Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Violenza

Una riflessione sulla campagna #me-too: è il contesto che normalizza la violenza di genere

Lei scrive:

Cara Eretica,

Spero di riuscire, scrivendo, a mettere da parte un po’ della rabbia che mi invade quando leggo e poi ripenso ai commenti e alle reazioni che imperano sulla stampa e sui social italiani in merito al sistema di abusi sessuali, ricatti e potere che è in questi giorni venuto alla ribalta sulla stampa internazionale.

Vorrei esprimere un’opinione su un aspetto specifico, ma che secondo me spiega abbastanza bene i limiti delle modalità di mobilitazione attualmente in voga per contrastare la violenza di genere. Mi riferisco alla campagna #me too che imperversa sui social, in cui le donne sono chiamate a unirsi, scrivendo appunto “me too”, per denunciare di aver subito abusi sessuali. L’intento è rendere l’idea di quanto endemico sia il problema. Non voglio assolutamente sminuire il valore che può avere a livello individuale – appropriarsi della propria voce e denunciare –  e collettivo –far sentire tutte le vittime meno sole e abbattere il silenzio intorno alla questione. Trovo tuttavia che, ancora una volta, stiamo a concentrarci su chi subisce e su ciò che è successo, piuttosto che sul contesto che rende possibile la normalizzazione di un sistema di violenza di genere.

Trovo che sia ingiusto aspettarsi che chi subisce un abuso sessuale lo denunci o si unisca al coro del#me too sui social per una serie di ragioni. Innanzi tutto, i social non sono necessariamente uno spazio sicuro in cui esporsi. Ognuno può decidere di utilizzarli come vuole, anche per denunciare e sicuramente fa bene se quella è la modalità che trova più adatta. Ma trovo che il problema non sia chi non denuncia o non si espone bensì chi riproduce il contesto che normalizza l’abuso anche parlando a vanvera di vere e false vittime. Denunciare situazioni fortemente stigmatizzanti a livello sociale come un abuso sessuale (e la vicenda di Asia Argento è un esempio dello stigma misogino e maschilista che si appiccica a chi denuncia) richiede certamente coraggio, ma anche che chi denuncia sia in una posizione relativamente privilegiata, perché se denunci e non sei “nessuno” rischi lo stigma, l’esclusione e l’ostracismo sociale. Certo non è sempre così. Ma mi sento di dire che molt* di noi che si espongono sui social scrivendo me too possono dire di essere in una posizione che ci permette di uscire allo scoperto (neanche fossimo criminali) e dire sì, a me è successo, senza la paura di subire grosse ripercussioni o per lo meno con la consapevolezza di potervi in qualche modo far fronte, di avere accesso a contesti nei quali la nostra voce è ascoltata e compresa.

E questo mi porta alla seconda riflessione, perché chi commette violenze sessuali sistematicamente, solitamente sta abusando di una posizione di potere. Una situazione in cui chi subisce spesso dipendente a livello lavorativo (ma anche mentale o sociale, economico) dall’aggressore e dal sistema che lo sostiene. E per questo trovo che definire Weinstein un porco sia fuorviante. Lui era il primo anello di un sistema di potere perverso in cui le donne venivano messe nella condizione di dover scegliere tra gli abusi e la carriera. Invece di chiederci perché non hanno denunciato prima o perché hanno accettato la situazione (vedi Selvaggia Lucarelli ), perché non ci chiediamo in quale sistema malato una donna deve essere messa di fronte a questa condizione per poi essere stigmatizzata sia per aver denunciato che per non averlo fatto? Quale logica sottende i rapporti di potere in un contesto in cui è considerato normale essere violentata, molestata e ricattata per poter fare carriera? E chi in questo contesto può permettersi di dire NO! ottenendo accesso alla categoria delle madonne virtuose che “non aprono le gambe” in cambio della carriera? Siamo sempre lì, a discutere di madonne e puttane invece che mettere in discussione le logiche di genere attorno alle quali si organizza il potere nella nostra società? Ma poi, dico io, la questione se la vittima ci sia stata o no non dovrebbe neanche essere tema di discussione, perché il problema vero è che chi ha potere è libero di ricattarti e pretendere l’accesso al tuo corpo.

Infine, proprio perché stiamo parlando di sistematico abuso di potere,  di un sistema di violenza di genere e non di singoli ”porci”, dobbiamo anche renderci conto che le situazioni sono molto meno nitide e definite di quello che gli articoli e commenti sui media ci fanno credere. Soffermarsi su ciò che è accaduto, sull’abuso in sé non rende l’idea del contesto, della situazione in cui questo tipo di fatti accadono. Si tratta di situazioni per loro natura ambigue perché il confine tra ciò che è accettabile, ciò che è ok e ciò che non lo è, è spesso difficile da definire, specialmente quando a metterti con le spalle al muro è qualcun* da cui dipendi economicamente, professionalmente, psicologicamente etc. Per questo anche il tema del consenso deve essere trattato con cautela. È importantissimo che ci sia consenso, ma quando c’è una disparità di potere e una tendenza ad abusare della stessa può essere difficile poter dare o meno il consenso in modo netto. Ci vogliono contesti di riflessione, educazione e pratica sul e del consenso, in cui si parli di potere, si impari a riconoscerlo, a contestarlo, a gestirlo e a trasformarlo insieme.

Io mi sento di dire a chi sollecita le donne ad esporsi, a unirsi al coro del me too che va bene, denunciamo, ma consapevoli che non siamo meglio di chi non denuncia. E smettiamo una volta per tutte di puntare l’occhio di bue su chi subisce e cominciamo a chiederci come fare per cambiare questo contesto, questa realtà cui tutti noi, coi nostri discorsi e le nostre pratiche contribuiamo. Cominciamo a parlare di chi ha potere e di come lo usa, dei modi in cui prende forma e si rende possibile la pretesa di avere accesso ai corpi altrui, delle logiche che sottendono all’organizzazione delle nostre famiglie, le nostre relazioni, i nostri contesti di lavoro, la nostra società. Parliamo di come i nostri giudizi sono impregnati di sessismo, misoginia, razzismo anche quando siamo convinti di esserne esenti. E cominciamo a creare solidarietà, ad unirci tutt* veramente a sostegno di chi subisce violenze e molestie invece di cercare in tutti i modi di criminalizzarl* per non dover ammettere l’orrenda verità che ci siamo immersi pienamente in questa merda e ci costa troppa fatica prenderne atto e cominciare a spalare. Ecco, è tornata la rabbia, quindi chiudo!

Un abbraccio

Manu

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