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#Skioffi e la non-arte di un rutto misogino

Io non penso che certe manifestazioni di pensieri di merda vadano censurate. Direi che questi sottoprodotti di subcultura machista mettono in scena quel che tanti coglioni pensano. Scusate il mio gergo ma scrivo di pancia dopo aver visto questo video. Di pancia gradirei che un meteorite si scagliasse su questo coso che probabilmente pensa perfino di essere un artista. Razionalmente mi rendo conto che la vista di questo video, con codesto signore che tratta una donna come una bambola realmente inanimata, cioè defunta, cadavere, finita, suscita un dolore forte, così forte da produrre, a mio avviso, l’effetto opposto.

Poi penso che molte persone non hanno la mia formazione culturale né la mia esperienza e immagino che in tanti, quelli che hanno messo più di tremila like sul video, penseranno che si tratta di una gran figata. Una cosa della quale si può ridere.

Specifico che la mia critica non invita al linciaggio perché rispondere a gogne sessiste con ulteriori gogne non fa che produrre lo stesso meccanismo. Dinamiche che si somigliano, per quanto io faccia una enorme distinzione tra lotte culturali che riguardano oppressori, culturalmente parlando, e resistenza. Non invito chi legge a immaginare il martirio delle vittime di femminicidio. Non vi piazzo cadaveri squartati sul tavolo per argomentare il mio dissenso e il ribrezzo che a pelle provo guardando queste immagini e ascoltando il non-contenuto di una canzone in cui il sessismo e la misoginia viaggia in rima.

Mi direte che lui non è misogino, che non ammazza le donne. Certamente, ma il punto non è questo. Sono i soliti argomenti che servono a mutilare un pensiero diverso. Non dico che il tizio debba pensarla come me o che non sia consapevole del risultato prodotto. Il sessismo è commerciale. L’uso di certi termini attira una manica di stronzi sessisti che purtroppo rappresentano un target ampio in termini commerciali.

Ho fatto vedere il video al mio compagno ed è rimasto di stucco. E’ più arrabbiato lui di me. Io tengo a mantenere distanza su ciò che considero prodotto da analizzare, antropologicamente parlando. In questo caso, però, non perché sono una donna, non perché sono una femminista, non perché mi piacciono contenuti complessi e più intelligenti, confesso che quando il mio compagno è andato nell’altra stanza io sono rimasta sola, con quella brutta sensazione che è molto più che un pugno allo stomaco. Avevo voglia di piangere.

Il video tocca le viscere, le mie per lo meno. Se è una campagna contro il femminicidio, come ho letto da qualche parte – parlo di cose scritte dal fanclub del tizio – è fatta male. Le immagini truculente e le parole usate rendono quella donna un oggetto, in ogni senso. Un oggetto inanimato, con quell’idea da delitto d’onore, abolito all’inizio degli anni ’80 (1980, non 1880), che ripercorre esattamente la stessa via, a ritroso, del possesso giustificato da parte dell’uomo che così dichiara che una donna è sua e di nessun altro. E dire che perfino in circostanze come quelle le donne sono e restano soggetti, in lotta, a volte condannate a morire, non senza essersi comunque strenuamente difese.

Se si tratta invece del pensiero puro e semplice dei tanti misogini che restano sul nostro pianeta direi che è tutto già sentito, scontato. Un rutto pateticamente presentato come arte.

Fosse stata la scena di una donna che evira un uomo sono certa che certi comitati in difesa dei maschi avrebbero immediatamente espresso una condanna ferma e la richiesta di incarcerazione a vita della cantante. Spero di non vedere mai qualcosa del genere. E spero che non passi l’idea per cui essere uomini significa essere assassini. Io non credo che sia così. Gli uomini non sono assassini per natura. Qualcuno lo è per cultura e chi diffonde e rafforza e legittima quella cultura non fa altro che ergere monumenti al potere di controllo del patriarca, un Dio maschilista che pensa che a lui tutto sia dovuto.

Ma probabilmente io non sono obiettiva. E’ che mi ricorda quando un Lui oramai remoto mi mise le mani attorno al collo perché volevo lasciarlo e a suo parere gli appartenevo. Le donne sono persone e appartengono a se stesse. Sarebbe una gran cosa ribadirlo: nella comunicazione, nei contributi kulturali.

Un’ultima cosa e finisco: è mia opinione che ci siano fin troppi contenuti paternalisti e vittimisti che usano il femminicidio come brand. Lo è per quelle parole usate da uomini che immaginano di dover sostituirsi a noi quando dicono di difenderci per passare da eroi. Lo è per chi maschera modelle con un occhio nero, giusto per vendere abiti in sfilata ampliando il messaggio commerciale con quel tormentone inutile in difesa delle donne. Donne mostrate come vittime, come oggetti in passerella utili a poter vendere altro. Vittime, oggetti, come in attesa di essere salvate da cavalieri paternalisti del nostro tempo. Personalmente preferisco le campagne in cui le donne sono mostrate per quel che sono: forti, combattive, solide nella richiesta di strumenti da poter gestire per salvarsi da sole. Ma questo è un discorso probabilmente troppo complesso per chi immagina che le parole “zoccola, troia, cagna” siano la vera rivoluzione della canzone italiana.

Buona serata!

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