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The Red Pill: un documentario di parte su Mra & company

Cassie Jaye viene descritta come una capacissima documentarista in grado di affrontare argomenti complessi sulle questioni di genere. Io non la conoscevo e curiosa di capire quale fosse la sua idea su una questione che io ho affrontato per parecchio tempo, avendo interesse a indagare, ascoltare – superando diffidenza e pregiudizi – perfino opinioni che sono totalmente opposte alle mie, ho iniziato a vedere il suo ultimo documentario in cui lei parla degli Mra. Intervista persone che fanno parte di quel gruppo, ideologi e oratori/oratrici schierati in quella direzione, confrontando pareri degli Mra con quelli di femministe più o meno radicali (radical feminist degli Stati Uniti) che per l’impostazione filo-istituzionale, per legami con il potere politico ed economico, per l’appartenenza al femminismo della seconda onda, molto diverso da quello che molte persone, come me, della terza, quarta onda, praticano, non portano argomenti utili ad affrontare l’argomento. L’unica che ha detto cose condivisibili è stata “la rossa” che ha citato un elenco di temi attorno ai quali – se l’Mra non fosse stato in malafede – avrebbe assolutamente dovuto essere disponibile ad una lotta comune. La trovate verso la fine del documentario.

Il documentario – che trovate facilmente online in streaming – parte da una curiosità della intervistatrice a partire da un sito noto perché divulga contenuti fortemente misogini. Creato da Paul Elam, che sta alle origini degli Mra, cosa che alcuni Mra negano per prendere le distanze da certe sue raccapriccianti affermazioni, il sito la conduce ad un movimento diffuso che conta pochi ma rumorosi leader e molto seguito impantanato nell’odio contro le donne e contro le femministe.

Cassie Jaye per un anno viaggia per tutto il Nord America, in cui gli Mra esercitano la propria influenza, e intervista personaggi che uno per uno snocciolano argomenti conditi di grandi ovvietà, decontestualizzandoli, e attribuendone la malefica radice a quello che chiamano nazifemminismo. Del linguaggio di chi ragiona negli Mra, e in altri simili gruppi, abbiamo parlato su questo blog.

Lamentano una demonizzazione del maschio in quanto tale mentre esercitano demonizzazione nei confronti delle donne e delle femministe in quanto tali. Quel che dimenticano di dire, o che l’autrice non è stata in grado di approfondire, è il fatto che negano la violenza di genere, violenza esercitata in ragione del ruolo di genere attribuito, negano il fatto che quell’attribuzione di ruoli, come quello riproduttivo e di cura sia il risultato di una grave discriminazione. Negano che esista la cultura dello stupro. Qualcun@ dice perfino che in realtà tante donne vorrebbero essere stuprate, avrebbero fantasie di stupro, confondendo i giochi di ruolo consensuali, eventualmente definiti in alcune relazioni, con lo stupro che deriva da una totale assenza di consenso. Negano che tante donne sono alla disperata ricerca di lavoro, che si suicidano uguale o che sono vittime indiscriminate di stupri e violenze inflitte perché donne, la cui disponibilità sessuale, riproduttiva e di cura non può essere messa in discussione. Dire di No a tante donne non è permesso.

Non parlano minimamente dell’assenza di educazione alla consensualità e dimenticano che con le loro esposizioni vittimiste non fanno che galvanizzare uomini che vogliono soltanto che si torni ai tempi in cui i patriarchi governavano sulle donne senza nessuna possibilità di appello. Parlano di diritti della donna su riproduzione e aborto e inseriscono tra i temi urgenti di cui parlare il fatto che data la “troppa” libertà di scelta delle donne in questo campo dovremmo tornare al tempo in cui era l’uomo a dire alla donna se poteva abortire o meno. Era lui a decidere su quel che le donne erano costrette spesso a vivere sulla propria pelle.

Una delle richieste avanzate da taluni è quella di poter avere diritto di interferire con le decisioni delle donne sin dal concepimento. L’interferenza legiferata produrrebbe un appiglio per chi vorrà impedire l’aborto alle donne che vogliono abortire. Tutto ciò prendendo a pretesto la comprensibile rivendicazione di uomini che legalmente non avrebbero il diritto di smarcarsi dalla paternità pagante se, dopo un incidente di percorso, lei vuole avere il figlio e lui no.

