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Quel pozzo senza fondo in cui giacciono le vittime di violenza di genere

saputa la notizia della fine che quello stronzetto assassino ha fatto fare ad una ragazza che aveva tutta la vita davanti, mi viene solo da dire che  quel pozzo in cui hanno trovato il suo cadavere è lo stesso pozzo in cui sono seppellite tante persone vittime di violenza di genere, vittime di chi inventa la balla dell’ideologia gender per evitare che nelle scuole si parli di educazione al rispetto dei generi e che si contestualizzino i delitti provando a prevenirli senza che se ne parli come un’emergenza da risolvere col pugno forte dello Stato. non è un’emergenza. è una questione strutturale, dipende da una cultura che va messa in discussione, una cultura che legittima delitti, stupri, e ogni azione criminale volta a sottomettere la volontà dell’altr@.

mi viene la nausea ad ascoltare gente che parla di tutto ciò riconducendo tutto alla follia del singolo, ritenendo che per risolvere il sessismo implicito in quelle azioni si debba varare una legge poi due leggi e poi tre leggi senza mai affrontare quello che serve davvero. aveva sedici anni e se qualcuno a scuola le avesse parlato della differenza tra amore e abuso forse sarebbe riuscita a evitare quel tipo di relazione.

ed è inutile dire che “era lei che tornava con lui” nonostante quel che i genitori facevano per provare ad aiutarla. la violenza nelle relazioni, che tu abbia sedici anni o cinquanta, si svolge spesso in modalità di co-dipendenza psicologica. si pensa di avere colpa di quello che sta accadendo, ci si lascia imbrigliare in una morsa che si scioglie solo con la consapevolezza che non arriva dopo le prime, le seconde, le molteplici occasioni di violenza. c’è sempre quell’ultima volta, l’ultimo appuntamento, l’ultima occasione per dare a lui l’occasione di spiegarsi, alla quale poche si sottraggono. e fino a quando non si capisce che poco valgono le forzature, la tutela esterna, se si è psicologicamente dipendenti da uno schema violento che impedisce di salvarsi da sole, non potremo evitare di vedere scorrere la lista delle vittime di abusi.

alle vittime servono strumenti che forniscano la consapevolezza di quello che accade. serve fidarsi delle proprie percezioni e anche riuscire a sottrarsi avendo chiaro che tutto inizia da un investimento ad accrescere sicurezza e autostima senza le quali sarà difficile che una vittima possa recuperare forza per spezzare le catene.

troppa semplificazione in giro. troppe parole gettate al vento. troppi propositi repressivi e securitari che non servono a nulla se non si ha una effettiva conoscenza dei meccanismi relazionali che caratterizzano le dinamiche violente. è chiaro che ciascun@ prova a fare del proprio meglio ma c’è malafede quando si evita di dire che le violenze avvengono soprattutto per mano di persone vicine e non di estranei.

se ci fosse abbastanza onestà intellettuale per dire che non si può ragionare di violenza senza ammettere che bisogna investire nella autonomia delle vittime, mettendo in discussione tutto, l’ammmore, la famiglia, tutte quelle cose che gli anti/gender vorrebbero rimanessero intoccate, mantenendo in vita ruoli di genere imposti e di sudditanza, a suon di pensierini da cioccolattini un morso e via; se si volesse davvero discutere di come risolvere il problema, senza prestare il fianco a securitarismi che indicano solo come si ritenga che le donne stiano, teoricamente al sicuro, consegnando la propria libertà ai patriarchi buoni che dovrebbero difenderti, salvo poi considerare gli effetti di quella fiducia, vedi stupri fiorentini; se solo si volesse discuterne senza ritenere che le donne debbano essere private dalla capacità di poter dire basta, prima che altri lo dicano, in un percorso che prescinde da ogni costrizione; se solo, se.

distruggiamo i pozzi. investiamo sulla soggettività delle persone. parliamo di violenza di genere.

Violenza di genere è quella violenza che si esercita a partire dall’imposizione di ruoli imposti, stereotipati, con evidenti stigmi di condanna nel caso in cui tu dica no. Il punto è questo: è vietato dire No. E se non si dà valore, in termini soggettivi, umani, sociali, alla capacità di consenso e dissenso delle persone come si può pretendere che ciascun@ sappia difendersi dalla violenza?

ps: per chi fosse a firenze e dintorni questo sabato, partecipate alla camminata in solidarietà delle vittime di violenza di genere. QUI tutti i dettagli.

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Comments

  1. Una prospettiva che condivido. La violenza si vive sin da piccolissimi in famiglia, quando dire “no” ad un genitore gerera rancori, rabbie e sensi di colpa, quando siamo costretti ad accettare un bacio anche se non lo desideriamo, o dobbiamo compiacere per essere accettati.

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