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Ridere delle mamme ignoranti? Lo ero anch’io. Ora ridete!

Stiamo prendendo in considerazione l’idea di analizzare, se di analisi si tratta, il perché e il percome sia così semplice far ridere il proprio pubblico giocando sull’ignoranza delle “mamme” piuttosto che andare a fare una intervistona dalla quale trarre poi varie scene di non-risposte, quasi sempre, quando chiedi ad un uomo “sai in cosa consiste una gravidanza e in che consiste il parto?”

Capisco la satira, anche se preferisco quella politica a quella che piglia per il culo un esercito di signore che ieri e l’altro ieri e domani e dopodomani hanno generato e genereranno te e te e te e te, fottuto stronzo, che alla fine ti pigli il pacco premio e ti vengono giù le lacrimucce ma di quella fatica fisica e di quel dolore assurdo non puoi saperne davvero un cazzo.

Orsù dunque. Esortando chi vuole fare la differenza a cercare risposte per queste mamme che non sanno molte cose, che sia vero o meno, o a richiedere, che so, educazione sessuale per le scuole obbligatoria per tutt*. Perché a volere che la retorica sul materno, l’esaltazione del materno, le mille cazzate sulla maternità pulita, indolore e facile (sarà anche così per alcune ma non per tutte), continuino a circolare impunemente forgiando altrettanti veicoli e veicolesse di cultura patriarcale (del patriarca che vorrebbe ancora il controllo sull’utero materno, con divieti di aborto, obiezione di coscienza e affini) non sono mica le mammine.

Non sono nate così: sono state addomesticate alla beatitudine della madonna, la martire beddamatresantissima che gioisce e mai rivendica. Si sentono in colpa e si vergognano di non voler fare le mamme e per fare gruppo, branco sociale, quando si ritrovano insieme, se ci fate caso, piuttosto che decostruire (altroché distruggere) il linguaggio, la semantica, la cultura della beddamatresantissima addulurata, per prima cosa ti dicono che sono felicerrime di essere madri. Poi, basta un solo attimo in cui ti distrai, ti scappa una roba tipo: forse sono incinta… ma forse, e queste donne si trasformano in sceneggiatrici di soggetti horror. Non c’è parto più orrorifico del proprio. Non c’è nulla di più sadico di quel che hanno subito. E la parte bella è che dicono la verità.

Dunque se dapprima ti rompono le ovaie con domande del tipo “e quando fai un figlio? quando sforni un nipotino? quando sgravi per la beatitudine dei nonni?” poi sono possedute dalla santa madre del terrore e fanno di tutto per dirti, senza mai ammetterlo, di levarci mano, di non fare figli, di non farli e basta. Allora tu rispondi: dunque me lo sconsigli? E rieccole in posa da madonne in fase di possessione mistica, droghe pesanti o non so cosa, che ti dicono “ma noooo, siamo sopravvissute tutte, avviene da secoli, fare figli è b.e.l.l.i.s.s.i.m.o.”. E che culo! Allora fanne due anzi tre anzi dieci o 11 e fai una squadra di pallone completa di giocatori di riserva.

Stai a sentire la ministra che invoca la santa dea della fertilità e intende convincere tutte le donne che fare figli è bene, anche se poi le madri vengono licenziate ancora prima di concepire un figlio. Le riconoscono dall’odore. A me hanno chiesto se avessi intenzione di avere figli quando quasi prossima alla menopausa avevo già prole adulta. Non ti credono. Vogliono che tu mostri loro l’otturazione alle tube di falloppio. A falloppiopoli ‘ste cose le sappiamo bene. Quelli che ridono di donne fatte di ossitocina sanno queste cose?

Ad ogni modo questo è parte del sapere che si tramanda di donna in donna, con parole che non vengono dalla scuola di anatomia applicata o della metanfisiotonomia ragionata che hanno certamente frequentato quei e quelle saputon* che commentano i post di Distruggere. Non lo sapranno scrivere e neppure comunicare in modo decente ma sanno come si fa a fare sopravvivere un bambino alla prima settimana dopo il parto. Vi assicuro che non è poco. Sanno di che pianto è fatto il pianto dei loro figli. Come e perché un bambino fa quel verso o invece l’altro. Distinguono uno ‘nguè di mal di stomaco da uno ‘nguè da pannolino pisciatissimo. Si ritagliano tempo per sopravvivere, specie durante il primo mese di vita dei figli, quando piangono o stanno troppo in silenzio o non sai se quel che vedi, la perfezione in ogni centimetro di pelle – perfezione in senso anatomico, giusto per non fare body shaming alla nascita – è duratura o dopodomani quel bambino mostrerà di avere problemi di salute, disabilità. Questo è il terrore più grave di molte delle donne con cui mi sono trovata a parlare mentre scorreva la loro gravidanza.

