Autodeterminazione, Comunicazione, Eretica, Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Mi sento così

Car* tutt*, vorrei dirvi, sottraendo tempo e spazio a voi che avete mille storie da raccontare, come mi sento. Ho bisogno di condividere con voi cose intime forse per restituirvi l’intimità che mi regalate ogni giorno, ricordandomi che gestire uno spazio in cui dietro le storie ci sono persone, c’è il vostro dolore, i dubbi, il coraggio che impiegate nella composizione di messaggi così chiari, semplici, in cui tutto è chiaro, per quanto a molt* non sembri così, è un lavoro di grande responsabilità.

Sia chiaro: per me non è un hobby ma lo sento come un dovere. Lo devo a voi. Lo devo a me stessa. Per le esperienze che anch’io ho vissuto, per l’elaborazione che mi consente di andare oltre la proiezione di me nelle vostre parole. Per il fatto che l’età adulta mi ha regalato quella che penso sia un’abilità: l’ascolto, il fatto di superare differenze salvo quando si ha a che fare con persone intolleranti che desiderano imporre a tutti i costi il proprio punto di vista.

Ho imparato da voi che il mondo non è bianco o nero, che la complessità è difficile da digerire a volte ma l’ascolto alla fine è una ricchezza per tutt* e dunque anche per me. Mi sento indietro, come percorressi a passi lenti un itinerario che dovrebbe essere percorso a passo lesto. Devo occuparmi di me, della mia salute, della mia precarietà, dei miei problemi. Mi capita di pensare che forse non chiarisco a sufficienza quanto umana e imperfetta io sia e quanta gratitudine nutro per voi che mi date forza, mi regalate coraggio, sorellanza, in silenzio, anche quando io mi sento solissima e in realtà poi scopro di non esserlo.

Quello che sento in questo momento è che mi lascio prendere dal malessere quando si distorce quello che dico e che penso. Ma so che è una perdita di tempo. Ci siete voi con le vostre storie che mi riportate ad andare oltre me, il mio ego ferito, la mia, come la vostra, necessità di riconoscimento. E non è una dichiarazione di vittimismo perché non mi sento vittima. Solo una tra le tante persone che ogni giorno applicano energia per tentare di comunicare al meglio con altre persone che fanno altrettanto. A volte riesco e altre volte no.

Sono umana, mi dico, e penso alle giornate in ospedale, ai ritorni che non sono ritorni a casa e basta perché ci sono sempre implicazioni, terapie da seguire, esami da fare. Penso alla commozione e alle lacrime che devo mandare giù ogni volta che ricevo una mail in cui una storia mi coglie alla sprovvista, tanto è doloroso immedesimarmi con empatia nel vostro vissuto. Non sono indifferente. Le vostre ferite non mi scivolano addosso. Sono piena delle vostre parole, delle vostre necessità e mi sento così piccola, così impreparata, rispetto al reale bisogno che andrebbe soddisfatto. Mi sento inadeguata, a volte, quando mi fermo a ripensare, a rimuginare al significato denso di emozioni di ogni sillaba che inviate.

Non so se faccio bene. Se quello che provo a dare sia tanto quanto quello che ricevo. Non ne ho la certezza. Lo dico sempre che sono qui a imparare, assieme a voi. E sono disposta a rimettermi in discussione, non di fronte a chi discrimina e delegittima prima ancora di riconoscerti lo sforzo, il lavoro fatto, ma di fronte a chiunque regali aspetti della vita e delle esperienze altrui che io mai avevo preso in considerazione. Non so tutto ma so che tengo alla mia autonomia intellettuale e per quanto io sia consapevole della mia parzialità non posso fare altro che dirvi che il bilancio, di legami realizzati, di affetto profuso, dato e ricevuto, di intimità ricca e meravigliosa, è positivo.

Mi sento fragile. Non mi tocca il fatto di essere attaccata personalmente. Non più almeno. Mi sono sentita sola, molto sola in alcuni momenti, perché l’autonomia intellettuale, il non voler fare branco, si paga sempre. Lo sapete anche voi. Tirarsi fuori dalla mischia e dire che non sei uguale, che la tua pelle non è uguale, che essere donne non significa affatto essere uguali, anzi, e che la ricchezza maggiore della quale possiamo beneficiare è la somma di parzialità, la curiosità, la voglia di sapere e restituire il sapere acquisito, l’elaborazione realizzata. Fare tutto questo ha un prezzo.

