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Una stanza tutta per noi. Primo capitolo: L’invito

Questo è il primo capitolo di un lungo racconto Horror che sto scrivendo. In attesa della pubblicazione dell’intero racconto non appena lo avrò concluso. Buona lettura!

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Una Stanza Tutta Per Noi

1° Capitolo

L’invito

Estate. Il sole è alto e la città è deserta. Le uniche persone rimaste in città sono spesso incapaci di apprezzare la natura, un po’ di relax, una vacanza. Sono persone a cui capita di sentir dire che la città è più bella quando non c’è nessuno ad attraversarne le strade. Potrebbero definirsi soggetti la cui caratteristica principale è la misantropia. Persone che non amano stare a contatto con nessun altro. In fondo snob, senza capacità di empatizzare con chi è diverso da loro. Senza capacità di apprezzare la diversità. È in questa città così deserta che troviamo due gruppi di persone, apparentemente dissimili e uniti dallo stesso sforzo di evitare altra gente che ride, sussurra, gioisce, si diverte.

Sarebbe oltremodo carino da parte nostra cercare di condividere la conoscerza circa le loro abitudini. Perché bisogna conoscerle per raccontare e ascoltare questa storia.

Iniziamo con un gruppo di donne che si danno spesso appuntamento in un parco al centro della città. Amano conversare sotto l’ombra degli alberi e hanno un obiettivo. Insieme conducono una lotta in favore dei diritti delle donne.

Una di queste donne è sulla trentina, somiglia vagamente ad una attrice degli anni 50.

Non è davvero possibile pensare a lei se non in una ambientazione antica.

Indossa abiti a fiori lunghi, eleganti, e la sua acconciatura è la stessa di una Sophia Loren di molti anni fa. Un’altra del gruppo ha cinquant’anni, si mantiene grazie ad un impiego pubblico. E’ divorziata, ha un figlio di circa 16 anni e non ama ricordare il motivo del suo divorzio.

In realtà è stata lei a chiederlo, perché l’ex marito era un violento. Non un violento occasionale, ma uno di quegli uomini che si vantano di saper tenere in riga moglie e figli.

Il trauma di quella grave esperienza l’ha portata a considerare tutti gli uomini come fossero egualmente violenti. Inutile spiegarle che non tutti sono uguali. La sua considerazione nei confronti degli uomini è perciò pari a zero.

Il figlio, d’altro canto, è succube di questa madre tanto traumatizzata. Egli non ha il coraggio di dirle che in qualche occasione ha sentito e incontrato il padre. Voleva semplicemente dirgli che quanto era successo aveva influito anche sulla sua vita e sulle sue scelte.

Capelli castani, occhi grandi, di un verde trasparente, aveva assistito alle percosse che il padre infliggeva alla madre. Non provava odio, non gli era tuttavia indifferente. Qualcuno avrebbe detto che era pur sempre suo padre. Non lui. Egli viveva semplicemente una contraddizione affettiva che la madre non aiutava a superare. Se lei avesse voluto parlarne con il figlio forse le cose sarebbero migliorate.

La terza donna ha sessantadue anni. È una delle poche fortunate della sua generazione a poter godere di una pensione dopo aver insegnato materie letterarie per circa 35 anni.

Capelli grigi, con qualche ciuffo completamente bianco, occhi castani, un’espressione solare, a prima vista nessuno avrebbe capito cosa mai questa donna potrebbe avere a che fare con le altre due. Anche lei sposata, divorziata, con due figli oramai adulti. La cosa più evidente che caratterizza questa donna è la capacità di peggiorare l’umore di chiunque le stia vicino.

Tremendamente pessimista, disincantata, cinica. Nulla giustifica questo suo atteggiamento negativo.

La quarta donna ha 40 anni, non è sposata, non ha mai avuto relazioni molto lunghe, non ha mai avuto figli per scelta. Lei tiene a specificare che avrebbe potuto avere dei figli ma che non li ha voluti. Tiene a dire anche che avrebbe potuto diventare la moglie di qualcuno ma ha sempre rifiutato l’idea di essere sottomessa ad un uomo.

