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It ain’t me babe – parlando dell’ultima serie televisiva di Spike Lee

Di Marica Biancotti

Appena finito di vedere She’s Gotta Have It di Spike Lee, la serializzazione sempre del suo She’s Gotta Have It del 1986 – in Italia uscito come Lola Darling – ho sentito il bisogno di parlare della sua protagonista.

Nola nel 1986 a Brooklyn come nel 2016 a Brooklyn, non vuole affatto essere Lola, inteso nell’accezione Nabokoviana di sorridente, carina, infantile ma anche sensuale e provocante.
O meglio: lo vuole essere solo quando lo vuole essere, e vuole che questo sia rispettato.
Sia nel film che nella serie l’apertura è la medesima, ed è stata la prima cosa incisiva: una serie di facce diverse che dicono – tutte – che hanno la cosa giusta da darti, l’unica, proprio quella che ti manca, per essere completa e felice.

Qui, mi è venuto in mente uno scambio dei primi anni ’70 (visto nel bel documentario She’s beautiful when she’s angry) tra un giornalista e Germaine Greer, ai tempi femminista e attivista, in piena contestazione per i diritti delle donne negli Stati Uniti. Il giornalista provoca Greer dicendo che lui personalmente magari avrebbe voluto dare alle donne quello che volevano, se soltanto avesse capito esattamente cosa chiedevano, e lei gelida, da brivido di orgoglio giù per la schiena, risponde: “Senti, puoi anche rilassarti, perché qualsiasi cosa vogliano di certo, tesoro, non sei te.” spedendo dritto per dritto il povero giornalista nel girone infernale della virilità affrontata.

E così, come non ce l’aveva il povero giornalista per le femministe, nessuno ce l’ha, quel qualcosa che manca a Nola, se le mancasse qualcosa.

Nella seconda puntata Nola subisce un’aggressione da parte di uno sconosciuto sulla strada per tornare a casa, nell’iconica Fort Greene, ma riesce a difendersi e fisicamente se la cava con un ematoma, nel punto in cui è stata afferrata dall’uomo. Il vero livido però non è sul polso. Il segno indelebile è stato lasciato nel suo orgoglio, nella sua sensibilità, un segno che le ricorda l’impotenza e la vulnerabilità, il poter curare solo postumo, le ricorda che se torna a casa la sera e non le succede qualcosa di male e perché è fortunata.

E allora la rabbia. Rabbia che non indirizzabile verso il responsabile di questa offesa, si trasforma in manifesti con cui tappezza il quartiere illegalmente, di notte, a esorcizzare la paura e a mandare il suo segnale rivoluzionario contro le “attenzioni” indesiderate (indistintamente maschili o femminili). Facce di donne che dicono quale non è il loro nome.

My name isn’t e quindi non risponderò. Non sarò mai quello che vuoi, non sarò mai quello che volete, non sarò mai il modo in cui mi definirete. E questo è il concetto-perno, a mio parere, dell’intera storia. Nei suoi egoismi, nelle sue contraddizioni e nel suo egocentrismo, Nola, specie dopo questo episodio, non risponde: alle telefonate, ai canoni, all’inquadramento sessuale, e nemmeno al buon senso (a un certo punto si fa arrestare per solidarietà al suo amico senza tetto, ad esempio). Resta arrabbiata, va da una terapista. Si infuria quando i suoi amanti scadono nei cliché più banali alla vista di un vestito corto, scollato e attillato, che secondo loro la rende appetibile, da custodire, da nascondere e contestualmente da scopare. E’ frustrata, come fanno anche i suoi uomini a non capire che lei vuole e può vestirsi come vuole e questo non la rende da proteggere e non la rende responsabile delle reazioni bestiali delle persone?

Nola e’ coerente nella dispersiva ricerca di se stessa, attua il meccanismo relazionale classico del do ut des, ma rifiuta le pretese, pur non rendendosi conto di averne a sua volta verso le persone, come tutti, perché nessuno in fin dei conti si salva da solo.

Ma c’è qualcosa che mi ha colpito, ed è l’assoluta volontà di autodeterminazione, di autodefinizione, la continua riaffermazione della suo essere a black strong and indipendent woman e di voler decidere su se stessa, nel non subire scelte non sue, nel darsi priorità, pur nell’evidente e apparentemente contraddittoria ricerca di sicurezza. Cerca sicurezza dentro di sé e fuori di sé, tra i suoi amici, tra i bambini della scuola di periferia a cui insegna educazione artistica e i suoi amanti, che impazziscono a non avere l’esclusiva sessuale e sentimentale nella sua vita. Un uomo la fa ridere, uno le da la sicurezza, uno è raffinato e ricercato, l’unica donna sua amante è l’esempio di forza e integrità che vorrebbe imitare. A cosa rinunciare? Perché rinunciare?

Si cerca, Nola Darling, nella sua arte, nei suoi interessi, nella sua rabbia, nella sua pansessualità, nelle sue regole, nelle sue debolezze e nella psicoterapia. Cerca il suo posto in un’epoca in cui anche essere fuori dagli schemi richiede una collocazione, pare cercare una via di fuga nel labirinto delle possibilità, tra vittorie e sconfitte, arrancando o ancheggiando lungo la strada della anormalità, qualunque cosa significhi normale.

Dice delle cose, Nola Darling: sono quello che sono, sono altruista, sono egoista, pago i miei conti e i miei errori, sono donna e anche uomo, rifiuto il maschilismo e più ancora il femminismo. Rifiuto tutte le definizioni per poi ricercarne di nuove, puoi restare, ma queste sono le regole, mi dipingo da sola.

E’ lei, l’uomo dei suoi sogni, non deve cercarlo, il mondo l’ha resa l’uomo dei suoi sogni. Ogni cosa altra a lei è valore aggiunto, ma basta a se stessa e non vuole possedere ne essere posseduta. Alla fine Nola modifica il suo autoritratto sostituendo un anon nero al suo viso, su cui scrive “Se non definirò me stessa per me stessa sarò schiacciata da quello che immaginano le altre persone per me e mangiata viva.”

Marica Biancotti

 

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1 pensiero su “It ain’t me babe – parlando dell’ultima serie televisiva di Spike Lee”

  1. Sto seguendo anche io la serie e mi piace da morire.
    Bellissimo articolo, Nola Darling è un personaggio di grande ispirazione per il modo in cui approccia la vita e la definizione di se stessa.

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