Altra tiritera assoluta è quella che riguarda gli uomini protettori, produttori e responsabili del mantenimento delle famiglie, come se fosse frutto di un complotto femminista. Ci attribuiscono la pena dei morti in guerra, dei suicidi per povertà e dello sfruttamento di tanti uomini per lavori rischiosi che di solito non vengono svolti dalle donne.

La separazione dei ruoli, incastrati nella famiglia definita “naturale”, è data da tradizione e cultura patriarcale. Certo che quella cultura è stata veicolata e lo è ancora anche da tante donne ma ciò non vuol dire che il paternalismo, l’esigenza di sorveglianza e controllo della vita sessuale, riproduttiva e di cura delle donne, sia frutto di una cospirazione femminista.

Le donne lottano da sempre perché vogliono lavorare, in qualunque campo, e non per essere mantenute. Molte donne lottano perché non interessa loro l’attribuzione del ruolo materno. Molte non vogliono figli e altrettante non vogliono fare le madri vecchia maniera o non vogliono farle affatto. Le femministe che io conosco vogliono condividere i ruoli di cura, attendono da tempo che si realizzi una condivisione dei ruoli genitoriali e invece sono costrette da una legislazione maschilista a restare fertili e essere disponibili ad ogni chiamata governativa su piani di fertilità vari ed eventuali. Vedi proposte in varie fasi e con mille figure orribili per l’orribile campagna comunicativa, della ministra Lorenzin.

Il welfare si regge sulla disponibilità gratuita delle donne a fare le mogli, le madri, le badanti, le colf, le tate, e via di seguito e sulla disponibilità degli uomini a partecipare al piano di ammortizzazione economica non distogliendo le donne da questi ruoli e piuttosto andando a distruggersi la vita lavorando per mantenerle. Non è colpa delle femministe se la struttura legislativa sia quella che nega diritti genitoriali ed economici agli uomini che vogliono finalmente fare i genitori accollandosi il ruolo di cura.

Piuttosto sono molti frequentatori di pagine e siti su questioni maschili a esigere il fatto che le donne restino a vivere ai confini della realtà, tipo nel diciottesimo secolo, e a denigrare il ruolo genitoriale degli uomini bollati con la definizione di “mammo”. Una definizione sessista che non fa che reiterare l’insulto di “frocio” o “femminiello” agli uomini che, secondo alcuni, si prestano in ruoli che dovrebbero restare di assoluta competenza femminile.

Morti in guerra? Non abbiamo mai voluto né i morti né la guerra. Le femministe odiano ruoli che derivano da patriarchi che ancora oggi scimmiottano ragionamenti su onore, gloria, patria e dio/patria/famiglia, di origine maschilista e anche fascista.

Suicidi? Ne ho analizzato le differenze. E’ vero che molti uomini si suicidano quando perdono il posto di lavoro, ma anche questa è conseguenza di impostazione familiare, tradizionale, e patriarcale, con attribuzione di ruolo produttivo, da sostenitore economico, in cerca di prestigio sociale, che di certo non c’entra con tante femministe. Il fatto che un uomo disoccupato e povero si senta totalmente fuori/ruolo, derubato di tutto quel che gli dava ruolo sociale e privato, deriva dalla stessa cultura che colpevolizza le donne o le tratta come reiette se esse non vogliono essere madri o non possono, ed è ancora peggio, quasi fosse un handicap che conduce alla morte, essere madri.

I ruoli imposti riguardano tutt* ed è vero che le femministe radicali, parlo del femminismo radicale negli Stati Uniti, non hanno interesse a parlare di tutto questo perché hanno vissuto e vivono sotto un cappello di benevolo paternalismo istituzionale, capace solo di mostrare le donne sempre e solo in quanto vittime, con milioni di campagne comunicative fatte di modelle con l’occhio nero, la vittima glamour, il fashion victim, convinte che il maschio sia l’origine di tutti i mali, il maschio e non la cultura patriarcale che ha reso vittime tanti uomini che non aderiscono ai ruoli del maschio etero vecchio stile, sarebbe il diavolo. Il femminismo come dogma, come una religione, bianco/etero/occidentale, spesso usato per veicolare neocolonialismo, vedi la questione del velo. Un femminismo moralista e autoritario. E non mi lascio rubare l’analisi femminista autocritica da chi se ne serve per legittimare maschilismi vari.

L’ho sempre detto che chi pensa che la violenza sia “maschile”, invece che violenza di genere a tutto tondo, maschilista ed eteropatriarcale, insiste nel dare ragione a chi pensa che per risolvere il problema bisogna rieducare o sterminare i maschi. Non è l’uomo l’origine della violenza ma una cultura che ha reso vittime anche gli uomini. Che loro ne siano consapevoli o meno.