La sua vita sociale è quasi inesistente non fosse che per gli incontri con le altre tre signore. Insieme nelle loro chiacchierate difendono i principi di indipendenza e libertà delle donne. Parlano di se stesse come fossero grandi combattenti. Tra i concetti più frequenti che esse esprimono c’è quello che si riferisce a un’eterna barricata.

A sentir loro ci sarebbero nemici ovunque. I loro nemici stanno ovviamente tra i maschi.

Incredibile la maniera in cui parlano di uomini. Dicono di non esserne attratte. Dicono anche che sono orgogliose di essere se stesse senza mai subordinare le proprie preferenze di vita, estetiche, lavorative, ad un uomo. Rifiutano l’idea che una donna possa anche essere felice di stare insieme ad un compagno di vita. Sono talmente incapaci di analizzare lucidamente questo loro distacco nei confronti degli uomini che non si rendono conto del fatto che anche i figli maschi possono risentirne.

Il loro non è un vero e proprio pregiudizio di genere. Si tratta, in realtà, di fatti accaduti mai elaborati fino in fondo. Queste quattro donne non sono affatto serene. Nell’ansia di apparire libere, autonome, rispetto al genere maschile, comunicano una sorta di eccitazione che non deriva dalla soddisfazione di aver raggiunto una meta. Piuttosto sembra una gara a chi tra loro si prende meglio per il culo.

Sfuggendo la valutazione sulle proprie esperienze personali, senza mai impiegare un criterio di giudizio che possa ben distinguere la conclusione sul proprio vissuto dalla creazione di norme universali valide per tutte, non fanno altro che ricalcare lo stesso tipo di comportamento che hanno alcuni uomini quando dicono che il loro punto di vista è universalmente valido.

L’altro gruppo del quale è necessario occuparsi, se vogliamo ben narrare questa particolare vicenda, è costituito da quattro uomini. Sono figli, mariti, single, padri. Anche le loro età esprimono quattro generazioni diverse. Un trentenne, un quarantenne, un cinquantenne e un sessantenne.

Il trentenne vive ancora a casa con i suoi genitori. È precario, non ha completato gli studi, non ha mai avuto grande successo con le donne. Immerso in un grande vittimismo, immagina che le donne che non accettino di stare con lui siano tutte un po’ troie.

Il quarantenne è divorziato, non lavora molto, gli è stata diagnosticata una depressione, lamenta di essere stato trattato male dalla ex moglie e di non poter vedere il figlio, ormai dodicenne, quanto vorrebbe.

Il cinquantenne è un uomo a prima vista realizzato. Un professionista, può permettersi il lusso di viaggiare, incontrare persone interessanti, leggere, andare a teatro. Ha avuto delle relazioni monogame abbastanza lunghe con due donne diverse. Si somigliavano, in effetti. Brune, capelli lunghi, occhi scuri, con una silhouettes equilibrata, corpi desiderabili nella norma. Il fatto che egli possa permettersi molti lussi gli fa ritenere di poter trattare le donne come crede. Di fatto le tratta abbastanza male. Rimprovera a tutte loro la propria accanita dipendenza dalle relazioni con le donne, a suo giudizio mai coinvolte come lo è lui.

È un uomo combattuto, dunque, che ha bisogno del consenso e della vicinanza di una donna e allo stesso tempo immagina che sia la donna stessa a dover concedersi senza che egli debba fare alcuno sforzo.

Il sessantenne è un uomo mediamente colto che immagina di vedere complotti dappertutto. Uno dei complotti, che graverebbe maggiormente sulla vita degli uomini presenti nel pianeta terra, egli lo ha riconosciuto in quello che definisce nazi femminismo. Le donne sarebbero a capo di tutto. Governebbero l’intero pianeta. Ordinerebbero stragi di uomini come fosse una sorta di pulizia o eugenetica di una categoria umana composta esclusivamente da persone di sesso maschile.

