelles
Vanina Mozziconacci, philosophe
Isabelle Mornat
Léa Balage, co-secrétaire EELV Île-de-France
Élodie Petit, artiste et poète féministe
Claire Maugendre, autrice et scénariste
Chloé Devis, journaliste
Iris Brey, critique et universitaire
Ikram Douazi, orthophoniste et Queer
Ines Slim, mouvement #metoo
Léa Lootgieter, journaliste
Barbara Legault
Sabrina Mezouar, assistante sociale
Louise Virole, doctorante en sociologie
Pauline Delage, sociologue
Judith Silberfeld
Céline le gouail, artiste, militante queerféministe
Gwen Fauchois, activiste et blogueuse
Michela Frigolini
Viviane De Deuxef, féministe
Muriel Denèfle, doctorante
Clémence Bonnet, brodeuse militant
Laura Lina Vincent
Anne Morvan, professeure de philosophie
Ariane Jousse, professeure de Lettres, écrivain
Emmanuelle Charvet
Mael Le Bars,militant-e queer,  prof
Emilie Hallard, photographe et éditrice
Amélie Julliot-Ducouret, Enseignante
Louna Pantoponne, militante queer féministe
Nathalie Aynié, écrivain
Floriane Borel, militante féministe
Alexandra Picheta, étudiante en genre, militante féministe et queer
Nina Col
Nadia Moulay
Juliette Ilher Meyer, journaliste
Sarah Ilher Meyer, curatrice
Delphine Leres, auto-entrepreneure artisane bijoutière, militante convergence des luttes
Carole Maurel, autrice de Bande Dessinée
Anna Faou, fraichement diplômée en étude de genre.
Léa Cousin, étudiante, militante féministe et queer. Laurence Mamin, éducatrice spécialisée
Tiphaine Jézéquel, Mathématicienne
Maïc Batmane, artiste dessinatrice et féministe
le collectif anonyme , collectif anarchofeministe
Rose Ndengue, afroféministe, doctorante en histoire
Rose Butch, artiste
Cathou Wallemacq, grosse, queer, féministe
Amarantha Bourgeois
Lucie Rondou, journaliste
Muriel Douru, autrice et illustratrice
Yasmina Tobbeche, enseignante
Géraldine Franck, militante égalitariste
Nina Capmas, étudiante féministe
Anick-Marie Bouchard, blogueuse et autrice
Christine Webster Compositrice, chercheure co-fondatrice de Polyphones
Barbara Elbène, travailleuse du sexe
Emilie Jouvet, réalisatrice Carole “Nephyla” Thivolle, autrice de bandes-dessinées
Anaïs Bohuon, Maîtresse de conférences  HDR Université Paris Sud
Viviane Pougaud
Gaëlle Decombes, militante queer et présidente de l’association OUT’rageantEs
Sam Bourcier
Stéphanie Resche, avocate
Frédérique Clémençon, enseignante et écrivaine
Marianne Niosi, militante féministe
Livia Verton, féministe antiraciste panafricaniste
Hoder, TPG féministe
Marie-Ange Rousseau, illustratrice et autrice BD
Déborah Ribot
Delphine Lacombe, sociologue, chargée de recherche CNRS
Sonia Eguavoen, sage femme
Charlotte Bousquet, autrice et scénariste
Yara Jamali Elo, journaliste
Noémie Sauvage, attachée de presse
Jeanne Puchol, autrice de Bande Dessinée
Marcia Burnier, assistante sociale
Mariane Bellanger, Fondation Maison des Sciences de l’Homme
Corinne Carnevali ,éducatrice spécialisée et formatrice
Emilienne Heddache, Conseillère Principale d’Éducation
Chloé Leboeuf, étudiante en psychologie, féministe & LGBTQI+ friendly
Leila H., activiste, créatrice de la page Check Tes Privileges
Karin Levitre, professeure de Lettres
Déborah Guy, doctorante
Juliette Lancel, historienne et photographe
Émilie Voisin, linguiste
Silyane Larcher, politiste
Anne-Cécile Caseau, doctorant.e
Mathilde Larrère, historienne
Marie Béjannin, cadre RH
Zahra Ali, militante féministe, Professeure assistante à Rutgers University-Newark
Sandrine Musso, anthropologue
Fatima Ali, artiste et militante féministe, Doctorante à Paris-Nanterre
Sam Szymanski, graphiste-illustratrice
Sylvia Besseas,  étudiante
Rim Jamali
Noomi B. Grüsig, traductrice et éditrice
Sophie Frammery
Caroline Izoret-About, secrétaire de rédaction
Vanessa Caru, historienne
Lila Clairence, autrice et metteure en scène
Carmen Pedocchri-Ferrer, étudiante
Camille Foubert
Christelle Da Cruz, assistante sociale et auteur
Perrine Clabaux, communicante
Nadia Kaici
Aurélie Barbier, urbaniste
Anna Euvrard
Collectif féministe Gras Politique
Fanny Lopez, historienne, chercheuse
Sabrina Melenotte, anthropologue
Audrey Royer
Vikken, activiste trans
Flore Guiffault
Ilana Eloit, doctorante en études de genre
Delphine Rieu, autrice et éditrice
Tatiana Todeschini, illustratrice et militante féministe
Giulia Tognon
Geneviève C. Ferron , chorégraphe, Montréal, Qc, Canada
Valérie Caillon-Gervier, artiste
Sarah Lévénès
Norah Benarrosh-Orsoni, anthropologue, Ehess
Hélène BOLAMOH, militante afroféministe
Marie Moinard, Autrice et Éditrice féministe
Audrey Racine, journaliste
Clémence Moreau, psychologue féministe
Anne Plaignaud, philosophe
Laure Vericel, militante féministe
Sarra Majdoub
Monique Maitte, Collectif SDF Alsace – Femmes sans-abri
Laure Salmona, militante féministe
Lallab, association féministe et antiraciste.
Ndella Paye
Anaïs Bourdet, fondatrice de Paye ta shnek
Maeril, illustratrice & activiste
Ynaée Benaben, fondatrice d’En Avant Toutes et responsable des programmes
Louise Delavier, responsables des programmes d’En Avant Toute(s)
Cornelia Schneider, travailleuse sexuelle

