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Difendevo le vittime di violenza. Sono diventata una carnefice!

Lei scrive:

Cara Eretica, è da tanto che seguo il tuo blog, sono una trentenne, catapultata al Nord a 19 anni inseguendo un sogno scappare da una realtà di provincia con la “scusa” di studiare all’Università.

Nel mio paesino del Mezzogiorno, tutti sapevano tutto, non c’erano segreti, gli occhi e le voci della gente erano ovunque persino dietro le imposte chiuse. Io ero vista come un’extraterrestre perché mio padre, molto rigido, aveva comprato il motorino dopo aver passato un anno intero a lavorare nell’azienda di famiglia.

Il paesello mi stava stretto, le regole di mio padre mi opprimevano, convivevo quotidianamente con un senso di asfissia costante: dovevo ritirarmi presto la sera, non potevo salire nella macchina dei miei amici, non potevo portare una gonna da sopra al ginocchio, niente piercing, niente tatuaggi, non potevo truccarmi… e cose di questo genere!

Non guardavo il mio corpo e non lo curavo per paura della sua disapprovazione, delle sue urla e dei suoi schiaffi, perennemente ero mortificata: dal liceo sono sempre stata un po’ in sovrappeso, era una forma di resistenza non curavo il mio corpo e con la mente pianificavo la fuga… sognando una vita libera altrove. Volevo vivere, essere libera, andare in giro fino all’alba, bere una birra con gli amici, andare in discoteca a ballare, d’altronde ero poco più di una ragazzina. All’epoca ero fidanzata o peggio ancora ero solo stupidamente innamorata di un ragazzo di qualche anno più grande, salvo poi capire che lui di me non se fregava nulla.

Tuttavia, studiavo molto perché avevo capito che l’unica alternativa sarebbe stata l’università, così mi diplomai a pieni voti e poi convinsi tutta la mia famiglia che studiando al Nord avrei avuto maggiori opportunità di carriera. Tutto sommato gli anni dell’università sono volati in fretta: laurea a pieni voti con annessa lode, sempre in prima fila in manifestazioni e contestazioni sempre dalla parte degli ultimi e delle ultime. Ogni volta che tornavo al paesello, toccavo quel divario fra la mia vita e la mia terra, bastava una chiacchierata con le ex compagne di classe e ogni volta che ripartivo ero sempre più fiera e convinta della mia scelta di vivere altrove.

Sarà per questo, che negli anni universitari mi sono interessata di donne, di femminismo, dei deboli, avevo un conto aperto e volevo saldarlo aiutando più persone possibili. Mi sentivo come un superstite riemerso da un mondo medioevale, dove non ero il figlio maschio e non potevo scegliere. Nel frattempo, mio padre (quello stronzo, rigido e severo) aveva tradito mia madre e lei lo ha riaccolto in casa, per mesi non sono riuscita a guardarlo in faccia, avrei voluto menarlo, mia madre aveva rinunciato a tutto per lui, ai suoi vent’anni, ai suoi desideri, alla sua vita. Io volevo essere diversa da mia madre, volevo essere autonoma, indipendente ricorrere i miei sogni, lavorare nel sociale e aiutare gli altri.

Come dimenticare che nei primi anni fuori a quel senso di asfissia era stato sostituito dal perenne senso di colpa, per mio padre il divertimento è un sacrilegio e per me era sempre difficile lasciarmi andare e divertirmi (non solo sessualmente): il dovere veniva sempre prima. Pian piano però la mia strategia di emancipazione dava i suoi frutti, complice qualche bicchiere di buon vino! Addirittura durante l’università ho preso casa da sola: il sogno era realizzato, ero finalmente libera o almeno lo pensavo.

Ora ho trent’anni, vivo e lavoro nella città in cui ho studiato, ho un ragazzo che mi ama, nonostante da un anno non viviamo più nella stessa città per ragioni di lavoro. Ma improvvisamente, l’altra sera in preda ad una scenata di gelosia, ho mollato un schiaffo al mio ragazzo, io, che ho sempre difeso le donne contro la violenza, mi sono ritrovata improvvisamente in quel vortice di un passato remoto, che è ritornato. Io non ho mai tollerato il sistema patriarcale, ho lottato per anni per l’autodeterminazione di tante e tanti: mi sono ritrovata dalla parte del carnefice. Io sono diventata il carnefice.

Ero impazzita in preda ad un “raptus” di gelosia, gli ho menato un altro ceffone mentre lo facevo sono crollata. Avevo paura di perderlo, lui è diverso da mio padre, lui mi ascolta, lui non alzerebbe un dito contro di me, lui mi sta vicino, lui è l’uomo che vorrei avere come padre dei miei figli. Ma non me lo perdonerò mai.
Perché ti scrivo la mia storia? Forse per avere una parola di conforto, forse per sfogarmi, non lo so. Sono molto confusa e preferisco rimanere anonima.

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Comments

  1. Ciao! Ci sono passata… Manifestazioni, femminismo… E una relazione violenta da entrambe le parti, ma se contiamo gli schiaffi direi quasi che ne ho dati più io. Una volta un(a) passante ha chiamato la polizia, immagino credesse di vedere un uomo violento, invece lui mi teneva i polsi perché volevo menarlo ed ero a terra perché provavo a dargli dei calci. Per rendermi conto dele mie responsabilità (occhio, non colpe, e penso lo stesso di lui) avevo dovuto leggere un blog che tempo dopo scoprii essere scritto proprio da eretica. Il link lo trovi qui: storia del personaggio Marina che ragiona non di uomini violenti ma di relazioni violente: https://abbattoimuri.wordpress.com/category/finchemortenonvisepari/

    Se vi amate parlatene, fate rete con la donna che scriveva qualche giorno fa, prova la psicoterapia, non sentieti in colpa ma prova ad analizzare il tutto per capire come non ripeterlo! Sorrisi 🙂

  2. Sentire di aver sbagliato è il primo passo per rendersi conto di quanto la violenza sia assurda. Non credo che sei una carnefice, sei stata solo coinvolta in un raptus e hai reagito usando l’istinto, ma la violenza è ben altra, anche se comincia con un ceffone.

  3. Non sono d’accordo Aida. Allora sono raptus anche i femminicidi? Sono violenza. Brava questa donna che l’ha capito (anche se sono d’accordo con te che non è una carnefice) e che cerca un modo non (auto)punitivo di affrontare la cosa

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