Il trentenne è un uomo grassoccio, con l’espressione del viso irrigidita, nella posizione di chi è eternamente incazzato. Ha pochi capelli, occhi piccoli e castani, ed è alto più o meno 1 metro e 75 centimetri.

Il quarantenne è tutto sommato un bell’uomo, sebbene sia visibilmente trascurato. Capelli scuri, occhi celesti, barba incolta, un corpo che un tempo doveva essere in forma, forse prima del divorzio che deve avergli fatto parecchio male.

Il cinquantenne ha capelli corti, biondiccio, occhi chiari, pelle lentigginosa. Non esattamente un adone ma, tutto sommato, un uomo affascinante.

Il sessantenne è un uomo magro, capelli grigi, sguardo inespressivo, labbra sottili, una leggera curva sulla schiena, ha scritto un paio di quaderni che contengono consigli esclusivamente rivolti ai veri uomini.

Sarete ora curiosi di conoscere i nomi di queste persone. Sono: Marcella, Sonia, Clotilde, Giovanna. Poi: Alfonso, Mario, Tommaso, Riccardo.

È un bel giorno d’estate, il postino reca con sé alcune lettere il cui messaggio è di vitale importanza. Sulle buste non è descritto alcun mittente. Chi le ha confezionate ha però accuratamente descritto nomi e recapiti dei destinatari. Con una grafia d’altri tempi, tipica di chi ancora non ha perso l’abitudine a scrivere a penna, quel che di solito ormai viene solo scritto con i computer, si sottolinea, in un piccolo spazio sul retro delle buste, la parola ”urgente”.

Tutti i destinatari accolgono le lettere con entusiasmo, come fosse uno squarcio nella pur afosa solitudine che li accomuna. Aprono le buste con estrema attenzione, per non rovinarne il contenuto. All’interno un biglietto in carta rigida che recita il seguente testo: “invito: la signoria vostra (segue nome) è invitata a intervenire in soccorso di una persona in pericolo di vita”.

L’unica differenza, nel testo dell’invito consegnato agli uomini e alle donne, consiste nella descrizione del sesso della persona in pericolo. Alle donne viene fatto intendere che è una ragazza ad aver bisogno di aiuto. Agli uomini viene fatto intendere che la richiesta di soccorso riguarda un ragazzo.

Per soccorrere la ”persona in pericolo” tutti dovranno recarsi presso un edificio situato nella periferia sud della città. È una zona dalla quale nessuna tra le persone invitate è mai transitata. I gruppi gli uomini e donne non manifestano la minima perplessità. Così presi dall’idea di poter confermare la propria teoria, circa la cattiveria attribuita all’altro sesso, da non chiedersi perché mai una richiesta di soccorso possa essere consegnata in maniera così formale.

Alle donne viene ovviamente comunicato che la ragazza in pericolo è vittima di un gruppo gli uomini perversi. Agli uomini, viceversa, viene comunicato che il ragazzo in pericolo è vittima di donne senza scrupoli le quali, secondo i quattro, non possono che essere le terribili nazi femministe.

Ad invogliare uomini e donne, affinché abbandonino ogni remora, c’è anche la promessa implicita di un riconoscimento pubblico. Entrambi i gruppi amano pensare che un giorno i loro nomi passeranno alla storia per gli atti di eroismo compiuti. Nulla è più gratificante che la sensazione di aver compiuto un virile atto di eroismo, una azione di salvataggio, nei confronti di una persona in pericolo.

Le quattro donne, munite di armi improvvisate, coltelli, mattarelli, perfino una racchetta da tennis, si danno appuntamento all’incrocio la cui via centrale porta all’edificio in questione. Una tra loro porta con sé perfino un libro, di peso medio, le cui parole, secondo lei, potrebbero far cambiare idea agli uomini cattivi. In fondo, l’intento delle donne, è meno violento di quel che ci si aspetterebbe in una simile circostanza.