Sono qui a scrivere, a leggere, tantissimo, a cucinare, a coccolare e ad essere coccolata, ad aver bisogno di tre parole ascoltate ogni tanto: “va tutto bene” per superare la giornata, per non arrendermi e per insistere riappropriandomi della vita, della voglia di prendere il sole, di prendere contatto con il mio corpo ferito, di capire perfino quel che sta dietro le cattiverie che tutt* leggiamo in giro per i social o ascoltiamo quando siamo fuori, nel mondo reale, che poi è quello di cui parlate sempre.

Misurando aspetti del mondo reale che vengono disconosciuti, fraintesi, sminuiti, in una perenne necessità di cacciare via il mostro per pensare che sia fuori dai contesti che frequentiamo, quelli in cui siamo cresciut*, quelli che ci hanno portato a usare gli asterischi per rispetto alla soggettività delle persone che così vengono comprese, accolte. Ogni cosa per ampliare lo sguardo, per tentare di includere invece che escludere in modo intollerante. L’intolleranza non cerca inclusione ma preme per espellere te dall’umanità, dalla vita, dalle dinamiche di gruppo, sempre uguali, sempre riconoscibili in una mediocre pochezza che ci rende, rende tutt* noi, più pover* ogni volta che restiamo incastrat* a farci sommergere dalla merda piuttosto che tirare lo sciacquone e andare avanti.

Guardo chi teme di perdermi, chi non vuole più rivolgermi la parola, chi pensa di me cattiverie orribili. Se resto nascosta non prendo nulla di buono. E’ il silenzio, l’assenza di ossigeno, una non-vita che pretende di radicarsi nell’invisibilità. Aprirsi alle emozioni, alle nostre/vostre esperienze, difficili, che mostrano una forza rispetto alla quale non saprei, credo, neppure competere, significa anche lasciarsi raggiungere dalla merda che resta lì, pretendendo di sconfinare per riempire d’odio ogni relazione, ogni discussione, ogni vissuto. Non so ancora ascoltare il dolore e lasciare fuori l’odio. Però penso di avere altre priorità. Vivere, conoscere, capire e non lasciare che l’ignoranza e l’odio mi imprigionino. C’è chi deride le mie fragilità. I bulli e le bulle non sanno fare altro che questo. Nulla di più e nulla di meno. C’è chi deride le vostre e penso che questo sia l’oggetto d’attenzione che preme per indurci ad arrivare ad una soluzione o quantomeno ad una spiegazione.

Quello che volevo dire, alla fine, mentre penso alle relazioni che senza gli spazi di comunicazione che gestisco non sarebbero mai potute esistere, è che a voi tengo molto. Magari sbaglio ma ci provo. Ecco. E vi sento accanto, mano nella mano, per buttare giù muri di intolleranza e odio, di genere, di classe, di razza, di cultura, di religione, di. Pensiamoci forti, proprio quando abbiamo mostrato la fragilità, perché mostrarla, pensando alle molestie che i bulli possono dedicarti  quando ritengono tu sia nuda, in una aggressione ai corpi che in fondo è stupro, è un atto di forza incredibile.

Con amore

Eretica

4 pensieri riguardo “Mi sento così”

  1. Lascio sempre “mi piace” silenziosi, perché non sono brava a commentare le storie altrui. Però, grazie davvero, per tutto quello che fai e per tutte le volte che leggere il blog o la pagina mi ha fatto bene, male, cambiare idea, cambiare atteggiamento e mille altre cose. Spero davvero che questa ricchezza che doni a tutt* noi nutra anche te.

  2. Va tutto bene. Oggi, poi, è un buon giorno, perchè gli atti commessi dalle forze dell’ordine a Bolzaneto nei giorni del G8 del 2001 sono stati atti di tortura, come ha stabilito la Corte europea dei diritti umani, che ha condannato l’Italia per le azioni dei membri delle forze dell’ordine, e perché lo Stato non ha condotto un’indagine efficace. Grazie di tutto.

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