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Sono gay e lo sono da sempre

lei scrive:

Sono gay.
Sono gay e lo so dalle elementari, da quando avevo otto anni e tutte le mie coetanee cominciavano ad interessarsi ai maschietti e a fantasticare su un futuro accanto a loro. Ma io no, e ricordo di aver pensato che ‘gay’ era proprio quello che ero la prima volta che mi hanno spiegato cosa significasse. Non gli detti peso, ero una bambina e non mi sembrava un problema. Un giorno, in quinta, cominciarono a prendermi in giro chiamandomi lesbica, insistevano con cattiveria e ridevano di me. Sapevo che avevano ragione, e per la prima volta sentii tremendamente sbagliata per come ero e cominciai a convincermi che l’unico modo per vivere una vita felice sarebbe stato farmelo passare. Mi nascosi e piansi tutte le mie lacrime.

La sera stessa provai a dirlo a casa. Se c’è una cosa che chi mi conosce può dire, è che esprimere qualsiasi cosa riguardi la mia sfera personale non è mai stato il mio forte. Lo dissi a cena, con voce bassa e strozzata, e gli occhi che fuggivano disperatamente dai loro sguardi. Dissi, ‘a scuola oggi mi hanno detto che sono una lesbica’ e lo dissi solo per vedere le loro reazioni. Mi guardarono e basta, in attesa che dicessi altro in quell’interminabile silenzio che interruppi dopo pochi secondi, timorosa di un giudizio, dicendo che no, non lo ero, e la vita di tutti loro proseguì come fosse stato il banale racconto di una cattiveria da ragazzini.
Negli anni delle medie mi avvicinai alla chiesa perché credevo che Gesù sarebbe stato in grado di salvarmi da una vita piena di critiche che non avrei saputo come sopportare. Mi convinsi che il sesso era solo una cosa da maschi, e che le rare donne a cui piaceva si chiamavano ninfomani e la loro malattia era anche peggiore della mia. A Dio non importava se per mettere al mondo la prole si doveva godere come un maiale o chiudere gli occhi sperando finisse il prima possibile.  Vivevo crogiolandomi nel pudore e promettevo di custodire la mia verginità fino al matrimonio, più per posticipare il momento che tanto mi terrorizzava, che per reale necessità spirituale. Pregavo tutte le sere di poter diventare normale, e pensai addirittura di farmi suora per non dover affrontare mai la mia sessualità, ma Dio non mi ha ascoltata e dopo anni di assoluta devozione lo abbandonai lentamente e con un po’ di rancore perché neanche a lui importava di me.
Andai alle superiori con la promessa fatta a me stessa che entro la fine di quegli anni avrei avuto almeno una relazione con un ragazzo per convincermi che l’idea di essere lesbica fosse stata solo un brutto incubo. Respinsi tutti quelli che mostravano interesse per me senza riuscire a fornire spiegazioni, bloccata dalla paura e dal profondo disagio di essere toccata da loro. Con il passare degli anni tutti cominciarono a sospettare della mia omosessualità chiedendomelo insistentemente e ciò non causò altro che un grandissimo senso di colpa per il non riuscire assolutamente ad accettare me stessa. Ossessionata dal capire cosa sbagliassi, quale mio atteggiamento potesse lasciarlo presagire anche a chi mi conosceva poco, ho cercato di correggere tutti i miei comportamenti in modo che la gente smettesse di farmi quelle domande.
La mia prima vera cotta, per una ragazza, la ebbi a quindici anni. Era bella e mi faceva ridere. Ad oggi ridiamo insieme, con un po’ di tenerezza,
del fatto che mi fossi innamorata di lei. Realizzai in una notte d’estate che non desideravo altro se non lei. Vedemmo una stella cadente e per la prima volta non chiesi all’universo di aggiustarmi ma solo di farmi rimanere, seppur silenziosamente, accanto a lei per più tempo possibile. Ci misi qualche settimana per mandar giù il boccone amaro della verità che probabilmente non sarei mai cambiata. Passò un po’ di tempo e con il tempo passò anche la cotta e cercai di nuovo di seppellire e nascondere chi ero. La storia era sempre la stessa, i pochi ragazzi che provavano ad avvicinarmi trovavano un muro gelido e impenetrabile. Conobbi un ragazzo carino e un po’ più grande di me che mi chiese di uscire e mi sembrava la perfetta occasione per costringermi a farlo. Mi portò al buio in un posto isolato e cercò di approfittarsi di me e della mia incapacità di insistere sui no che gli dicevo. Mi succhiò il seno, mi toccò dove non volevo essere toccata e mi costrinse a infilare a mia volta le mani nelle sue mutande. Me ne andai il prima possibile e smisi di rispondere ai suoi messaggi insistenti che mi chiedevano di rivederci. La sensazione
di essere sporca e il disgusto non se ne andarono prima di qualche mese, ma questo non l’ho mai detto a nessuno.
La paura di rivederlo, invece, resta ancora oggi. Mi convinsi che ero stata semplicemente sfortunata e che l’unica cosa da fare era buttarsi fra le braccia del primo ragazzo gentile che trovai. Mi baciò al secondo appuntamento e mi disse che voleva spingersi oltre con me. Il pensiero di dover vedere un uomo nudo mi spaventò tanto che smisi di cercare anche lui.
Ed ora sono qui a pensare a tutte le volte che le domande sul mio futuro da moglie iniziavano per ‘quando’ e mai per ‘se’, a quelli che dicevano che
a sedici anni il mio dovere era di vivere una burrascosa storia d’amore adolescenziale e che a inseguire le mie passioni e mai un ragazzo stavo solo sprecando tempo, e penso a me stessa, che ha invidiato fino alla disperazione sia chi era etero sia chi riusciva ad accettarsi pur non essendo tale.
Vi scrivo perché voglio dirvi che forse qualcosa è cambiato, forse mi fa meno male leggere i commenti omofobi su Internet, e forse la prossima volta che mi verrà chiesto in modo arrogante se sono Lesbica sorriderò, annuirò, e smetterò di essere solo una militante dell’uguaglianza che non accetta la sua stessa diversità.
Se vi state chiedendo se c’è un momento preciso in cui qualcosa è scattato, la risposta è sì. Era una sera normale e lei era seduta sulle mie gambe. Come ci siamo arrivate è un’altra storia che non vi racconterò oggi. Vi basterà sapere che mi sono innamorata piano e senza rendermene troppo conto delle sue lentiggini, dell’ascoltarla parlare per ore dei suoi pensieri, di come dorme rannicchiata e del vuoto che mi lascia quando non è con me. Credo sia stato allora che ho capito che non poteva esserci nulla di sbagliato nell’amare una persona così tanto da non aver più paura di sperare in un futuro accanto a lei. Mi è bastato guardarla per capire che ero esattamente dove volevo essere, che stare così vicine non mi faceva sentire a disagio né mi spaventava, che le sue dita che mi sfioravano mi facevano sentire bene e fra le sue braccia ero al sicuro.
Allora ho deciso di scrivere, in anonimo, per dirlo a tutti e per non dirlo a nessuno. Per invitarvi ad essere pazienti con chi deve ancora capire chi è, e chi ha bisogno di un po’ più di tempo per accettarsi. Siamo tutti un po’ diversi e ora ho finalmente capito che questo non è che una ricchezza, e io, fra le tante cose che sono, sono anche gay e lo sono sempre stata.
Il viaggio per riuscire ad accettarmi è ancora lungo, ma posso dire, finalmente, che è iniziato. E io mi sento esattamente la stessa persona di ieri,
forse solo un po’ più coraggiosa.
A.N.B
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