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La lotta antisessista ha senso: per liberare i nostri corpi!

Lei scrive:

Cara Eretica,

ho letto uno dei due tuoi libri: La fabbrica degli umani. Volevo dirti cosa ne penso e volevo anche fare una riflessione a voce alta. Mi piace il fatto che hai usato la fantascienza per raccontare di lotte femministe, presa di coscienza e ribellioni. Mi piace la protagonista che riassume questi tre stadi di crescita e io me li sono visti addosso perché in fondo non sono i passaggi che riguardano tutte? Il primo passaggio (senza spoiler) quello in cui una donna si rende conto di quanto sia pesante e intollerabile l’uso che altri fanno del suo corpo per motivi riproduttivi. La cornice che hai creato non è forse simile, seppur in modo molto diverso, a quella che forma la cultura che ci convince del fatto che quello è l’unico ruolo per il quale siamo programmate?

La spersonalizzazione, i figli che diventano dominio di chi li addestra e mercifica, i corpi delle donne e degli uomini usati in ogni modo possibile. L’illusione, lo squilibrio, il disvelamento della grande menzogna che incastra tutti noi in ruoli di genere prefissati. Non ho detto nulla sulla trama del romanzo salvo quel che mi ha ispirato: una riflessione a tutto tondo su una società che ci impone di obbedire, altrimenti ci schiaccia e reprime, ci consuma e ci fa sentire sbagliat*.

Il libro spiega queste cose con una ambientazione che dopo un po’ coinvolge chi legge. Io mi sono sentita dentro quel mondo, un po’ al posto della protagonista e un po’ al posto di tanti altri personaggi che rinviano ad una lotta che ha ben più di un obiettivo da raggiungere. Mi sono lasciata coinvolgere dai sogni lucidi, perdona il termine, durante i quali la verità premeva per venire fuori. Mi sono rammaricata delle relazioni controllate, della meccanicità dei rapporti, di tutto quello che porta all’unica risposta possibile: un mondo e una cultura del genere possono soltanto essere sovvertiti. Non si può scendere a compromessi. Non si può abbassare la guardia. Si può solo lottare per trovare una via d’uscita.

Nella mia vita ho lottato proprio in quel modo. Non ho accettato compromessi con la mia famiglia, la cultura del mio paese, i datori di lavoro, le persone con le quali non potevo parlare chiaramente perché giudicata perennemente isterica, pazza, troppo “agitata”. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, mi dicevano, e a dirlo, sfortunatamente, erano soprattutto donne. C’è molto di cui preoccuparsi, ancora, se tutto quello che sanno dire su una vittima di stupro è che se l’è cercata, o su una costretta ad essere madre che doveva pensarci prima (a cosa?). Madri per forza, cameriere per forza, e per andare avanti dobbiamo operare una costante rimozione perché altrimenti nessun@ o quasi ci accetta. L’autonomia di una decisione di distacco dal mondo, in cui nessuno sembra vedere bene quello che succede, non è una scelta facile. Si soffre di solitudine. Tanta solitudine. Leggere il tuo libro mi ha fatto pensare che non sono affatto sola. Se tu hai potuto creare una storia ambientata in un futuro distopico in cui essere antisessiste ha ancora un senso, a maggior ragione ha senso che lo sia io, assieme a tutt* voi. Grazie davvero. Viola”

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