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Il “pericolo mortale” della grammatica femminista

Articolo pubblicato ne El Pais scritto da Alex Vicente (traduzione di Silvia)

QUI in lingua originale

Un manuale scolastico scritto in linguaggio inclusivo scatena una bufera in Francia.

L’Accademia lancia l’allarme della perdita del potere della lingua.

Tutto cominciò con un libro di testo. Un manuale scolastico scritto da Sophie Le Callennec, professoressa francese di storia e geografia, ha scatenato un dibattito nazionale per essere stato il primo ad adottare il cosiddetto linguaggio inclusivo, ideato per evitare formule linguistiche sessiste. Il volume in questione, intitolato Cuestionar el mundo, pubblicato a settembre e destinato agli alunni di educazione morale e civica della 3^ elementare, ha sollevato un’ondata di indignazione e ha diviso politici e intellettuali riguardo alla necessità di integrarlo o meno nell’uso comune della lingua.

Questa settimana la polemica è arrivata all’Accademia Francese. Questo giovedì i suoi 40 membri, i cosiddetti immortali, hanno diffuso un comunicato dove si dichiaravano contrari all’uso di un linguaggio ugualitario. “Di fronte a questa aberrazione inclusiva, d’ora in poi la lingua francese si trova in pericolo mortale. La nostra nazione è responsabile per le generazioni future”, ha affermato l’Accademia, fondata nel 1763.

Nonostante tutto, Le Callennec non ha fatto altro che seguire i consigli formulati dal Governo francese nel 2015. Il Consiglio Superiore per la Parità, dipendente dall’Esecutivo, aveva pubblicato infatti una guida pratica “per una comunicazione pubblica senza stereotipi sessuali”, che raccomandava di citare sempre entrambi i generi e di citarli in ordine alfabetico – si scrive “agricoltori e agricoltrici”, ma “donne e uomini” – e “femminilizzare” i sostantivi che si riferiscono a professioni e incarichi pubblici, questione in sospeso per la lingua francese. Inoltre questa guida invitava a inserire un suffisso femminile in tutti i sostantivi maschili, separandolo graficamente all’interno di ogni parola.

Se questa grammatica anti-sessista non venne capita fino in fondo potrebbe essere a causa della complessità implicata da questa ultima proposta. Se in un testo in castigliano la parola “ciudadanos” può essere sostituita da “ciudadanos/as”, “cuidadanxs” o “ciudadan@s”, in francese risulta più difficile, perché non sempre è sufficiente modificare una vocale oppure perché il risultato è più difficile da leggere. Di fronte alla mancanza di una normativa condivisa, di solito vengono utilizzati trattini, barre, parentesi, maiuscole e punti di tre tipi. Quindi il risultato può essere citoyen/ne/s, citoyen.ne.s., citoyen-ne-s, citoyenNEs, citoyen(ne)s o, nella maggior parte dei casi, citoyen·ne·s. Proprio per questo l’Associazione Francese della Normalizzazione, incaricata della standardizzazione tipografica, sta valutando di introdurre il punto medio (·) nelle tastiere nel 2018. La sua intenzione iniziale era stata riconoscerne l’utilizzo in lingue come il catalano e l’occitano, ma la crescente adesione a questa grammatica alternativa non può rimanere estranea a questo segno (·).

Questa grammatica viene utilizzata sempre più da autorità pubbliche, dal mondo delle associazioni e da alcuni mezzi di comunicazione, come la rivista lesbica Well Well Well. Malgrado ciò, la resistenza nell’adottare questa grammatica continua ad essere molto forte e, senza dubbio, maggioritaria. A partire dalla apparizione del manuale della discordia, la stampa conservatrice ha fatto a pezzi questo metodo. Le Figaro lo ha battezzato “galimatías” e il settimanale Le Point, che questa settimana gli dedica la copertina, ha riscritto in linguaggio inclusivo frammenti di Molière o Proust, forse per sottolineare quanto sia ridicola questa invenzione. Da parte sua, il filosofo Raphaël Enthoven ha definito questo tipo di linguaggio una “aggressione alla sintassi” e una “neolingua” orwelliana, esprimendo così l’opinione di altri intellettuali francesi.

Uso infernale

Nemmeno la scrittrice Catherine Millet considera necessaria l’adozione di questo linguaggio inclusivo. “Ho provato a pronunciare alcune parole ed è infernale. Non è una lingua orale, e l’oralità viene prima della scrittura”, ha dichiarato a Le Monde. Anche l’autrice franco-iraniana Abnousse Shalmani pensa che il suo utilizzo non favorisca nessun tipo di parità. “Lingue come il farsi o il turco non hanno maschile o femminile e questo non rende queste società più ugualitarie”, ha dichiarato.

Il ministro francese dell’educazione, Jean-Michel Blanquer, ha sostenuto che la scrittura inclusiva del francese “frammenta le parole” e “ferisce la lingua”, nonostante consideri sé stesso “un uomo femminista”. Da parte sua la ministra della cultura, Françoise Nyssen, si è dichiarata favorevole a una femminilizzazione sistematica dei sostantivi ma non all’utilizzo dell’ortografia inclusiva. “Come potrà essere comprensibile a bambini con difficoltà di apprendimento, come i dislessici?”, ha detto a Le Point. Il colpo di grazia arriva dagli accademici, che pensano che il francese si stia dando la zappa sui piedi. Se la tendenza inclusiva diventerà la norma, l’ulteriore difficoltà nell’imparare e capire la lingua francese giocherà “a favore delle altre lingue, che sfrutteranno l’occasione per prevalere nel mondo”. In altre parole, a favore del nemico numero uno chiamato inglese.

UN DIBATTITO CON ESEMPI NELL’ANTICO TESTAMENTO

(Carmen Morán)

Nel 2012 la Real Academia Española approvò uno studio sulle guide per proseguire nel linguaggio inclusivo e anti-sessista. L’opinione manifestata allora non è cambiata. Il direttore della RAE, Darío Villanueva, la riassume così: “Siamo a favore della sensibilizzazione dei parlanti per quanto riguarda il linguaggio sessista, ma per quanto riguarda la struttura grammaticale manteniamo ciò che abbiamo detto nel 2012”. Questo significa che condannando l’utilizzo maschilista di alcuni termini ma non sostengono il duplice genere affinché sia uomini che donne siano rappresentati nel discorso.

“Questo è un falso dibattito”, dice la dottoressa in Filologia Romanica Eulalia Lledo, “perché le guide non sono norme, ma solo proposte di utilizzo. E non so perché ad alcuni accademici dia tanto fastidio l’utilizzo della doppia forma per dare visibilità alle donne, dato che questa forma esisteva già nell’Antico Testamento e nel Mío Cid. Mi rallegra vedere sempre più forme generiche nella stampa”.

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Comments

  1. Piccola precisazione: quando nel testo si parla di francese si parla di francese di Francia. In Québec, regione francofona del Canada, il linguaggio non sessista è la norma ed è considerato un errore non utilizzarlo, anche nei documenti scritti 🙂

  2. Non ho purtroppo dati per wuanto riguarda Svizzera francofona, Belgio, Lussemburgo, Montecarlo e gli stati africani in cui il francese è ancora lingua ufficiale o di scolarizzazione

  3. Una lingua riflette i valori della cultura d’appartenenza – penso che sia meglio partire prima dalle disparità reali che da quelle lessicali.

    Il rischio, altrimenti, è quello di passare per “world-fixers” o “social-justice warriors” presi da questioni che ben poco interessano le donne e gli uomini che si dice di voler sostenere.

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