Se sapevano tutte dei tanti metodi contraccettivi esistenti? Non lo so. Forse si e forse no, ma noi pagine facebook e blog di informazione, giusto per dare una mano a colmare lacune piuttosto che riderne da snob intellettualoidi di ‘sto cazzo, siamo qui apposta per dare una mano, per pubblicare domande che possono sembrare sceme ma che esigono risposta perché, come si dice dalle mie parti, “nessuno nasce ‘mparatu”.

Dipende dai contesti, dipende dall’ambiente familiare, culturale, perfino dalle scuole in cui è proibito parlare di certe cose. Ordunque, giusto per fornirvi traccia e testimonianza della mia ignorantitudine di un po’ di anni fa, racconto alcuni aneddoti sulla mia gravidanza. Partendo dalla fine: che male, che violenza ostetrica ho subito. Voi pubblico coraggioso che ride e ride e ride, sapete che per fare un figlio c’è chi ti taglia tutto quello che trova in basso perché invece che attendere la dilatazione decide che la testa deve uscire fuori da una strada tagliata ad arte (ma anche no) da soggetti esterni? Sapete che non è vero che in tutti gli ospedali (ma chi ha detto ‘sta cazzata?) ti fanno l’epidurale? Sapete di ogni momento in cui spingi e spingi e hai il terrore di morire perché il dolore ha superato ogni soglia umana possibile?

Ok. Fine del momento splatter/horror. Ora vi racconto il resto. Diciannove anni, incinta, con famiglia ad occuparsi delle malelingue piuttosto che di me (prima ti sposi e poi ti riprendiamo in casa… matrimonio riparatore fu). No, non è successo negli anni cinquanta e neppure sessanta e neppure settanta e neppure ottanta etc. Io accurturata fui ma rimasi incinta lo stesso e in realtà volli tenerl@. Fui talmente accurturata che in sala parto mi dissero che urlavo “in italiano”.

La mia fonte di istruzione primaria, a proposito di conoscenza del corpo femminile, era una rivista sul sesso che non si trova più sul mercato. Io la compravo di nascosto e la nascondevo in luoghi improbabili altrimenti il mio babbo lo avrebbe scambiato per un porno. Mi insegnò cos’è il piacere femminile, smisi di sentirmi in colpa per la masturbazione e chiarii a me stessa che noi umane non avevamo solo due buchi ma tre. Non mi vergogno a dirlo perché non fu colpa mia ma in una breve e minuscola parentesi della mia vita anch’io credevo che il sangue mestruale e la pipì uscissero dallo stesso posto. D’altronde la pipì durante le mestruazioni veniva fuori col sangue. Non potevo fare una simile domanda all’insegnante, parente del preside, monsignore, che a scuola ci fece studiare la riproduzione di insetti, non mi ricordo che altro ma non fu granché chiaro su quella umana. Certo che sapevamo come si fanno i bambini. Lo sapevo da quando avevo tredici anni, perché lo dicevano i compagni, appassionati di fica prima di nascere, maschilismo incombeva ahinoi, ma almeno fu un po’ utile, in quel caso.

Poi mi fu chiaro da quale buco venisse fuori la pipì e lo seppi in modo abbastanza cruento. Imparai in che buco si doveva posizionare il catetere in fase di immobilità. Per il resto posso confessare che io fui incinta e un paio di volte, durante la gravidanza, mi pisciai addosso. Naturalmente ogni donna a cui chiesi lumi disse che non le era successo nulla del genere. L’infermiera alla vigilia del parto non disse niente. Tirò via le lenzuola di nascosto e facendomi sentire una merdina li gettò dentro un recipiente di plastica coprendoli con altri tessuti. Strizzò l’occhio in segno di complicità e io avrei voluto sprofondare di vari metri sottoterra.

