Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Il privilegio: a partire da me

Essere femminista in tempi di grande precarietà non mi impedisce di vedere il mio privilegio. Sono bianca. Qualunque sia la mia condizione comunque fin dalla nascita ho goduto di diritti negati ai migranti. Sono nata in Europa, ho la cittadinanza in un paese che fa parte della schiera colonizzatrice del mondo. Questo mi permette di avere più diritti rispetto a quanti ne abbia un migrante e ancora di più rispetto ad una donna migrante, una di pelle nera, una straniera.

Sono nata e cresciuta in una famiglia piccolo borghese. Ho avuto sempre qualcosa da indossare e qualcosa da mangiare. Non ho patito il freddo. Non mi è stato negato il diritto allo studio. Mio padre mi comprava libri in regalo per i miei compleanni. Pulivo casa fin da piccola, imparavo il rammendo, l’uncinetto, la maglia, il ricamo, per quanto in quest’ultimo non sia riuscita affatto. Ne parlo perché in un modo o nell’altro sono strumenti di autonomia. Mi è stato dato un tetto in cui c’era una vasca da bagno, acqua  da consumare, non molta perché in Sicilia l’acqua arrivava ogni 15/20 giorni e bisognava raccoglierla in vasche che contenevano migliaia di litri. In ogni caso potevo curare l’igiene, essere profumata, fare lo shampoo, lavare i denti, evitare di prendere malattie che in condizioni diverse arrivano. Avevo un medico che poteva curarmi e medicine e attenzioni. Il mio diritto alla salute era scontato.

A tavola si parlava in italiano, per avere qualche vantaggio nello studio. La grammatica italiana diversamente mi sarebbe forse risultata un po’ più ostile. Nel bene e nel male ho avuto una famiglia a sostenermi. Ho imparato il valore del lavoro e la lotta per la garanzia dei propri diritti. Ho imparato a rispettare la fila, a non calpestare i diritti altrui, a non pensarmi migliore né peggiore di ciascuno. Non so come stessero le persone che campavano con la fogna a cielo aperto, i topi che risalivano dai cessi e le tavole un po’ meno imbandite della mia.

Sto considerando il bicchiere mezzo pieno perché mi è utile a ricordare che per quanto abbia lottato per ottenere quello che volevo, per sfuggire a molestie e violenze, al sessismo e ai pregiudizi, al controllo della mia sessualità, al mito della verginità e dell’auspicio di un buon matrimonio, per farmi strada, poca in verità, nella precarietà, comunque sia la mia vita è stata ed è migliore di quella di molte altre persone.

Persone che non hanno colpa per il luogo in cui sono nate, per lo stato di povertà, l’assenza di diritti, la colonizzazione, il razzismo, tutte cose che hanno caratterizzato le loro vite. Sono privilegiata per nascita, questo è il punto. Tante sono le persone che godono di privilegi ma sono arrabbiate nei confronti di quelle altre persone che non godono di alcun diritto. La guerra tra poveri e la gara a chi odia di più è sempre stata una cosa che non ho mai capito.

Non mi sono lavata la coscienza con elemosine e gesti interessati, di egoismo, in fondo, per stare meglio con me stessa. Ho convissuto con l’assenza di diritti altrui pensando sempre che alla loro voce avrei dovuto dare spazio e che il mio diritto non poteva includere il giudizio sulle loro vite. Loro sanno quel che vogliono, quello per cui lottano e quel che a me era ed è dovuto è il fatto di ascoltare e restare a fianco, e non in sostituzione di soggetti che si autorappresentano.

Ed ora il bicchiere mezzo vacante. Sono nata e cresciuta nel meridione. Non c’erano prospettive. Non c’era una mentalità aperta e quando nel nord si discuteva dei diritti delle donne operaie che si rendevano economicamente autonome da noi si tentava di sopravvivere alla guerra di mafia, alla violenza sessista, alla discriminazione nei confronti delle donne addette ai ruoli di cura e succubi di una mentalità che ci imponeva lo stigma della “zoccola” se solo parlavamo per strada con un ragazzo che non era il tizio con il quale ti eri fidanzata ufficialmente.

Non avevamo acqua corrente e per evitare il consumo non usavamo la lavatrice. Si lavavano i panni con l’acqua tiepida dopo averla scaldata sul fuoco o fredda, in pieno inverno, per il risciacquo che ci faceva le dita rosse e gelate. Non potevamo accedere ad una istruzione ricca e libera da stereotipi sessisti. Bisognava dire la preghiera e andare in chiesa almeno fino a che non avevi l’autorizzazione di poter uscire senza quel pretesto. La scuola superiore stava a chilometri di distanza, in altri quartieri e guai a uscire dalla propria frazione di territorio. Ci si accontentava delle magistrali perché le donne devono fare le maestre. Io ho fatto lo scientifico. Mio padre voleva che andassi all’università.