 

[1]   Per capire questo termine utilizzato e rivendicato dalle stesse persone oggetto di razzismo riporto la definizione che ne dà Françoise Vergès nel suo libro Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation, féminisme (Albin Michel Parigi 2017): «se, evidentemente, la « razza» non esiste, alcuni gruppi e individui sono oggetto di una «razzizzazione», cioè di una costruzione sociale discriminante, marcata dal negativo, attraverso la storia. I processi di razzizzazione sono i diversi dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – attraverso i quali le persone e i gruppi sono etichettati e stigmatizzati. « Razzizzata»/ « Razzizzato» non è quindi una nozione descrittiva ma analitica. La razzizazione, abbinata al genere e e alla classe, produce delle forme specifiche d’esclusione. Lo schiavismo coloniale gioca un ruolo cruciale nei processi di razzizazione, nella misura in cui bisogna giustificare il fatto che tutti gli schiavi sono degli Africani neri, e i proprietari di schiavi, dei Bianchi»

>>>^^^<<<

Abbatto I Muri vive di lavoro volontario e tutto quello che vedete qui è gratis. Aggiornare e gestire questo spazio è un lavoro che costa tempo e fatica. Se mai vi passasse per la mente di esprimere la vostra gratitudine basta un obolo per un caffè (alla nocciola). :*

Donate Now Button
Grazie davvero a chi vorrà contribuire alla causa!
Annunci

Comments

  1. bel titolo…che si ritorce praticamente contro a chi lo ha scritto. a quanto pare un certo gruppo di femministe non può parlare, ma non perché non ha voce, ma perché chi ha il potere di far discorsi non ascolta i loro, loro che sono troppo bianche, loro che non vogliono vedersi tutta la vita come vittime di qualcosa, loro che seppure abbiano ripetuto in quella lettera fino allo sfinimento che distinguono tra molestia e violenza (e che condannano entrambe) ma che non vogliono che la loro vita sia definita in eterno da quello che hanno subito, comunque vanno giudicate e “fatte tacere”, nel senso che tutti i loro argomenti vanno snaturati o reinterpretati. Continuiamo a giocare a guardie e ladri, o se preferite, a vittime e carnefici. Ha funzionato da dio fin qui no?

Trackbacks

  1. […] AA.VV.,”Le femministe possono parlare? Risposta alla lettera di Deneuve&Co”, abbatto… […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: