Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie, Violenza

Perché non si accetta il fatto che una donna possa restare impietrita mentre subisce violenza?

A proposito delle perplessità mostrate da chi non crede che in caso di abuso la vittima possa restare impietrita e quindi non in grado di reagire, Camilla ci propone questa piccola riflessione:

“Per le circostanze comunicative, per il discorso, c’è un espressione francese – l’esprit de l’escalier (o l’esprit d’escalier), letteralmente: lo spirito della scala – che serve a designare tutte quelle situazioni in cui non abbiamo una risposta pronta e la troviamo solo in fondo alla scala, cioè quando ce ne siamo già andati e non abbiamo più la possibilità di replicare.

È curioso che una situazione codificata per il discorso, ovvero che io possa rimanere letteralmente a bocca aperta, senza parole, impietrita per delle *semplici* parole, non sia accettata per la violenza.

L’espressione, tra l’altro, proviene da un aneddoto narrato da Diderot, che proprio scemo non era.”

Sarà sicuramente capitato a tant* tra voi. Un episodio in cui solo dopo vi viene in mente una risposta adeguata al caso. Ore passate davanti allo specchio per prendersi una rivincita con se stess*. Battute recitate nella mezzora successiva alla molestia o al litigio. E poi vergognarsi proprio del fatto di non essere riuscit* a reagire.

Un bel giorno un ragazzetto di non so che età mi ferma per strada, io undicenne con i soldi in mano con i quali avrei dovuto comprare qualcosa per mia madre. Il tizio mi afferra per i capelli e li tira forte chiedendomi di dargli i soldi. Io non mollo la presa ma resto ferma, impietrita, non so che fare, sono immobilizzata e le gambe tremano. Ho paura e la paura immobilizza, non c’è nulla da fare. Dopo un po’ il tizio si stanca, mi tocca i seni, tra l’altro inesistenti, e mi molla tre baci sulla bocca e poi scappa. Dopo un po’ riprendo fiato, mi pulisco la bocca con la manica della maglia che indosso e poi riprendo il cammino per terminare quello che avrei già dovuto fare. Al ritorno mi rimproverano per il ritardo e mi dicono che sono in punizione. Non riesco a dire quello che mi è successo e nella mia testa tutto quello che c’è è un profondo senso di colpa per non essere riuscita a scappare, a mollargli un calcio, a urlare. La voce strozzata, lo spavento, le mie corde vocali sembrano non riprendere coraggio. La mia voce torna normale solo dopo un paio di giorni e quando esco io faccio un giro ampio per non passare da quel punto preciso in cui lui mi ha aggredita.

Direte che non è niente ma è sintomatico di una dinamica frequente anche in caso di molestie sessuali e stupri. Ci sono donne che nella propria testa hanno scalciato per difendersi da un palpeggiatore ma di fatto sono rimaste immobili e non sono state in grado di reagire.

13 anni. Siamo fuori classe per i giochi della gioventù. Corsa, lancio del peso, non so che altro. Il campo sportivo è lontano da casa e accetto il passaggio di un compagno di scuola. Ci siamo io, un’altra ragazza più piccola, tre ragazzi uno dei quali con un motorino a parte. Ci portano in una zona boschiva. Dicono che devono pisciare. Poi ci ricattano: o vi spogliate e ci fate un pompino o vi lasciamo qui. La storia si fa pericolosa, i toni sono incattiviti. Fanno sul serio. Potrebbero anche ammazzarci o chi lo sa. Chiedo che lascino stare la ragazzina più piccola che nel frattempo piange come una fontana. Impaurita e per nulla gioiosa mostro i seni. Tiro su timidamente la maglietta e loro, a turno, li toccano. Poi dicono che però non va bene perché con noi che facciamo quelle facce non provano piacere all’idea di farsi fare un pompino. Mettere in atto un tentato stupro pretendendo che le vittime siano felici e non li facciano sentire quello che sono ovvero stupratori. Dico che il pompino se lo scordano. Io non sapevo neppure come farlo, figuratevi. Ci lasciano lì. I seni come tangenti non sono stati sufficienti. Prendo sottobraccio la piccola e torniamo a casa a piedi. Non diciamo niente perché la colpa sarebbe stata la nostra. Chi ce l’ha fatto fare di accettare il passaggio in motorino? In quel caso più che la paura potè l’istinto di protezione nei confronti di un’altra persona più piccola. Non so come spiegare ma se fossi stata sola probabilmente avrei fatto ogni cosa.

14 anni, vado da sola dal mio dentista perché mia madre non poteva accompagnarmi. Lui struscia il braccio sui seni e mi fa domande sulla mia forma fisica e chiede se ho un ragazzo. Mi tiene in trappola con il trapano in bocca e quando finisce prende la mia mano e cerca di portarla sul gonfiore che è visibile sotto i pantaloni. Riesco a scappare. Tutto qui. Non posso fare altro. Butto tutti i suoi attrezzi all’aria e scappo. Non l’ho detto ai miei perché avrebbero chiuso in casa me. Non mi avrebbe creduto nessuno, penso, e non ho detto della paura, ancora quella maledetta paura provata con la sensazione di poter finire male.

15 anni e mezzo. Sono rimasta a dormire a casa di un’amica. Suo fratello, di almeno dieci anni più grande, si infila nel mio letto, mi tocca e dopo un po’ me lo trovo addosso e solo perché ero vergine e non riusciva a entrare se ne è andato. Io ricordo di aver smesso di respirare e pensavo che se la mia amica, che dormiva nel letto accanto al mio, si fosse svegliata sarei stata io ad essere considerata colpevole. Ancora una volta non era successo niente e solo dopo mi sono detta che avrei potuto, saputo, voluto fare delle cose che non avevo fatto.

Molti anni dopo, quando in realtà pensavo di essermi liberata della timidezza e della paura di reagire, il mio datore di lavoro mi palpa, mi bacia, mi blocca in un corridoio deserto e poi mi stringe forte come se stesse immaginando una promessa per un dopo che non venne mai. Paralizzata, con le mani vuote che non riuscivano ad afferrare nulla. le gambe che tremavano e io sapevo di non avere alcuna colpa. Lo sapevo perfettamente ma non sono riuscita a fare nulla. Lo dissi ai colleghi ma la cosa rimase ferma lì, chiusa nella mia testa assieme alla mia costante paura di essere in pericolo.

La cosa strana è che ad azioni equivalenti, ma meno ambigue, più chiare, ero già riuscita a rispondere in modo adeguato. Da lì mi sono resa conto che quelle che mi paralizzavano erano le situazioni ambigue e inaspettate.

13 anni e io sono in treno diretta in zona sicura. Tutto sotto controllo. I miei mi avevano parcheggiata in un vagone con dentro una famiglia con annessa nonna anziana. Ero al sicuro. Poi loro sono scesi e io rimasi da sola per altre quattro ore, di sera, con la compagnia di alcune persone che volevano meno luce. Accanto a me un ragazzo vestito da militare diretto, immagino, al servizio di leva. Mi si avvicina. Io sono seduta con la testa poggiata indietro e ad occhi chiusi. Sento la sua mano che mi tocca il braccio. Non dico niente. fingo di dormire. Lui probabilmente pensa che il mio sia silenzio assenso, e questa è una cosa da considerare negli episodi di violenza. Un mancato No non significa Si. La sua mano arriva fino al seno e anche lui prende la mia mano e tenta di portarla verso il basso dei suoi pantaloni. Mi fingo addormentata e la mia mano non risponde al suo invito. Riesco a trattenerla e lui si stanca.

All’arrivo mi guarda come se tra noi ci fosse stata una storia. Mi aiuta a scaricare il bagaglio, mi manda un bacio dal finestrino e io sono a metà tra l’essere inorridita e l’essere grata. Grata, pensate un po’, per quel gesto di intima confidenza, come se all’improvviso mi consegnasse un po’ della sua umanità e mi trattasse da persona e non da oggetto. Come se ad un certo punto non fossi più in grado di distinguere tra una violenza e un gesto d’affetto. Tutto sbagliato, immagino, ma è andata così. Chi abusa di noi gioca sempre per confondere la nostra percezione dell’abuso. Non fa che metterla in discussione per lasciare che un varco consenta loro di abusare impunemente.

Ne volete ancora? Conosco un tizio, mi pare si comporti da amico. Mi invita a cena fuori e si prospetta una serata con cena e null’altro che quello. Poi mi dice che la cena è a casa sua. Ceniamo e lui dice che non ce la fa a riportarmi indietro e se per me non è un problema potrei dormire nella stanza per gli ospiti e mi riporterà a casa in tempo per andare al lavoro. Giammai avrei voluto che guidasse dopo aver bevuto una bottiglia di vino. Non che credessi pienamente alla balla dell’incapacità di porsi alla guida della sua automobile ma il suo occhio un po’ appannato mi faceva ben sperare del fatto che lui stesse dicendo la verità. Dopo un paio d’ore arriva nella stanza degli ospiti e mi dice che vuole solo dormire abbracciato. Chiede un’intimità che concedo a pochissime persone. Scopare va bene ma dormire abbracciati non è cosa che faccio così spesso. Non aspetta che io dica di si ma sono in trappola e queste sono le mie opzioni: posso rifiutare e passare la notte sveglia, scendere in strada, in campagna, e marciare al buio fino alla prima casa abitata o posso accettare sbuffando e senza collaborare. Finisco per preferire l’ultima ipotesi che mi pare la più plausibile per tenermi in vita. E si, perché si può anche pensare di poter perdere la vita con un no. Succede più spesso di quel che si pensa. Si infila sotto le lenzuola e mi abbraccia da dietro. Mi addormento e dopo un po’ sento che lui smanetta dietro per togliermi le mutandine. A quel punto mi alzo, infastidita. Mi dirigo verso il bagno e resto lì per almeno mezzora a pensare cosa fare. Lui chiede se ho bisogno di aiuto e gli dico che in effetti avrei bisogno di un té caldo perché sto poco bene. Un modo elegante per non dire no ma neppure si. Se lui sa che io sto male, se non pensa che io lo creda un abusante, probabilmente poi dormirà e mi lascerà in pace. Mi prepara il té e ride, dice che ha sentito belle sensazioni nell’abbraccio, mi ringrazia per questo e chiede se vogliamo riprovare. Io lo frego con una frase ironica del tipo “se vuoi che ti vomiti addosso allora certo”. Dice che non importa e a momenti sembra tenero. Io sono così bella e  la mia pelle è così calda. Eccerto. E’ colpa mia. Come resistermi? Siedo sul divano e accendo la televisione. Dico che fino a che il té al limone non fa effetto non posso rimettermi a letto perché mi gira tutto e potrei dare di stomaco. Dice che mi vuole fare compagnia. Io seduta e lui poggia la testa sulle mie gambe e chiede un massaggio. Io lì a massaggiare il cranio ad uno che mi stava per sodomizzare mentre dormivo.

Si è messo a russare e me la sono cavata così. Poteva però essere più violento, potevo non avere vie d’uscita, poteva imporre la sua fisicità e io sarei rimasta immobile per paura che lui mi facesse male. Cosa ho fatto dopo? L’ho salutato, gli ho sorriso, l’ho baciato sulla guancia e ho risposto allegramente quando mi ha detto di aver trascorso una bella serata e nottata. Ogni volta che lo incontravo ci salutavamo come fossimo vecchi amici. Tutto quello che però io ho vissuto per me è stato uno stupro. Il fatto di essere costretta a mentire e a fare la schiava massaggiatrice per uno che mi faceva schifo. Il fatto di sentire quella paura che mi rendeva così vulnerabile. Ero arrabbiata con me stessa perché avrei dovuto fare qualcosa di diverso ma mi veniva in mente il nulla. E pensavo alle sentenze con quei giudici che dicevano che se lei avesse voluto avrebbe potuto staccarglielo a morsi o non si sarebbe fatta togliere i jeans intesi come cintura moderna di castità. Non funziona così. Forse per alcune persone si ma per altre no. Dunque come si fa a dire quando c’è stata o non c’è stata violenza se tu non eri lì a vivere quella situazione al posto mio/suo/nostro?

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1 pensiero su “Perché non si accetta il fatto che una donna possa restare impietrita mentre subisce violenza?”

  1. Per capire le ragioni dell’immobilità nel corso di un evento traumatico basterebbe leggere cosa dice a tal proposito la letteratura scientifica; è l’effetto soggettivo di un processo psico-neurobiologico. Da questo punto di vista indubbiamente il libro “Il corpo accusa il colpo” di Vessel Van der Kolk è illuminante.

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