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#Transfobia che opprime: ma è una ragazza quella? E a te che importa?

Lei scrive:

Questa mattina mi sono svegliata tranquilla e di buon umore e mentre stavo facendo colazione e ho letto un messaggio che mi è arrivato da mia mamma:

“Stamattina ti va di andare a fare un po’ di compere di natale dopo le commissioni?”

Al che mi viene da pensare che nonostante siano i giorni prima di natale e che quindi i centri commerciali siano un inferno, ero così aperta e positiva verso il mondo che cogliere l’occasione di andare a comprare qualche regalino per le mie amiche e comprarmi qualcosa di carino da mettermi nelle feste ci poteva anche stare; sono settimane che voglio comprarmi una bella camicia a quadri rossa e nera dato che la mia coinquilina se l’è tenuta dopo aver scoperto che le stava benissimo e una bella giacca nera che si abbina sempre un po’ con tutto.

Dato che non devo correre a lavoro me la prendo comoda: mi preparo e mi vesto con calma e dedico anche quei 10 minuti in più rispetto ai soliti 5 per truccarmi per bene e per scegliere un outfit che mi piaccia e che non sia stivaletti-jeans a caso-maglietta a caso-maglia a caso.

Prima di uscire do una controllata allo specchio: sono carina dai, oggi non mi dispiaccio.

Le mie previsioni sulla quantità di gente erano totalmente azzeccate: una marea di gente di tutte le età e generi intenta a rincorrere regali e abbigliamento per le feste.

Tutto sommato, nonostante i corridoi del centro commerciale sembrassero qualcosa di molto simile ad un girone infernale dantesco, la voglia di fare (e farmi) dei regali e di stare un po’ con mia mamma, con la quale non passo mai abbastanza tempo, mi faceva sembrare quel marasma di persone in quintali di addobbi natalizi persino piacevole.

Dopo vari giri a comprare dei regali decidiamo di fermarci a fare un giro nel solito negozio dove vado sempre (perché è il più economico e carino che conosco); girando qua e la non vedo nessuna camicia a quadri che mi piacesse ma vedo dei bei jeans in finta pelle e una bella giacca lunga nera un po’ casual.

Mia mamma decide di andare a vedere un capo che le piace e si allontana per qualche minuto.

Mentre scelgo i vestiti da portarmi in camerino una ragazza sui 20\25 anni con sua mamma, una donna sui 40 anni, guardano altri modelli e colori di jeans esposti poco più in la rispetto a me.

Ed è così che una bella, per quanto caotica, giornata di acquisti natalizi e diventa un inferno.

La donna, esprimendo in modo molto esagerato un misto di imbarazzo, curiosità, disgusto e divertimento inizia a chiedere con insistenza alla figlia:

  • Ma è una ragazza quella?

Ribadisco che tra me e loro due c’erano a voler esagerare 1 metro e mezzo; sentivo tutto perfettamente.

La figlia fa finta di niente (o non sente nella confusione) e continua a scartabellare tra i capi esposti. Anche io scelgo di non darci peso, tanto sono abituata a persone che di fronte al fatto che sono una donna transessuale, si lasciano scappare commenti infelici.

  • Ma è una ragazza quella? O è un uomo?

insiste la mamma dando colpetti sulla spalla alla figlia con la mano e emettendo risatine di complicità.

La figlia si gira, la guarda e torna a guardare i vestiti senza dire una parola. Percepisco dell’imbarazzo da parte della ragazza e lo comprendo: sono imbarazzata anche io e lo sarei comunque se fossi nella sua stessa situazione.

La mamma ad un certo punto, sempre ridacchiando, alza notevolmente la voce e dice:

  • Ma la smetti di ignorarmi? Mi vuoi rispondere? Quella è una ragazza o un ragazzo?.

A quel punto decido per un microsecondo di alzare lo sguardo e noto che non solo la mamma mi stava fissando, ma anche una decina di altri clienti e commesse del negozio aveva iniziato a guardarmi.

Non a guardare la donna che stava urlando, a guardare me, con curiosità e insistenza.

In quell’esatto istante volevo sotterrarmi e scomparire dalla faccia del pianeta terra; prendo i jeans da provare e mi giro per andarmene il più in fretta possibile senza fiatare.

La ragazza a quel punto risponde a tono sostenuto:

“Mamma, ma ce la fai a smetterla? Mi lasci in pace? E’ palesemente un uomo, senza alcun dubbio! Si vede da lontano un miglio! Impara a vivere e a farti i cazzi tuoi dio santissimo!”

Fulmine a ciel sereno. Mi giro un istante per guardare la scena di sfuggita.

La ragazza smette di guardare i vestiti e se ne va in fretta e furia innervosita trascinandosi dietro la madre sbigottita.