Un’altra cosa non sapevo: perché prima del parto serviva un clistere? In che modo partorire implica il contatto tra il bambino e la merda? Lo seppi quando a culo all’aria mi tapparono l’ano per riempirmi di una roba tiepida. Dissero che mi dovevano lavare da dentro. Pareva brutto dirmi che temevano che nello sforzo schizzasse un po’ di cacca sull’occhio del ginecologo e dell’ostetrica. Nessuna mi aveva mai parlato di questa evenienza. Le mamme non passano il tempo a ricordare dettagli sporchi, sanguinolenti. Il parto spesso si preferisce ricordare con dolore ma puro, pulito, candido. In realtà di questo siamo fatte. Piscia, merda, sangue, liquidi e bona così.

Affidata a persone che non mi ispiravano granché fiducia dovetti: rinunciare a vedere i film horror o i thriller perché “lu scantu fa veniri ‘u latti acitu e ‘u picciriddu si scanta pur’iddu” (la paura fa venire il latte acido e anche il bambino si spaventa). Scientificamente dimostrato come il latte viene acido, no? Sapete che dalle mie parti, forse altrove è uguale non so, le disabilità, i ritardi mentali, cose sgradite, e le definisco tali perché erano sgradite alla società, venivano attribuite alla responsabilità materna, della madre, la quale, a sua volta, tentava di trovare delle scusanti che almeno in minima parte la rendessero assolvibile. Il latte acido come causa di malattie dei figli era una di queste scusanti.

Dovetti mangiare una testa d’aglio intera perché, passando davanti alla casa di una signora che cuoceva cose alla griglia e all’aperto, si poteva godere di un fragrante aroma di aglio. Non ho mai gradito l’aglio cotto, in piccole parti o intero, figuriamoci da crudo, perché è così che una parente acquisita lo consegnò alla mia bocca. Crudo. Intero. Schifoso. E sapete perché? Perché altrimenti alla creatura sarebbe spuntata la voglia d’aglio sulla pelle. Impossibile opporsi. La verità risiede nel credo popolare e se c’è chi non ha altre fonti di informazioni ci si affida a quel credo. Salvo poi scoprire che buscarle mentre sei incinta non viene ritenuto grave e dannoso. Ma i credi popolari, si sa, vengono ritagliati su misura attorno ai bisogni di chi ce l’ha più grande, il potere.

Dopo il parto: stavo a mezz’asta. Mezzo sdraiata e mezzo alzata. Ad ogni respiro della prole mi svegliavo. La paura di non essere all’altezza, la consapevolezza di una responsabilità tanto grande, una creatura che dipende totalmente da te, tutte queste cose non mi hanno fatto dormire per un mese e mezzo. Poi svenni. Scherzo ma anche di questo può essere fatta la maternità. Non è razionale e sicuramente non si tratta di paure basate su un sapere scientifico, ma tant’è. E dopotutto nessuno mi ha mai detto che per essere madri bisogna laurearsi in medicina con specializzazione in ostetricia e ginecologia. A voi sapienton* risulta di si?

Volevo dirvi altro, rispetto alla maniera in cui si decide di tenere nell’ignoranza le donne su molte cose. Perché lasciare che sappiano dà loro troppo potere. Non a caso il femminismo è stato una spina nel fianco di quei patriarchi che amavano tenere le donne nell’ignoranza per poter essere i soli a decidere quando e se quelle donne avrebbero dovuto fare figli. La pillola contraccettiva, il sapere delle donne, gli hanno un po’ scassato i piani a quelli lì.

Oggi potreste dire che è più facile, nell’era di internet, dove se digiti un sintomo google ti restituisce ventimila malattie, dal cancro alla trombosi e oltre, ma in realtà non lo è. Eccesso di “informazioni” significa niente informazioni. Ci si affida a notizie di terza mano, gente che affida il proprio destino a yahoo, dove si fanno le domande e rispondono in milioni senza dire alcunché di passabile. Il punto è che se non sai cosa cercare è difficile che tu scopra qualcosa. Cercare su internet è più semplice, costa meno, e certo che si può parlare di analfabetismo di ritorno ma vogliamo parlare dell’analfabetismo funzionale di chi non si fa unasoladomandauna e ride e insulta e odia e si bulla di persone sprovvedute, di gente che ha sbagliato o di chi ha un telefonino e magicamente pensa che parlarsi sul web sia come parlarsi con la vicina di casa. Invece no. Qui tutto viene visto e sentito e letto e ci sono i commentatori e le commentatrici seriali che stanno tutto il giorno lì col pollice pronto per schizzare un po’ d’odio o sarcasmo contro chiunque.