I lavori forzati, difficili e che creano un alto numero di incidenti mortali, non li abbiamo inventati noi. Siamo contro ogni forma di sfruttamento e per l’autodeterminazione dei soggetti. Perciò siamo fortemente critiche con il femminismo della seconda ondata che ha usato – o si è lasciato usare da – la questione della violenza domestica per invisibilizzare la questione della lotta di classe. A fare scioperi e a rivendicare lavoro sicuro e giustamente retribuito ci sono anche moltissime donne. In Cile, ricordo delle minatrici donne a fare sciopero o a restare intrappolate nelle miniere. Sono le aziende che non assumono le donne per lavori cosiddetti maschili e per quel che mi riguarda non ho mai avuto interesse ai discorsi su parità negli eserciti quando penso che il cameratismo militare e le guerre dovrebbero sparire dalla faccia della terra.

La questione poi assume anche un aspetto abbastanza bizzarro dal momento che oggi sono più i mercenari pagati 9.000 euro al mese – e non so quanto in dollari – per andare a sorvegliare aziende che realizzano speculazioni capitaliste in paesi che vengono distrutti per poi guadagnare appalti di ricostruzione da dividersi tra le nazioni che dicono di voler intervenire come “liberatori”. E sarebbero moltissime le cose da approfondire perché in quel che dicono questi uomini intervistati ci sono valanghe di lacune, che siano volute o meno.

Se si parla dei diritti di tutti non si tenta di smantellare i diritti guadagnati da donne e persone glbt perché tutto quanto rappresenterebbe una minaccia ai diritti dei maschi. E trovo decisamente scorretto il fatto che certi movimenti insistano nel darsi paternità delle questioni degli affidi genitoriali quando sappiamo che in realtà molti padri non solo non hanno il tempo di stare su internet, perché indaffarati a lavorare e a vivere, ma prendono le distanze da certi ragionamenti misogini perché di certo non mettono in buona luce le loro stesse rivendicazioni.

Ci sono molte battaglie che si potrebbero fare, ciascuno senza negare le richieste e le denunce dell’altr@, molte persone potrebbero semplicemente ampliare il proprio repertorio di rivendicazioni, includendo e non escludendo ciò che viene demonizzato. So che si tratta di persone e che si parla di dolore che più lo guardi da vicino e più ti rendi conto che c’è qualcosa che non quadra nelle rivendicazioni delle femministe della seconda onda, le donniste, le radicali statunitensi prese a fare le Terf (radfeminist trans escludenti) e le Swerf (radfeminist sexworkers escludenti).

Ti rendi conto che sono talmente prese a dettare i loro dogmi da creare fratture enormi anche nel movimento femminista. Confliggo con molte delle loro argomentazioni e ho trascorso parecchio tempo a riflettere, studiare, analizzare e capire per poi trovare una sintesi in cui metto in discussione l’industria del salvataggio e quel femminismo che è funzionale e partecipa al capitalismo. Il mio libro Limbo-L’industria del salvataggio vi serva da spunto di discussione.

La differenza però sta nel saper ascoltare e comprendere umanamente molti problemi anche ingiustamente trascurati, prendere consapevolezza senza temere di restare trafitti da parole che non ci piacciono, senza temere di rimettersi in discussione, pur restando comunque pienamente convinte di altre, proprie, differenti, opinioni. Non c’è una pillola rossa. La pillola che amo è intersezionalmente fucsia, apre a mondi queer, che non discriminano per genere, razza, cultura, classe. Quella pillola mi dà modo di guardare al mondo senza demonizzare nessun@ ma avendo chiare in testa priorità e piano di rivendicazione e battaglie.