Sul momento il fatto che mi avesse dato del “palesemente uomo, senza alcun dubbio” quasi passava in secondo piano rispetto allo schiaffone morale che la ragazza ha dato in difesa del sacrosanto diritto di comprarsi qualcosa da vestire senza che le persone si arroghino il diritto di commentare le scelte estetiche, i generi, i corpi, gli orientamenti sessuali e le performance di genere altrui. Alla fine il “palesemente un uomo, senza alcun dubbio” era una risposta data in un momento di pressione, forse anche solo per zittire la madre insistente per poi magari spiegargli meglio la questione in un secondo momento.

Scrollo le spallucce e decido razionalmente di non dare peso alla cosa; mi incammino verso i camerini.

Appena entro incrocio lo sguardo della commessa che conta i capi che sto per andare a provarmi ma nel suo sguardo noto qualcosa di strano; sul momento non capisco cosa, ma lo avrei capito a breve.

L’unico camerino rimasto libero è l’ultimo al fondo e mentre cerco di divincolarmi tra le ragazze presenti non riesco a non focalizzarmi sugli sguardi delle ragazze presenti: mi stanno fissando con aria interrogativa e questo mi fa sentire un sacco in soggezione.

In fretta e furia entro nel camerino, tiro la tendina e inizio a spogliarmi; sento caldo, faccio fatica a respirare la dentro.

Prima di infilarmi i jeans mi giro verso la parete alle mie spalle dove c’è il seggiolino e quello è stato il colpo definitivo: mi sono vista allo specchio appeso alla parete.

Il mio umore già vacillante si butta giù completamente: se la stessa mattina mi vedevo carina, decisamente una ragazza per quanto un po’ androgina, ora ogni dettaglio rimasto nel mio corpo che mi può ricordare che non sono stata assegnata femmina alla nascita.

L’aria diventa pesantissima, ho caldo, la tachicardia sale, non riesco a respirare, mi sento svenire… stavo per avere una crisi di pianto incontrollato e questo non potevo permettermelo in quel momento.

Ma quella frase, quella frase continuava ossessivamente a ripetersi nella mia testa:

“palesemente un uomo, senza alcun dubbio”;
“palesemente un uomo, senza alcun dubbio”;
“palesemente un uomo, senza alcun dubbio”;
“palesemente un uomo, senza alcun dubbio”;
“palesemente un uomo, senza alcun dubbio”;
“palesemente un uomo”…

Neanche provo le cose che avevo deciso di comprare, esco in fretta e furia, consegno la roba alla commessa e dico a mia mamma che mi aspettava fuori dai camerini che i vestiti che ho provato non mi stavano bene o che non mi piacevano (ora non ricordo con precisione).

Non è la prima volta che sperimento una sensazione del genere, è la disforia che mi accompagna da quando sono bambina: da quando mi sono operata le cose sono decisamente migliorate, ma la verità è che ancora mi capita.

Ho le mie strategie per gestirle la situazione comunque, raffinate negli anni: la prima su tutte smettere di pensare alle persone intorno a me, eliminarle virtualmente dalla mia mente vigile come se non esistessero o non avessero nessuna importanza, la seconda è quella di smettere temporaneamente di ascoltare i segnali del mio corpo (dal mal di stomaco, alla temperatura che sale e si abbassa a velocità insostenibili, al respiro faticoso, al mio cuore che batte all’impazzata), la terza di lasciare fluire i pensieri senza ascoltarli come se stessi meditando e l’ultima e di raggiungere il più in fretta possibile un luogo sicuro dove poter piangere finché non mi passa, se posso permettermelo.

Di solito queste cose funzionano, ma non sempre e oggi è stato uno di quei giorni sfortunati.

Tento di fare finta di niente perché mia mamma è lì con me e non voglio farle pesare tutta questa situazione: faccio ancora un giro un po’ largo ma velatamente in direzione della macchina e mentre cammino mi rendo conto che non sto riuscendo a gestire la situazione.

Mi sento addosso gli sguardi di buona parte delle persone che incrocio e non riesco a ignorarli come riesco a fare di solito; incrocio lo sguardo di una, due, tre persone… dalla coppia di ragazze che mi guardano e ridacchiano, al signore che mi guarda con disgusto, all’addetto alla sicurezza che non mi stacca gli occhi di dosso…. E così via per decine di volte al minuto mentre nella mia testa il mantra continua a ripetersi:

“palesemente un uomo, senza alcun dubbio”.

Vorrei camminare più velocemente ma gli stivaletti con il tacco che porto non me lo permettono; gli stessi stivaletti che adoro tantissimo tutti i giorni mi facevano in quel momento sentire bloccata, lenta, esposta e soprattutto, perdonatemi per questo, come una drag queen fuori posto.

Alla fine, quei 5 minuti a piedi per raggiungere la macchina, che mi erano pesati manco come fossero stati 10 chilometri a piedi, sono finiti; saliamo in macchina e andiamo via verso casa mia.

Durante tutto il tragitto quella fatidica frase continuava a rimbombarmi nella testa: “palesemente un uomo, senza alcun dubbio”.