A me piace ridere, di me, per esempio. Ci metto il mio sangue, la mia pelle, le mie vicende e ne rido perché ridere sulla pelle altrui è bello, certo, quando si parla di persone che sono consapevoli delle risate che suscitano. Diversamente non trovo la cosa affatto divertente e vorrei dire, per l’appunto, che io non ne sapevo più di molte altre eppure studiavo, leggevo di rivoluzione d’ottobre in russia a 11 anni e ho letto guerra e pace a 12. Ho finito i classici della letteratura italiana a 15 e alle elementari avevo letto molte cose che neppure comprendevo. Ma se nessuno ti dà il libro giusto, se non si ritiene indispensabile dare determinate informazioni o se semplicemente non c’è nessuno a cui puoi fare domande, e parrebbe più facile farle alle persone estranee piuttosto che a chi conosci da sempre, se ti vergogni di chiedere per paura proprio di reazioni bullesche. Bisogna tenere conto di tutti i se.

Dopodiché io temo il culto new age del parto naturale in casa. Ne parlano benissimo. Forse il mio è un limite e un pregiudizio. I libri che comprai in occasione del mio parto parlavano di come fare la brava madre, come mettere un pannolino, come dare il biberon. Non mi servirono. Soldi buttati. Ma la libreria presso cui li comprai non era molto rifornita.

Sicuramente mi sconvolge che si parli di placenta come tessuto per farci cose. Ma sarà vero? Boh. Ci sono tante persone strane al mondo ma questo non vuol dire che si trovino tutte nel posto da cui qualcuno ha tratto il tal commento che tu hai pubblicato senza verificarne l’origine e la veridicità. A me interessa che le donne, madri o non madri, che vogliono figli o meno, possano scegliere liberamente. Questo avviene in Italia? Non per tutte. E se c’è chi consapevolmente sceglie e la pensa, su maternità e dintorni, tanto diversamente da me, ciò vuol solo dire, come dico da sempre, che le donne solo perché hanno in mezzo alle gambe una vagina non vuol dire che debbano pensarla allo stesso modo. Le donne non sono sempre sorelle, amiche, gentili in quanto femmine. Basta leggere la nostra pagina per capire quanto siamo consapevoli di tutto ciò.

Ma su una cosa, a prescindere dalle differenze, sono d’accordo con molte: farsi beffe di donne che non sanno, che non hanno “‘u cocciu ‘i littra” (il grammo di lettera), che non sono “arca ‘i scienza” (questa si capisce), che appartengono, alcune forse, alla (più recente) generazione di quelle che, in assenza di educazione sessuale alle superiori ancora pensano che basti lavarsi con il limone o la coca cola per non restare incinta dopo un rapporto non protetto.

Farsi beffe di donne che nella migliore delle ipotesi sono l’esempio di come la cultura italica sia in pieno ritorno del maternage cattofascista, con l’assenza di laicità nelle scuole, la valorizzazione del modello femminile dell’innocenza a gambe larghe a soddisfare il maschio italico, farsi beffe di loro significa esorcizzare l’idea che il mostro appartenga a tutt* noi. Quella cultura è frutto dell’incapacità di incidere dal punto di vista culturale, è roba nostra, la produciamo noi, e quando pensiamo solo a riderne, immaginando che sia un problema d’altri – invece tu, minchia, che competenze sgravanti che hai – non si fa altro che decontestualizzare il problema, allontanarlo dai contesti in cui esso viene definito, creato, rafforzato.

Dunque: a Distruggere dico che quando avanzerà pretesa di distruggere la cultura del cavolo che ci opprime, io sono con lui. Il fatto è che non distrugge niente. Semmai rafforza e gli piace comunque vincere facile.

A voi tutt* che ridete: sicuro che nella vostra famiglia non c’è nessun@ che abbia carenze in materia? Siete cert* che vostra madre, vostro padre, zii e nipoti, siano informati sul fatto che esiste la pillola del giorno dopo, che si resta incinta se non usi un contraccettivo, che non si uccidono gli spermatozoi usando la fiamma ossidrica in vagina? Pensateci e poi ditemi.

Update 9 gennaio: QUI la risposta o le risposte da SD & Company. QUI l’analisi del linguaggio (antifemminista) di alcun* followers di SD.

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Comments

  1. Bell’articolo! Grazie! Sto combattendo il SD da qualche settimana e mi fa piacere scoprire che non siamo così poche a provare rabbia per la misoginia, il sessismo, il discredito delle donne e della maternità che era provocando. Se ti interessa sul mio sito trovi ciò che ho scritto io.