Gli Mra si inseriscono nella frattura generazionale e ideologica tra le femministe radicali statunitensi della seconda ondata e tutte le altre di cui gli Mra non parlano, intenzionati come sono a demonizzare tutto per non lasciare spiragli di discussione e per non ammettere che non è il femminismo ad aver massacrato il mondo e le persone che ne fanno parte. Non c’è alcuna indagine degli Mra, indagine spinta da eguale apertura e disponibilità empatica di ascolto rispetto a quella che alcune femministe hanno mostrato loro, in cui si dedicano ad affrontare i disagi di tante donne nel mondo. Le donne non vengono definite persone ma solo nemiche da combattere. Nessun interesse a indagare le loro ragioni intime e personali. Quel che troverete online, prescindendo dal fatto che l’empatia e la capacità di intuire disagi non appartiene affatto solo alle femministe, non sono altro che demonizzazioni di ogni femminista con teorie cospirazioniste e complottiste, pari a quelle delle radical feminist terf e swerf, che toccano persone che si discostano dal modello della femminista brutta e cattiva che loro vorrebbero dipingere ovunque. Di me, sia terf e swerf che maschil-isti, dato che non corrispondo allo stereotipo, hanno paritariamente detto – giusto perché gli estremi sono speculari l’uno all’altro, si galvanizzano sputandosi addosso a vicenda, con grande disonestà intellettuale, colpendo persone a caso, e di gente passata alla gogna perché NON femminista ne ho vista tanta – hanno detto che sono pagata dalla lobby femminista (quale?) e dalla maschilisti spa. Lo sanno persone femministe che mi conoscono e persone non femministe,che la pensano in modo anche totalmente diverso da me, che sul piano umano hanno prestato più empatia e mi hanno dedicato più affetto e amicizia di gente che si dice amica e che però ti banna se non la pensi esattamente come loro.

L’autrice del video si è lasciata trascinare in quella direzione. Da un estremo all’altro. Non ha maturato una visione complessa mantenendo gli occhi e il cervello ben aperti. Ha confermato il fatto che per lei di femminismo ce n’era solo uno. Ha deciso che il femminismo è una roba unica, dal pensiero unico, una sorta di dittatura filosofica che in realtà a tante tra noi non riguarda affatto. Ha ribadito un victim blaming nuova maniera. Sei colpevole di “farti” stuprare, sei colpevole di tutti i mali che toccano agli uomini. Tra chi si dice femminista ha intervistato persone che hanno risposto in maniera a volte condivisibile e a volte discutibile, perché arroccati nelle loro immobili certezze, incapaci di riflessioni complesse, per paura di perdere margine di discussione, controllo e a modo loro potere. Molto meglio la “Rossa” con il suo impatto diretto e la sua voglia di mettersi in discussione raccontando come entrambi i mondi in realtà potrebbero andare di pari passo se tutt* fossero in buona fede.

Io tempo fa scrissi un pezzo che si chiama La femminista di merda perché è questo che ho smesso di essere dopo aver indagato il dolore di persone su situazioni di cui mai mi ero interessata, o mai in maniera serenamente aperta e in ascolto. Mi hanno molto massacrata per il fatto di aver solo tentato di affrontare la diversità senza attacchi personali o criminalizzazioni a iosa. Ho esposto la mia opinione ascoltando quella di altre persone imparando a distinguere tra chi produce rutti misogini e gente semplicemente disperata che – giacché priva di possibilità di ascolto – diventava facilmente fonte di consenso nei confronti di chi non faceva e non fa altro che buttare benzina sul fuoco. Non interessa davvero risolvere alcuni problemi, la povertà, la disperazione, la impossibilità di capovolgere i ruoli imposti, incluso quello di padre solo pagante, perché dirige tutti verso un odio nei confronti delle donne e delle femministe. Un po’ come la Lega che trae consenso speculando sul disagio e la povertà per mettere poveri contro poveri, italici contro immigrati. Così si realizza l’odio di genere. Lo fanno le radfem quando dicono che è l’uomo, tutti gli uomini, l’origine di tutto il male e lo fa il maschilista quando dice che è la donna/femminista il male assoluto. Entrambi impegnati a ergere muri.

Si gioca tutto su una lotta tra bene e male. Bianco o nero. Capaci solo di produrre dicotomie, binarismi rigidi, lei il bene lui il male, lui il bene lei il male. Tutto sbagliato. E mentre si combatte indicando nemici senza produrre argomenti, cosa assai grave e penosa, vincono le politiche securitarie, repressive, economicamente capitaliste e fottutamente discriminatorie. Eserciti ugualmente muniti di divisa e armi identiche.

Ho scelto di togliere la divisa e sfuggire alla politica delle barricate perché sono io, con una mia autonomia intellettuale che mi costa ogni giorno, a voler decidere quali battaglie fare e quali compagn* di lotta affiancare. Perché la cosa più facile di tutte è fare parte del branco, qualunque esso sia. Un patto tra persone autonome in realtà è molto ma molto raro, seppur non impossibile, da vedere e da vivere. O no?

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Lessico di maschilisti, antifemministi, mra (come riconoscerli)

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Il linguaggio maschilista e sessista di Mra, RedPillers, Pua, Mgtow

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