Ciò nonostante io ero una privilegiata. Godevo del rispetto che altri avevano per mio padre. Ero la figlia di. Nulla di eccezionale. Per essere qualcuno a quel tempo bastava che fossi un impiegato delle poste o in altro impiego pubblico. Ero consapevole del fatto, per esempio, che non avrei subito violenza perché conoscevano mio padre. Appartenevo a. Le figlie di nessuno non godevano dello stesso privilegio. E non sto dicendo che non subissi molestie. Non è così.

Potevo andare in campagna a godere della natura. Raccogliere verdure e frutta fresca e avventurarmi nei boschi seguendo la linea dei ruscelli. Mio padre ci portava al mare spessissimo. So nuotare. Mi nutrivo di iodio e vitamina E. Mare e sole. All’epoca pensavo che fosse un destino collettivo. Non sapevo che ci fosse gente che pur essendo in zona non aveva mai visto il mare perché non aveva l’auto, non c’erano mezzi pubblici e doveva lavorare tutto il giorno e tutti i giorni. Non sapevo che c’erano donne, mogli e figlie, che si alzavano alle 4 del mattino per aiutare il marito e padre a lavorare sui campi. Mi era ignoto il destino di molte persone salvo per il fatto che mio padre aveva fatto la fame in tempi di guerra, guadagnandosi ogni centesimo e un tozzo di pane con il lavoro duro che svolgeva fin da piccolo. Una creatura. Cinque anni, sei anni.

Perciò, con la consapevolezza di chi è scampato alla morte e ha lottato per la propria sopravvivenza e quella della sua famiglia, empatizzava con chi aveva più bisogno e mi rimproverava se lasciavo qualcosa sul piatto a pranzo: “pensa ai bimbi del terzo mondo”. Quei bimbi per me rimasero un motivo per il quale io avrei dovuto riempirmi la pancia. Per non offenderli. Per non offendere mio padre che lavorava per darci quel che serviva. La coscienza del privilegio dunque cominciò a farsi strada quando compresi il valore delle azioni di mio padre, i suoi sacrifici e quelli di mia madre, anch’essa cresciuta in povertà.

Un senso di colpa, quello, che tentavo di esorcizzare con le lotte. Le manifestazioni, l’attenzione per i diritti di chi aveva bisogno, fino a che non guardai dentro di me per capire che lottare per “il bene degli altri” è cristianamente stucchevole ed ipocrita. Tutto quel che avrei potuto fare era migliorare la mia condizione e dunque quella di altre che sarebbero arrivate dopo. Smettere di aver paura, reagire al sessismo ed alla violenza. Reagire al mio destino, prendere la vita in mano e lottare per tentare, quanto meno tentare, di raggiungere almeno uno tra i tanti obiettivi che mi prefiggevo.

Il mio privilegio era quello di una ragazza che poteva permettersi di considerare una diversa prospettiva per se stessa. Non per far contento mio padre o far contenta mia madre ma per me stessa. Cercare di ritagliarsi spazi di libertà, comprendere la natura delle relazioni vissute, ambire a qualcosa di meglio, non accontentarsi, non lasciarsi soggiogare e non perire per senso di colpa, quello era l’intento. Per fare questo, come fa chiunque vuole, pur sapendo che non si riuscirà così come sperato, si è disposti a lasciare casa, i propri luoghi, migrare, perseguire scopi che si avvicinano più a te. Ecco: in questo godo di un privilegio. Io potevo migrare. Altri non possono.

Sono europea, pur sentendomi figlia del mondo, e potevo migrare ovunque volessi. O quasi. Non dovevo imbarcarmi clandestinamente arricchendo trafficanti di uomini. Non dovevo restare a galleggiare per mesi verso l’America come fecero i miei nonni in cerca di fortuna. E volendo potevo perfino tornare indietro, anche se tutto volevo tranne questo. Non sempre ho vinto la scommessa di farcela da sola. Nascere con il privilegio sulla pelle forse non fortifica e non ti prepara a dover accettare di tutto pur di lavorare. Le molestie, la stanchezza, i doppi lavori, tutto quello che non avresti pensato possibile e poi la crisi economica, il cambio di moneta, l’impossibilità a trovare lavori stabili. Ed ecco il senso di colpa perché i genitori vissuti nel dopoguerra non capiscono questo tempo di precarietà e non sanno che dopo averti fatto studiare per elevare la tua posizione, affinché tu faccia meno sacrifici per vivere, tutto quello che ci spetta è ancora la precarietà. Una povertà vissuta con maggiore consapevolezza, così pien* come siamo di saperi, conoscenze, memorie di un passato di lotte di classe, di acquisizione di diritti che ora vengono meno. Sappiamo tutto, mi riferisco a quelli di almeno tre ultime generazioni, ma dobbiamo sottostare a nuove forme di schiavitù.