  2. Cara Eretica,
    sto seguendo da un po’ di tempo la discussione sulla maternita` che ha luogo nel tuo blog, e devo dire che mi lascia perplessa. Vorrei spiegarti perche`. Io non ho figli e finora non li ho mai desiderati, e siccome ormai ho 30 anni non credo che cambiero` piu` idea – ma non si sa mai. Pero` ogni volta che mi sono posta la domanda se volevo un figlio o meno questa domanda ha riguardato sempre la meternita` in generale, ossia se avevo desiderio di prendermi cura di un bambino e di un adolescente. Invece mi pare che nei post pubblicati negli ultimi mesi si confonda la maternita` con la gravidanza e il parto. Anche se non sono mai rimasta incinta, mi pare che questi concetti non siano la stessa cosa. La gestazione e il parto, che sicuramente saranno per molte donne delle esperienze terribili, non esauriscono il concetto di maternita`. Io credo che raccontare quanto possa essere traumatico mettere al mondo un figlio sia certamente utile, ma non sia un criterio sufficiente a decidere se farlo oppure no… mi riferisco alle molte frasi come: “vi passa la voglia” ecc. Insomma il punto che vorrei mettere in luce e` che una volta fatto, il bambino rimane – o, almeno, cosi` mi hanno detto : )
    Quindi per decidere se il prezzo da pagare, in quanto donna, e` troppo alto, ossia se ne vale la pena oppure no, bisognerebbe mettere in conto anche tutti gli anni a venire di cura del bambino, che sicuramente hanno anche molti aspetti positivi – no? Altrimenti si rischia di dire, chesso`, vale la pena prendere la patente dell’auto o meno, pensando solo ai disagi dovuti alla scuola guida e agli esami… ma guidare la macchina e` cio` che accade dopo, mi pare.
    Un caro saluto, Giulia

    • certo, infatti non è quello che si intende dire. ci sono molti post di mamme pentite che raccontano le difficoltà della maternità con figli cresciuti. ma probabilmente dovremmo parlarne di più e dunque ti ringrazio molto per lo spunto, la critica e il suggerimento.
      un abbraccio 🙂

  3. Discorso spinoso.

    Se da una parte sono d’accordo sul fatto che la satira dovrebbe occuparsi più di chi il potere lo detiene che di persone “comuni”, e che spesso certe aberrazioni, a prima vista grottescamente comiche, possono nascondere una tragico fallimento di famiglie e scuole nel trasmettere cultura anche sui temi della sessualità e della genitorialità consapevole, mi chiedo se sia giusto ridurre tutto a questi problemi.

    Ovvero, se in un certo senso non sia sovradeterminante ritenere tutte queste donne, con il loro approccio totalizzante alla maternità e soprattutto lo sdegno di molte di esse verso le non-madri per scelta, delle semplici vittime “addomesticate” di una certa mentalità, e non delle entusiaste aderenti e apostole della stessa.

    E soprattutto, se non ci sia il rischio di trasformare una legittima critica in un’ennesima battaglia dei sessi – per dire, non siamo tutti dei “fottuti stronzi” 😉

    • lo so che non lo siete. il riferimento è a chi riceve il pacco premio, ovvero il figlio, senza che si siano presi cura di saperne di più. 🙂
      nessuna battaglia dei sessi, anzi.

  4. Una volta mi trovai a parlare con una signora di maternità. Ho espresso il mio parere in merito all’epidurale, dicendo che quando sarà il mio momento vorrei che mi venisse somministrata, anche a pagamento, poiché non credo che sarei capace di sopportare un dolore abnorme. A parte che la signora non sapeva di cosa stessi parlando, quando le spiegai l’uso, mi disse testuali parole “No, a che ti serve, come fai a capire quando devi partorire con i dolori. Senza dolori non puoi sapere quando il figlio sta uscendo.”
    Le ho risposto con gentilezza: “Attualmente esistono diverse medicine che ovviano a diversi tipi di dolore. Anche solo per un mal di testa. Non capisco perché se per un banale mal di testa posso prendere un’aspirina, non ho il diritto a chiedere un’epidurale durante il parto.”

    Ora, davvero che negli ospedali italiani l’epidurale non viene praticata? E’ vero che se viene richiesta dalla partoriente bisogna pagare?

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