Gli uomini, più sicuri dei propri mezzi, pensandosi più forti dal punto di vista fisico, tanto da poter riuscire a sconfiggere le donne cattive solo col peso dei propri corpi, non portano nulla con sé se non una videocamera e una macchina fotografica. L’idea del gruppo è di arrecare danno alle donne cattive riprendendole in video per poi pubblicarlo sui social media. Mettere alla gogna le perfide nazi femministe è l’azione che potrebbe sconfiggerle.

Le strade della città sono deserte. Il sole a picco, l’afa, la pesantezza nell’aria ancora inquinata, nonostante la diminuzione del traffico cittadino, rende il clima ancora più surreale.

Le donne marciano compatte, pronte ad andare in guerra. Gli uomini sembrano

rianimarsi di fronte alla prospettiva di poter fare del male alle nazi femministe.

Le ombre che seguono quei corpi, come eserciti oscuri che avranno la meglio sui nemici sconfitti, si dilatano dall’unione delle impronte dei guerrieri in marcia.

È un giorno d’estate, uno di quei giorni in cui difficilmente verrebbe in mente di prendere d’assalto un edificio alla periferia sud della città. Troppo faticoso per chiunque. Si pensa piuttosto ad abbronzarsi, a nuotare, a cercare un clima un po’ più fresco, a rilassarsi, a godere della lettura di un buon libro.

Il calore si riflette sull’asfalto delle strade deserte. E’ un paesaggio sguarnito di qualunque forma di vita. Si intravede a malapena un cane randagio che cerca inutilmente una zona fresca in cui riposarsi. La marcia di liberazione procede senza sosta. Neppure la sete riesce a rallentare il cammino delle quattro donne e dei quattro uomini. Ai lati delle strade palazzi con finestre a serrande completamente chiuse. Si avverte un ronzio che arriva dai condizionatori in funzione. In lontananza una frenata brusca. D’estate capita che un guidatore percorra chilometri senza rallentare. Neppure i semafori fungono da deterrente.

La pettinatura di Marcella, attaccata al cuoio capelluto grazie a una quantità infinita di lacca, viene sfidata dal sudore. Marcella vive con profondo disagio la possibilità che la cotonatura del capello svanisca senza possibilità di porvi riparo. Vorrebbe chiedere alle colleghe di lotta una opinione sullo stato del suo capello. Solo il pudore e la vergogna di mettere al primo posto la preoccupazione estetica, invece che la salute della ragazza in pericolo, la fanno desistere dall’intento.

Tra gli uomini, d’altro canto, c’è Mario che procede imperterrito, sull’asfalto bollente, con le sue infradito, assai poco adatte ad affrontare la battaglia. Una lieve vescica al piede destro rappresenta il prezzo che eroicamente Mario è pronto a pagare pur di arrivare nel luogo in cui un ragazzo sconosciuto potrebbe essere, perché no, già stato sconfitto.

Uomini e donne eseguono piano slogan a loro molto cari, per galvanizzarsi a vicenda e per ripassare le convinzioni ideologiche che sono pilastri utili a rendere necessaria la loro azione il soccorso.

Dopo un paio d’ore buone di cammino, si staglia all’orizzonte un palazzo grigio che sembra ancora in fase di costruzione. Si vedono molti piani, molti metri quadri e poche possibilità di rintracciare la persona in pericolo al primo tentativo.

Il palazzo è circondato da una fitta rete metallica e all’interno si vede un container di quelli dei cantieri edili. Non sembra esserci anima viva. Si vedono cumuli di terra, mattoni, attrezzi da lavoro. Sul retro del palazzo c’è un’impalcatura protetta da un velo spesso di plastica. Immaginare che d’estate gli operai possano lavorare su quell’impalcatura causa un malessere fisico. Potrebbe essere definita una tortura. Un angolo della rete metallica è stato tranciato di netto, quasi che qualcuno avesse voluto facilitare l’ingresso dei soccorritori e delle soccorritrici.

