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Il mio ragazzo mi ha picchiata ma non voglio lasciarlo

Lei scrive:

Non pensavo potesse succedere a me, essere picchiata dal mio ragazzo la mattina del 25 dicembre.

Una forza brutale lo possedeva: incominciò spingendomi il petto e poi mettendomi le mani in faccia. Così a manate, mi fece camminare lungo il corridoio del camper dove viviamo.
Non ricordo esattamente la cronologia. Non riesco a ricordare se prima lo stavo schiaffeggiando sul divanetto mentre mi rinfacciava cose e mi chiamava puttana o se questo successe dopo che mi aveva spinto sul letto, con la mano sul mio collo, mentre mi sputava in faccia.

Di tutta l’azione ricordo i momenti salienti:
Una spinta mi fa cadere sul pavimento tra i due letti. Lui mi viene addosso, schiacciandomi la faccia a terra, forte, spingendo. Io piango, grido, pensando che cosa assurda e surreale sta succedendo.

Forse è dopo essermi rialzata che lo spingo sul divano e lo schiaffeggio o forse prima. Non so. Ricordo che mi misi tra lui e la porta, e quella fu l’ultima azione. Mi sollevò, probabilmente con il piede (e sul momento ricordo che ciò mi spaventò molto) e mi fece volare fuori dal camper.
Sul prato, la luce del sole era forte mentre mi rannicchiavo e ricevevo gli ultimi colpi che resero il labbro sanguinante e gonfio.
Rientrò, mi rialzai e entrai anche io.

Stavo piangendo, lui mi diceva di andare via, arrivò la polizia.
Il camper ha i vetri oscurati, così io potevo vedere loro ma loro cercavano in qualche modo di capire chi fosse dentro e cosa stesse succedendo.

Non mi piace la polizia, esitai nel rispondere, ma capii che non se ne sarebbero andati e aprii la porta. Mi chiesero del mio ragazzo, mi chiesero se fosse stato lui ad avermi gonfiato il labbro viola, chiesero da quanto tempo bevesse. Non rispondevo, piangevo per lo schifo che avevamo creato, per l’assurdità di tutto, perché non mi fido della polizia e non volevo parlare. Lui si era rifugiato in fondo al camper, faccia in giù sul letto, non parlava, non si muoveva. Loro volevano parlare con lui.
Io nel mezzo, tra lui che mi aveva distrutta e coloro che volevano distruggere lui. Mi sentivo l’intermediaria tra due mostri.

Volevano entrare per portarlo via, gli dissi che no, per favore, non volevo la polizia dentro il camper, la mia casa. Fui da lui, “che dobbiamo fare?” Si animò alla fine, si alzò dal letto e uscì dal camper.

La polizia lo portò via. Capì che avevo bisogno del loro aiuto in quel momento, e ringraziai, perché lui potesse starsene rinchiuso 36 ore, e vivere anche lui l’assurdità di tutto quello che era successo, ubriaco e in una prigione.
Mi sdraiai sul letto, il corpo dolorante, il sonno che mi cercava disperato e l’alcol che scorreva tra lo stomaco e la testa.
Chiamai un amico, uscimmo per andare al bagno e provare a mangiare, ma ero abbastanza disgustata e bevvi solo qualche sorso di zuppa di gamberetti.
Ritornai al camper infuocato dal sole, mi misi sul letto e dormii.

Non so quanto tempo passò, non abbastanza, mi svegliai, troppo accaldata, e cambiai di letto; la mia testa viaggiava pensando a quello che avrei potuto fare in 36 ore. Andare via con i suoi soldi, la sua chitarra e il suo basso. Dare fuoco ai suoi vestiti, lasciarlo lì, nel paesino dove vivevamo da circa un mese, senza niente, solo con la vergogna della gente addosso.
Non ebbi il tempo di muovermi dal letto, che ritornò. Di nuovo nel camper, di nuovo nella sua camicia bianca sudata e la sua sbornia da smaltire. La polizia lo aveva rilasciato dopo neanche 5 ore. Il sistema aveva fallito di nuovo. Non pagò una multa, non firmò una carta.

Stava lì, di nuovo davanti a me, io ancora con la faccia gonfia e il corpo martoriato.
Poteva picchiarmi di nuovo, poteva uccidermi a manate e calci. Non lo fece.
Uscì dal camper, si sdraiò su un cubo di cemento, io lo osservavo da dietro i vetri oscurati per controllare che non si avventasse improvvisamente di nuovo contro di me.
Non lo fece.