Mia mamma in tutto questo ha capito che qualcosa non andava nonostante io sia abbastanza brava a dissimulare ma non mi ha chiesto nulla; al tempo stesso io non ho avuto il coraggio di dirle nulla perché tanto la risposta sapevo già quale sarebbe stata: “La gente è ignorante, non capisce e non ti devi curare di loro…” e questo mi avrebbe fatto sentire decisamente una sciocca.

La verità è che tanto sciocca mi ci sento comunque, perché tanto quella risposta me la sono data comunque da sola.

E mi sento ancora più sciocca perché so che sono una fortunata: sono una donna trans e lesbica è vero, ma sono bianca, non ho grossi problemi economici, ho una famiglia e delle amiche che mi sostengono, vivo in un paese dove la transessualità e l’omosessualità non sono reato, ho avuto la fortuna di potermi operare e senza complicazioni, etc, etc… cosa c’è di più sciocco di stare così male per una frase detta da una persona a caso incontrata in un negozio che probabilmente non incontrerò neanche mai più e di cui oggettivamente, a mente fredda, non dovrebbe fregarmi assolutamente niente?

Sono sempre stata, da quando ho fatto coming-out, una di quelle persone “out-and proud”, una di quelle che urla “trans-pride!” al mondo.
Ho cercato in tutti i modi di decostruire il genere, il binarismo e tutto ciò che ci gira intorno e ci sono decisamente riuscita ad un livello razionale, ma il mio subconscio è comunque più forte e ammettere questo è veramente una pugnalata nello stomaco.

E ora, mentre scrivo tutto questo, dopo che sono arrivata a casa, mi sono fatta una doccia calda e mi sono versata un bicchiere di vino… ora che sono tranquilla e in uno spazio che sento sicuro, la disforia è passata ma il retrogusto amarissimo di dipendere dalla percezione altrui, di non essere in grado di autodeterminarsi fino in fondo e di non riuscire ad apprezzare i propri privilegi, resta.

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2 pensieri su “#Transfobia che opprime: ma è una ragazza quella? E a te che importa?”

  1. Sembra l’incubo che facevo da bambina, quando sognavo di andare a scuola dimenticando i pantaloni a casa, con quella sensazione di angoscia e opprimente vergogna. Ma il mio era solo un sogno che al mattino svaniva. Sono donna cis ed etero, mi considero fortunata per questo, è palesemente tutto più semplice, ma un giorno vorrei avere un figlio, che ora ovviamente non conosco, e potrebbe avere la disforia di genere. So per certo che io lo accoglierò e sosterrò in ogni caso, sperando di non fagli del male, ho il terrore delle statistiche sui suicidi in questi casi… Ma i miei genitori? Gli altri parenti? Ogni tanto cerco di affrontare questo argomento con le persone che amo intorno a me, che purtroppo hanno una certa chiusura mentale, specie mio padre, uomo buonissimo ed onesto ma purtroppo un po’ ignorante in materia, e mi piacerebbe far leggere questa storia a loro, cercando di fagli passare la sensazione di angoscia che una persona può provare in situazioni simili, dove ogni occhio ti sta giudicando per qualcosa che non hai scelto e non puoi cambiare (e soprattutto fagli capire che tutto questo non si può scegliere), anche se non credo lo capirebbero fino in fondo… Probabilmente non lo capisco nemmeno io fino in fondo, visto che non lo vivo in prima persona…

  2. Cara sorella,
    nemmeno io, come Sabri, posso capirti fino in fondo, dal momento che non ho vissuto la tua storia. Cerco pero` di immedesimarmi piu` che posso leggendo il tuo racconto e mi viene in mente di aver vissuto situazioni simili, anche se non uguali. Vorrei quindi dirti una cosa che vale per me e forse puo` valere anche per te: non devi pretendere troppo da te stessa. L’autodeterminazione assoluta non si puo` raggiungere, perche` gli umani sono animali sociali. Tu hai sicuramente raggiunto un ottimo livello di autodeterminazione, ma diventare invulnerabili non e` possibile (purtroppo o per fortuna). Queste persone ti hanno ferita e, secondo me, devi permetterti di sentirti ferita, devi darti il tempo di curare questa ferita (anche se fosse solo un graffio) e magari anche farla curare dalle persone a te care. Non prendertela con te stessa per aver permesso a degli estranei di ferirti, altrimenti farai il loro gioco e il gioco di tutti coloro che colpevolizzano le vittime di violenza di genere. Inoltre non tutti i giorni sono uguali, in certi giorni si e` piu` vulnerabili che in altri e quanto ti e` accaduto non dice praticamente nulla sulla tua capacita` di autodeterminarti. Sei stata gia` bravissima a non raccogliere la provocazione, io onestamente non so se ce l’avrei fatta.
    Ti auguro un bellissimo Natale con le persone a te care e uno splendido 2018!
    Giulia

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