Le prime ad arrivare sono le donne. In ordine di apparizione: Marcella, Sonia, Clotilde, Giovanna. L’anticipo temporale con il quale le donne arrivano sulla scena del crimine è tutt’altro che casuale. Il postino, infatti, aveva consegnato le buste secondo un ordine preciso: prima le donne e poi gli uomini. Chi le ha spedite sembra aver programmato i loro differenti tempi di arrivo. Clotilde, dall’alto della sua grande esperienza, con il solito piglio pessimista procede verso quella che sembra una porta d’ingresso. E’ abbastanza inusuale trovare una porta così ben fatta, in legno scuro, con uno strano ricamo barocco sull’arcata superiore, in un edificio ancora in costruzione. La porta ha due pomelli dorati, due fessure rotonde al centro e nessun campanello o citofono per richiamare l’attenzione di chi potrebbe essersi trincerato all’interno. Come superare una simile barriera? L’unico percorso plausibile è quello dell’impalcatura. E’ Giovanna, la quale spicca per impavida determinazione, che si arrampica al primo strato di una costruzione in legno e ferro, alta quanti sono i piani del palazzo. Deve superare il terzo strato per poter raggiungere una finestra priva di infissi. Si fa largo attraverso una barriera di tavole accatastate e sacchi di cemento e riesce infine a entrare.

Sonia è quella che impiega uno sforzo maggiore. Col sudore che scorre sul viso arriva a destinazione quasi senza fiato. Dopo che l’ultima tra loro varca quella precaria soglia sui volti delle salvatrici si scorge l’effetto della paura. Nessuna di loro, in effetti, sa quale direzione prendere. Decidono di non fare troppo rumore per non allarmare gli aggressori. Allo stesso tempo si pongono in ascolto per tentare di percepire un suono, una richiesta di aiuto, un lamento. Sono pronte ad affrontare molte difficoltà ma temono, più di tutto, di essere arrivate troppo tardi. Le terrorizza l’idea di trovare oramai solo un corpo senza vita.

In questo preciso momento Sonia sta pensando alle botte prese dal suo ex marito. Sarebbe stato utile che qualcuno avesse comunicato per tempo lo stato di pericolo in cui si trovava per aiutarla a trovare una casa e un lavoro per poter abbandonare quella vita.

Non fosse stato per il figlio, che lei da sola non sarebbe stata in grado di mantenere, sarebbe andata via molto tempo prima.

Timidamente Marcella avanza l’ipotesi di dividersi per esplorare più in fretta gli spazi interni. La proposta viene bocciata all’istante. Decidono perciò di procedere tutte assieme, per poter affrontare il pericolo con maggiore forza.

La vita di una ragazza sconosciuta dipende dalle loro scelte. Camminano piano, inciampando l’una sui passi dell’altra, abbandonano la stanza, percorrono un lungo corridoio fino ad arrivare ad una scala. Sorprendentemente gli scalini, così com’era la porta d’ingresso, sono ultimati. Un prezioso marmo scuro, lucido e scivoloso, ospita gradevolmente i loro passi.

Stranamente non trovano alcuna apertura corrispondente ai vari piani del palazzo. Il percorso sembra obbligato. La scala le porta dritte fino all’ultimo piano dal quale partono scale in legno che le conducono, stavolta, verso il basso. In un intricato saliscendi, tra zone di luce e zone buie, perdono la percezione dello spazio e del tempo.

Quando pensano di essere inutilmente arrivate al termine di un infausto viaggio, intravedono finalmente una porta che potrebbe condurle nel luogo in cui si trova la ragazza in pericolo. La porta è stranamente decorata ai margini con profili di donne e uomini intagliati nel legno. Incoraggiate da un suono proveniente dall’interno, forse una voce, quella tanto agognata richiesta di aiuto, procedono pur se colte da una strana inquietudine. Immediatamente dopo si trovano al centro di una stanza buia. La porta si chiude alle loro spalle e non sembra esserci altra via di fuga. Quando una luce intensa si abbatte sui loro volti le donne si rendono conto di essere in trappola. Una voce metallica ordina loro di distendersi sul pavimento.