Il mio ragazzo non è un alcolista, beviamo raramente perché non crediamo utile usare i pochi soldi che abbiamo per l’alcol.
Aveva sei anni la prima volta che picchiò qualcuno. Un altro bambino a scuola. Non ricorda cosa gli avesse detto, ma fu tanta la sua rabbia in quel momento che si avvento su di lui, incominciò a picchiarlo, senza freno, solo la maestra mise fine alla sua furia. Tutti i bambini cominciarono a temerlo e non gli si avvicinarono più. Giocava solo, non aveva amici, i suoi genitori nel mezzo di un divorzio fatto di urla e risentimenti.

La mamma lo picchiava di tanto in tanto e gli diceva che non valeva niente quando durante le ore scolastiche la sua mente si assentava e lui non faceva niente di quello che la maestra chiedeva.
A sei anni lo mandarono dallo psicologo e non vide il padre per un anno.
A dieci anni lo costrinsero a cambiare scuola e fu un po’ meglio perché gli altri non lo temevano più.

Troppi sono i racconti che non basterebbe scrivere un libro. La madre lo controllò sempre, lo accusava di essere stupido e pigro. Costrinse le suore della scuola dove andava a cacciarlo perché secondo lei non si impegnava abbastanza, lo mise in una scuola militare dove doveva difendersi dalle botte dei suoi compagni più grossi.
La madre non voleva che suonasse. Un giorno gli impedì di uscire per andare a provare con la band. Il mio ragazzo decise che sarebbe andato lo stesso, gli disse di andare a quel paese, e uscì.

La madre lo cacciò di casa, si stressò, il bambino che aveva in grembo volle uscire al settimo mese e morì dopo due giorni. Era un maschio. La madre incolpò il mio ragazzo e alla successiva gravidanza che ebbe decise di mandarlo a vivere dalla nonna.

Il mio ragazzo è un musicista, è bravissimo a suonare il basso. Il mio ragazzo voleva un relazione aperta, e questo mi provocò non poco nervosismo e stress.
Io credo nel libertarismo con tutto il cuore, credo nella condivisione senza frustrarsi, credo nella piena libertà delle persone, anche quella sessuale e per questo ero felice di accettare questa relazione.

Il mio credo però non coincide esattamente con le mie emozioni, che sono un fiume in piena e a volte mi possiedono senza ragione. Il mio credo si scontrò con la quotidianità reale, con la vita vera.
Il mio ragazzo si sentiva controllato e io davvero lessi i suoi messaggi una volta. Sentiva che non gli concedevo di andare con altre ragazze e se dicevo si lui provava malumore.
Dopo avermi piicchiato è tornato da me, mi ha chiesto di stare insieme, in una relazione chiusa questa volta, perché io avevo tentato per lui e lui voleva tentare per me.

Io sono stata confusa e lo sono ancora.
Mi fa male la testa da sei giorni per tutti i colpi subiti. Sento anche che dopo una certa ora del pomeriggio mi viene un sonno incredibile e non ho più l’attenzione per fare le cose. Il mio corpo è sotto stress, la mia mente anche. Mi sento in ansia anche se non ho niente da fare. Sono come una macchina con un motore che si avvia ma poi non parte. Reagire ma poi arrendersi. Sono in stallo, in stand by. Sento che non ho l’energia che avevo prima e non riesco ad agire anche se vorrei farlo.

Il mio ragazzo è una bella persona. Ha un cuore e una mente aperta, è intelligente ed è libero.
Abbiamo spostato il camper perché il vice sindaco è venuto parlarci e gli hotel vicini si sono lamentati.
Dopo che siamo tornati insieme ha perso il lavoro. Il suo capo non era in vacanza quando mi picchiò ma come si dice, paese piccolo, inferno grande. Qualcuno gli raccontò la storia, probabilmente lo stesso amico che chiamai la mattina del 25 dicembre.

Tutto è successo in una catena di eventi perfetta nel suo essere. Tutte le conseguenze sono frutto delle nostre azioni.
Molte persone mi hanno detto che dovrei lasciarlo, che se mena una volta lo farà di nuovo. Qualcuno mi aveva avvertito che avrebbe perso il lavoro e che forse nessun altro lo avrebbe assunto.

La gente sa quello che è successo, ho mostrato le mie ferite senza nascondere né negare, e sono felice che tutto il paese si confronti con questa cosa. E sono felice che il mio ragazzo si confronti con quello che ha fatto. Gli ho detto di guardarsi dentro e capire da dove viene questa violenza, gli ho detto che non si fa finta che niente sia successo; gli ho detto che è necessario che comprenda le sue emozioni e che le esprima senza modi violenti. Abbiamo parlato molto la notte fino al sorgere del sole, mi ha raccontato della sua famiglia.