Così, pensando di essere stati derubati di qualcosa che ci era dovuto, si torna alla guerra tra poveri e bisogna restare solidi sul terreno dei propri ideali, abbastanza colmi di empatia, per continuare a misurare il proprio privilegio rispetto all’assenza maggiore di diritti toccata ad altre persone. Definirsi privilegiati non significa essere ricchi, ad abitare in una villa con la servitù. Il privilegio si misura sulla nostra pelle in relazione a chi ha meno di noi. Migranti poveri e discriminati hanno meno di noi. Ed è questa consapevolezza che non lascia spazio al disprezzo, al razzismo. Quel minimo di umanità che ti rende persona anche quando resti in trincea e vedi gente che rischia la vita e urla più forte di te. Non mi stanno rubando niente. Nonostante tutto sono sempre io che godo di un privilegio.

Il privilegio non ci dà il diritto di disegnare le lotte altrui. Puoi solo appoggiarle e lasciare parlare chi rivendica i propri diritti. I ricchi non possono parlare in nome degli operai. Gli etero non possono parlare in nome di gay lesbiche bisex trans intersessuali. Gli uomini non possono parlare in nome delle donne. I cattolici non possono parlare in nome di atei, agnostici o gente di altre religioni. Gli antiabortisti non possono parlare in nome delle donne che vogliono abortire. I bianchi non possono parlare in nome dei neri. Le intellettuali borghesi non possono parlare in nome delle commesse, delle cameriere pagate in nero, delle performative artiste nelle discoteche, delle donne che posano in nudo per pubblicità o per altre ragioni, di quelle che fanno le web cam girl, di quelle che svolgono lavori sessuali, compresa la vendita dei servizi sessuali. Non possono parlare in nome delle donne con il velo, delle donne che non vogliono avere figli. Dunque la persona sana non può conoscere i disagi di quella che soffre di depressione e/o disturbi alimentari. La persona che ama vivere la sessualità in un certo modo non può dettare il proprio dogma a tutt*.

Cosa resta da fare per comunicare e crescere? Ascoltare, in primo luogo, senza avere la presunzione di conoscere la vita altrui, le loro scelte, le loro esperienze. Avere consapevolezza della propria parzialità. Smettere di proiettare su chiunque la visione che si ha di se stess*. Smettere di fingere di ascoltare in un analfabetismo funzionale che ti impedisce di ascoltare davvero. Ascoltare e condividere conoscenze. Chiunque abbia qualcosa da dire può raccontarsi a partire da sé. Ascoltare e comunicare con la consapevolezza, ciascun@ dei propri privilegi. Dunque chiediti quali sono i tuoi. La stratificazione gerarchicamente discriminante ed escludente che ho descritto non è stata inventata da me e di certo non la legittimo. Ogni persona al mondo dovrebbe godere di eguali diritti ma se per nascita, ceto, classe, invenzione della “razza” come motivo di costruzione di privilegi per altre persone, se per genere, sesso, per colore, cultura e religione, qualcun@ si riconosce in quella parte che ha inventato profili umani migliori in confronto a quelli definiti minori, non ci è possibile sorprenderci per le lotte che vedono impegnati, alla ricerca di riconoscimento egualitario, tutte queste parti, singolarmente, fintanto che non pensiamo ad un nuovo modello di lotta che si chiama intersezionale. Quando io lotto per i miei diritti dovrò pensare a non sovradeterminare nessuna delle parti stigmatizzate e discriminate. O siamo liber* tutt* o non è liber@ nessun@.

Senza quella pietà stantìa tipica di chi ha realizzato la cultura che ti rende “minore” e poi finge un missionariato che santifica e comunque è funzionale a quella stessa cultura. Senza legittimare l’idea che il padrone può salvarti dalla povertà poiché è e resterà pur sempre un padrone. Senza legittimare il paternalismo usato da certi uomini nei confronti delle donne. Senza pensare che chi usa repressione nelle piazze poi potrà salvarti. Senza sensi di colpa ma con una laica, quotidianamente messa in discussione – cosa che fa sempre bene – consapevolezza. Dunque qual è il tuo privilegio e nei confronti di chi?

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5 pensieri su “Il privilegio: a partire da me”

  1. Va benissimo apprezzare le proprie fortune e meditare sulle disgrazie degli altri è come poterli aiutare, sacrosanto.
    bisogna riconoscere che in Italia non c’è la “segregazione razziale” ed anzi abbiamo accolto moltissimi profughi negli ultimi anni (alcuni dei quali neanche erano tali) e poi che se l’Europa è ricca e progredita mica è solo per il colonialismo ma anche per le grandi menti e le grandi scoperte ed invenzioni che ci sono state e non bisogna aver paura di dirlo in nome di un mea culpa etnomasochistoco costante.
    Insomma questa è la mia opinione
    🙂

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