A questo punto la stanza pare vivere di vita propria. Scende velocemente di vari livelli e quando le donne pensano che sia finita: da quattro prese d’aria poste su altrettante pareti, con grosse ventole che regalano ossigeno a quel claustrofobico spazio, esce fuori un gas che le anestetizza.

Dentro il cubo risuonano ancora le urla delle donne terrorizzate e in trappola. Al risveglio sono incatenate alle pareti, l’una di fronte all’altra. Il terrore nei loro occhi, mentre tentano di reperire notizie sperando che almeno una tra loro sia rimasta cosciente o si sia risvegliata prima delle altre.

Urlano chiedendo aiuto, non sanno quanto tempo sia trascorso dal momento in cui si sono addormentate. La voce metallica, la stessa che aveva ordinato che si distendessero sul pavimento, le rassicura. Spiega che le quattro donne sono state scelte per un esperimento che, una volta portato a termine, produrrà un significativo risultato.

Le donne danno per scontato che quella voce metallica corrisponda ad un uomo. Lo insultano nominandolo al maschile. Gli dicono di liberarle altrimenti lo denunceranno per sequestro di persona, violenza sulle donne, più una serie di altri reati la cui lista suscita solo una grande risata emessa dall’interfono incastrato sul soffitto.

Nell’attimo stesso in cui quella che per comodità d’ora in poi chiameremo “la voce” smette la risata riappare magicamente la porta che avevano attraversato e entrano due persone completamente rivestite di bianco, maschera del volto inclusa, le quali senza emettere alcun suono si avvicinano alle donne e inseriscono sulle braccia aghi collegati a flebo dalle quali prende scorrere un liquido il cui scopo è tenerle ben idratate e nutrirle. La voce spiega che non hanno nulla da temere e che saranno assistite per tutta la durata dell’esperimento. Per i bisogni fisiologici viene consegnato a ciascuna un secchio che dovranno dividere con altri ospiti. Il secchio si trova alla loro portata giacchè le catene consentono di muoversi in un minimo spazio d’azione.

Quando le donne chiedono alla voce di quali altri ospiti stia parlando dall’interfono esce solo il suono di un’altra risata.

Nel frattempo il gruppo dei quattro eroi indaga per trovare un punto di ingresso che li porti nel luogo in cui, presumibilmente, troveranno il ragazzo alla mercè delle presunte nazi femministe. Alfonso, il più giovane tra i quattro, immagina una soluzione parecchio virile. Egli crede che rompendo la grande porta a colpi di mattoni potrà accedere all’interno del palazzo. Data la forte resistenza del legno, così compatto e solido, Riccardo, il complottista, conclude che quella porta sia stata costruita dalle nazi femministe. Gli altri annuiscono, pur con qualche perplessità e Alfonso continua nel tentativo di sfondamento della porta esibendosi in presunte mosse di karate. Al secondo calcio sferrato sul legno egli lancia un urlo e si accascia per terra trattenendo il ginocchio destro con le mani. In quel preciso istante Tommaso, il quale era andato in ricognizione lungo il perimetro esterno del palazzo, con l’espressione di un Archimede con un Eureka incastrato in un fumetto, raggiunge i suoi pari e comunica la sua scoperta.

L’unico che sembra concentrato in un’altra direzione è Mario. La lunga camminata in infradito gli ha provocato una inguardabile bolla, che ha preso il posto della piccola vescica e che minaccia di esplodere da un momento all’altro. Il terreno è troppo accidentato e pieno di pericoli per poter essere attraversato a piedi scalzi. C’è il terriccio con piccole pietruzze appuntite, ci sono schegge di legno e chiodi disseminati qua e là. Non fosse per il dolore al ginocchio Alfonso sacrificherebbe i suoi piedi per soccorrere quelli danneggiati di Mario. Il fatto è che in quello stato non può rinunciare alle scarpe – di una nota marca sportiva – che lo facilitano nel suo lento zoppicare.