Qualche persona vorrebbe fare giustizia per me, ma io desidero rispetto e non ho bisogno che qualcuno lo faccia al posto mio, tanto so che la giustizia lavora da sola. In pochi hanno chiesto al mio ragazzo come sta, cosa prova, un amico gli ha raccontato la sua esperienza con la violenza e come l’ha affrontata con la sua compagna.
Io sento che quando si parla di violenza sulle donne c’è molto giudizio e poco senso della realtà.

Si dice che se ti mena non ti ama, ma io amo il mio ragazzo e lui mi ama, totalmente. Amiamo lo schifo che ci portiamo dentro e le buone intenzioni per crescere come persone coscienti.
Io penso a tutta la violenza che esiste e che accettiamo nella nostra quotidianità e nel mondo. Penso che siamo in un mondo dove tiriamo bombe e uccidiamo etnie. Penso che vivevo in una città dove ci si urla da una macchina all’altra solo vaffanculi perché il traffico frustra.

Penso che il giudizio su un errore non porta altro che alla vergogna e a rinchiudere chi sbaglia in sbarre fisiche e mentali senza uscita. Io sono contro il carcere.
Penso che giustifichiamo dipendenza ed errori solo quando le persone se le possono economicamente permettere e possono pagarsi una faccia pulita da mostrare in pubblico, ma chi non ha i soldi per coprire i propri sbagli è solo un reietto in questa società.

Studi hanno dimostrato che la dipendenza alla droga inizia e ha un incremento che sfocia nella solitudine. Io credo che per la violenza sia lo stesso. Io penso che le donne e gli uomini picchiati dai partner debbano avere la possibilità di fare chiarezza su quello che succede e scegliere se andarsene o restare. Dico questo perché sento molte persone parlare attraverso slogan, e anche io l’ho fatto prima di essere stata picchiata. Ma adesso senza sapere cosa è giusto o sbagliato, sono in questa relazione e provo a far sì che quello che è successo sia utile per me e per il mio ragazzo, magari anche per le persone del paesino dove viviamo.
Isolare chi sbaglia è solo un modo per tirarlo ancora più a fondo e un esame di coscienza è più utile di una sentenza emessa.

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4 pensieri su “Il mio ragazzo mi ha picchiata ma non voglio lasciarlo”

  1. L’autrice di questo messaggio a mio parere è una persona profonda e coraggiosa, che non ha paura della complessità e di guardarsi dentro. Bellissima testimonianza.

    1. Per esperienza personale finché si sta in una relazione del genere non ci si guarda affatto dentro perché si è succubi e manipolati dal parter e non si vuole accettare che sia incapace di amare nella speranza vana di guarirli da traumi molto complessi. Si rimane in una relazione tossica solo quando la stima di sé è molto bassa nonostante solo persone con molte qualità sono in grado di stare con persone così problematiche.

  2. Sono stata 8 anni in una situazione come la tua, fino a che non sono stata totalmente consapevole della tossicità della storia e del fatto che lui in realtà non sapesse amare. Nessuno glielo aveva insegnato e quelle come me si illudono di poter aiutare a cambiare chi ha un disturbo della personalità come quello narcisistico manipolatorio. A un certo punto all’ennesimo scarto e ritorno mi sono autoconvinta di voler stare in quella relazione finché non ha riproposto l’ennesima stessa tiritera, attenzione prima e poi umiliazione e scarto. Mi sono chiesta perché dovessi re tanto male per una persona che dice di amarmi. Ne sono uscita decidendo di non ascoltare più le parole ma valutare solo i fatti. Ho ripreso quel minimo di amor proprio per pensare di meritarmi qualcosa di meglio, smettendola di giustificare ogni azione altrui e decidendo di lavorare su me stessa da sola, lavorando su quella mancanza di amor proprio e ingenuità che mi porta a credere che non possa esistere una persona così abietta da provocare volutamente sofferenza i chi li ama.

  3. Ciao, come riconciliarmi con il tuo partner, voglio condividere la mia storia con tutti ,, Dopo 4 anni di matrimonio con mio marito, mi ha lasciato per un’altra donna, il che mi ha causato frustrazione. Ho fatto tutto il possibile per riaverlo, ma nulla è stato fatto fino a quando un vecchio amico non mi ha parlato di un lanciatore di Internet, Dr.jaja, che l’ha aiutata a risolvere un problema simile. All’inizio ho dubitato, ma ho deciso di fare un esempio. Ho contattato il medico (jajaspellcastertemple@gmail.com). Mi ha aiutato a offrire amore nel cuore di mio marito e 48 ore dopo mio marito è tornato a casa. Posso solo ringraziare JAJA. Contatta questo fantastico lanciatore per qualsiasi tuo problema,

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