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L’abbraccio di Louise

di Thelma

“E’ colpa tua”.
Troppe volte me lo sono sentita dire e adesso ci credo.
Sarà vero se me lo dicono tutti, chi mi ama e chi appena mi conosce.
Mi è stato detto da bambina, poi da ragazza, da giovane donna e da donna matura.
Sarà vero, è colpa mia.

Per colpa mia, mio padre non riusciva ad essere imparziale. Mi amava troppo e io sono cresciuta viziata, testarda e prepotente.
Lo diceva persino la mamma che mi ha amata profondamente. Con sguardo malinconico, ogni volta che mi lasciavo con un fidanzato, diceva: “E’ colpa tua, figlia mia, sei troppo volubile”.
“E’ colpa tua se tua figlia non è serena” commentava qualche altro componente della famiglia. Non l’avevo fatta con l’uomo giusto. Non avevo saputo darle un buon padre e una famiglia armoniosa.

“E’ colpa tua”, diceva il padre della mia bambina quando lei non ubbidiva. Non avevo saputo educarla. Quando qualcosa di accidentale avveniva era sempre a causa di un mio errore. C’era il sole caldo e il mare cristallino la piccola nuotava felice ma improvvisamente urlò la tirai fuori dall’acqua era stata colpita da una medusa. Mentre io la consolavo e tamponavo la ferita con lo stick lui urlava che avrei dovuto tuffarmi e perlustrare il mare prima che lei vi si tuffasse. E colpa tua se il rapporto non ha retto “non mi hai mai valorizzato” disse alcuni anni dopo la nostra separazione.

Non ero stata né una buona figlia, né una buona madre, né una buona compagna.

Non so tacere quando vengo offesa, sono impulsiva e per niente diplomatica. Pretendo di essere ascoltata, rispettata nei miei desideri, capita senza dover per forza tutte le volte spiegare.

Ho sempre chiesto l’impossibile.

“Papà voglio la luna” dicevo piccolissima nel balcone di casa con gli occhi pieni di lacrime “Belle ‘e papà, come te la piglio la luna figlia mia?” rispondeva lui affranto.
Sì, io volevo la luna. La vedevo brillare alta nel cielo così bella e misteriosa, volevo giocarci avrebbe potuto alleviare la mia solitudine. “Vuoi sempre le cose impossibili, diceva mia madre, non sai mai accontentarti.”

E’ vero, è colpa mia, ho sempre chiesto troppo.

Non mi bastava un uomo che mi amasse, volevo che mi capisse, che mi facesse ridere, che fosse complice del mio dolore e delle mie gioie. Un compagno di cammino.
L’ho cercato con determinazione negli uomini che ho incontrato. Ho cercato qualcuno che capisse che dietro ad ogni mia fottutissima colpa c’era una ragione, un sentimento, una mancanza. Ho ascoltato il loro dolore, ho medicato le loro ferite. Ci ho provato. L’istinto mi portava a farlo. Così indirettamente avrei curavo anche le mie, pensavo. E quando parlavo di me, ero la solita egocentrica che pensava solo a se stessa di fronte a un mondo che va in pezzi. Ho smesso di raccontare, non serviva. Tutti proferivano sempre la stessa identica frase. “E’ colpa tua”. Ho imparato a farmela piacere questa ingiuria, a volte anticipando il mio interlocutore: “Non dirmi che è colpa mia, ti prego, lo so già. Andiamo avanti”.
E’ colpa mia se sono sola. Ho lasciato andare troppe persone. Non sopportavo sentirmi dire cosa fare, come farlo, che sentimenti provare, per chi o cosa e come dovevo combattere la mia lotta quotidiana. I miei pensieri volavano liberi e anche i miei sentimenti. Così mi ritrovai affrancata da ogni legame di coppia, felice di gioire e di soffrire senza un abbraccio consolatorio che comunque non avrei ricevuto.

Lo sognavo però quell’abbraccio, la notte. Era un sogno ricorrente.
Sono libera di ironizzare su me stessa sulla mia vita sui miei incontri. Sugli incidenti di percorso. Tanti flashes che in questo letto mi fanno sorridere.
Il compagno che per giustificare il suo cazzo moscio mi diceva “sei tu che sei troppo stretta” e io sorpresa rispondevo “strano, mai nessuno si è lamentato e non sei il primo uomo della mia vita” e, non contento, provava di nascosto a penetrarmi con un dildo che evidentemente teneva nascosto nel comodino accanto al letto. Che scarsa considerazione doveva avere di me per pensare che non me ne sarei accorta.
Poi mi sovviene l’amico che apriva la porta di casa sempre in accappatoio “Sono appena uscito dalla doccia”, diceva, ma quante docce faceva? Mi venne il sospetto che scappasse sotto la doccia non appena sentiva il citofono calcolando il tempo che avrei impiegato per attraversare il cortile di casa attendere l’ascensore e salire. Anche lui mi rimproverava di non saperlo eccitare e mi faceva sentire in colpa dicendo scherzosamente “questo cazzo non posso usarlo solo per pisciare”.
Per altri invece ero troppo calda, sensuale e coinvolgente, una tentazione alla quale non riuscivano a resistere.

Come sarei dovuta essere? Me lo chiedo.

Sono fatta male. Qualcosa deve avermi segnata dalla nascita. Forse la malattia di mia madre mentro ero nella sua pancia o il troppo amore di mio padre.

Vi chiedo scusa se questa notte avete dovuto raccogliermi agonizzante in un parcheggio tra le macchine vicino ad una discoteca. I vestiti strappati, rannicchiata in posizione fetale. E’ colpa mia volevo solo divertirmi e devo aver scoperto parti del mio corpo che avrei dovuto nascondere. Scusate ero tanto triste e non mi sono accorta di aver bevuto troppo.
Ero sola. Non c’era la mia amica che mi avrebbe riportata a casa, coccolata e svegliata al mattino con un buon caffè.
Non poteva che finire così.

Per colpa mia dei bravi ragazzi anche loro in discoteca per divertirsi dovranno affrontare un processo, pagare un avvocato. Dimostrare che ero consenziente e non è stata consumata violenza.
Che bisogno c’è? La sentenza è già scritta. E’ sempre stata colpa mia perché oggi dovrebbe essere andata diversamente?
Questo penso distesa nel letto dell’ospedale.
Dei rumori vengono da fuori. Qualcuno canta, altri fischiano. Riconosco la voce della mia amica, è li. Fuori. Ha portato altre amiche e mentre me ne vado le sento cantare una canzone. Non è colpa mia forse.
Ecco l’abbraccio del mio sogno ricorrente.

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