Il sole è ancora alto, la sadica calura pare affezionarsi ai corpi dei magnifici quattro. Tutti grondano sudore e il loro respiro è fiacco. Tommaso guida l’improbabile corteo degli uomini coraggiosi in direzione delle stesse impalcature che prima avevano facilitato la salita alle donne. Un passo dopo l’altro, aiutando Alfonso e Mario, resi invalidi dalla loro mal riuscita prova di destrezza, i quattro raggiungono l’unica stanza alla quale è possibile accedere. Riccardo intrattiene, nel frattempo, i compagni di ventura con le magnifiche gesta che lui avrebbe compiuto in passato per acquisire un pensiero autonomo e libero dalla schiavitù imposta dalle norme femministe. Alfonso e Mario vorrebbero dire, spazientiti, che hanno ascoltato mille volte gli stessi racconti. Tommaso, invece, con timore reverenziale, usa un tono compiacente per alimentare la convinzione complottista di Riccardo. Usa soprannomi che rimandano a memorie storiche. Riccardo cuore di Leone, Riccardo il baldo condottiero, e dopo svariati Riccardi accompagnati da aggettivi compiacenti, infine, segna la conclusione del percorso dichiarando prontamente che la scalinata in marmo li porterà dal giovane in pericolo.

Stesso saliscendi compiuto delle donne. Stessa soglia da varcare. Qui il buio, la porta che si chiude alle loro spalle, la voce metallica, l’ordine di distendersi sul pavimento, la discesa agli inferi, il gas anestetizzante e poi il risveglio.

Deve essere chiaro a chi ha letto fin qui la storia che riguarda il destino di queste otto persone che non stiamo inventando nulla. La conoscenza di questi dettagli ci è data grazie ad una accurata documentazione che chi ha condotto l’esperimento ha voluto lasciare in eredità a sociologi e antropologi i cui studi francamente non si sarebbero mai similmente spinti fino a tanto. E’ tuttavia un patrimonio da preservare e tramandare affinché l’umanità tutta sappia a cosa può portare il compimento di alcuni tragici errori.

La stanza in cui sono stati intrappolati i quattro uomini non è la stessa che prima aveva rapito le donne. Il caso vuole però che gli uomini ora si trovino legati alle pareti del cubo in cui sono incatenate Marcella, Sonia, Clotilde, Giovanna. Ogni uomo si trova legato accanto ad una delle donne. Ogni uomo deve condividere il secchio per i bisogni fisiologici con la temporanea compagna di parete e di prigionia. Quando la voce metallica annuncia l’ingresso delle due persone mascherate di bianco gli uomini stanno bestemmiando contro l’universo intero. Anch’essi vengono collegati a flebo che contengono liquido idratante e nutriente e si trovano ad ascoltare la stessa sadica risata emessa dalla voce.

A questo punto chiunque potrebbe prevedere uno scenario diverso a seconda delle proprie convinzioni. Si può immaginare uno scontro verbale tra uomini e donne, con gli uni ad addossare alle altre la colpa della situazione in cui si trovano. Si può immaginare anche che siano le donne a insultare gli uomini attribuendo loro la responsabilità di tutto.

Quel che a noi però compete fare, pur provando un certo ribrezzo per la verità che siamo costretti a raccontare, è restare solidamente ancorati a quanto descritto nella documentazione che ci è pervenuta, senza ingigantire o sminuire nessuna delle vicende accadute.

Vi concediamo il tempo di mettervi comodi e disporvi con assoluta apertura mentale rispetto a tutto ciò che da ora in poi racconteremo.

To be continued

Copyright Eretica Whitebread

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