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Vi racconto il mio aborto farmacologico (RU486)

Lei scrive:

Ciao Eretica,
seguo sempre la tua pagina e trovo sempre tante testimonianze interessanti che spesso mi hanno anche aperto gli occhi su argomenti che conoscevo appena, per questa ragione voglio condividere con te e coi tuoi follower anche una mia testimonianza.

Ti scrivo per raccontarti la mia personale esperienza con la pillola RU486, perchè? Perchè quando mi sono trovata a dover abortire, alcuni mesi fa, non ho trovato quasi nessuna testimonianza diretta se non un paio (di cui una, abbastanza positiva, letta proprio sul tuo sito) e voglio contribuire a fornire del materiale in più nel caso qualche altra ragazza si trovi nella situazione in cui mi sono trovata io.

Piccolo background: ho 28 anni e sono fidanzata da 9 con un ragazzo che amo e con cui convivo da anni e da diversi anni praticavamo il coito interrotto come metodo contraccettivo, non so neanche per quale ragione precisa, il preservativo non ci piaceva semplicemente, ci eccitava il contatto diretto. Quando sentivamo casi di gravidanze dovute a questa pratica facevamo spallucce, sono cose che succedono agli altri, naturalmente non si può giocare col fuoco sempre e quindi alla fine il conto è arrivato anche a noi. Era ora di pagare la nostra stupidità.

Mi sono accorta di essere incinta dopo 4-5 settimane perchè, oltre al ciclo in ritardo, sono sopraggiunti tutta una serie di sintomi strani che non avevo mai provato prima: ho cominciato ad alzarmi la mattina prestissimo perchè non riuscivo più a trattenere la pipì e durante il giorno mi sembrava che a tratti sopraggiungessero delle strane vertigini. L’illuminazione è arrivata una sera mentre eravamo a cena fuori, sentii le mutande umide e corsi in bagno sperando fosse il ciclo e invece trovai una strana perdita arancione. Ho capito che era il caso di fare un test. La risposta l’abbiamo avuta la mattina seguente come un cazzotto in pieno viso: test positivo. Io e il mio ragazzo ci siamo abbracciati, abbiamo pianto, ci siamo sfogati, ci siamo parlati sinceramente e anche se è stata dura alla fine siamo arrivati alla più logica conclusione: nessuno dei due si sentiva ancora pronto per questo passo per via della situazione economica non ancora così stabile e in generale alcuna voglia di prendere un impegno così grosso in quel momento.

Arrivò il momento di parlarne alla mia famiglia, ne ero abbastanza terrorizzata perchè mia madre è una cattolica parecchio bigotta e chiusa di mente per cui l’aborto è peccato e cose così, ma anche lei, per altre ragioni, in gioventù affrontò un aborto, quindi avrei avuto bisogno del suo sostegno…presi coraggio e confessai le nostre intenzioni. Per fortuna fu più comprensiva di quello che pensai, e anche se mi pregò di pensarci su e di tenerlo non mi ostacolò ne mi fece sentire in colpa.
Il passo successivo fu andare dal medico di base per farmi firmare il foglio di consenso all’aborto, sono stata fortunata perchè non è obiettore. Dopo di che mi informai su internet sulle procedure e temendo l’anestesia e i ferri in generale scoprii della possibilità di poter abortire tramite la pillola RU486, nessuna operazione, nessuna paura. Lessi che in un ospedale della mia città avrei avuto la possibilità, se fossi stata tra le prime 15 persone presenti, di entrare nel programma ospedaliero per effettuare l’aborto.

Mi presentai lì la mattina prestissimo, insieme al mio ragazzo, e con a noi entrarono un’altra decina di coppie, trovai la cosa molto ben organizzata: nessun nome, ci fornirono solo dei numeri per tutelare la privacy. La documentazione richiesta era il consenso del medico di base, che io già ottenni, e un test di gravidanza che attestasse la cosa. Quella mattina ci fecero fare un percorso di visite: elettrocardiogramma, prelievi del sangue e infine visita ginecologica ed ecografica. Quando vidi per la prima volta, stampato su carta, quel fagiolino nero che stava dentro il mio ventre ebbi paura: era reale, non erano più due linee su un pezzo di plastica comprato in farmacia, c’è davvero qualcosa dentro di me che sta crescendo. E quando la cosa diventa reale diventa difficile affrontarlo e arrivano i dubbi: dovrei davvero abortire? E se fosse sbagliato? Staremo facendo la cosa giusta? Se Dio esiste davvero ci giudicherà come degli egoisti? Qualsiasi cosa avrei fatto niente avrebbe impedito a quell’esserino di continuare a crescere, era lì, sarebbe successo e sarei dovuta passare attraverso quel giorno… o lo avrei tolto o avrei rischiato una vita infelice, in entrambi i casi sarebbe toccata solo a me in quanto donna, tutto questo peso, perchè per quanto l’uomo possa subirne lo stress fidatevi: non è il loro corpo che ne viene intaccato, non è la loro psicologia. Non saranno loro su quel lettino di ospedale.

Ad ogni modo le dottoresse mi chiesero cosa avrei scelto: aborto farmacologico o chirurgico? Mi hanno messo un mano un fascicolo su cui firmare sotto ogni foglio, c’erano tutte le spiegazioni su come funzionavano le due procedure, i rischi, i pericoli, le percentuali di successo e di fallimento e addirittura i casi di decesso e tutta una serie di altre cose negative che purtroppo è necessario leggere, la sola nota positiva era la dicitura che attestava come fosse più sicuro l’aborto del parto. Chiesi per il farmacologico, spiegai che ero terrorizzata dall’anestesia. Mi dissero però che, non avendo io mai avuto gravidanze in passato, la pillola RU486 avrebbe potuto crearmi dolori molto forti e mi chiesero se fossi sicura. Accettai perchè la paura dell’anestesia vinse sul possibile dolore che avrei potuto sentire. La dottoressa responsabile per gli aborti era una donna di mezza età dall’aspetto un po’ alternativo, che mischiava toni severi e scorbutici a più comprensivi, mi disse comunque che avrei avuto dei giorni per pensarci su nel caso avessi cambiato idea, per fortuna in ogni caso nessuno mi fece ramanzine, anche se posso assicurare che continuare a sentirsi dire “ma daiii, pensaci bene e tienilo” per quanto detto in buona fede non aiutano nella propria scelta già abbastanza difficile e sofferta. Mi fissarono l’appuntamento in ospedale dopo una settimana dal momento in cui il medico mi fece il foglio di consenso (funziona così non so per quale ragione dato che, com’è successo a me, ho rischiato di non entrare nei giorni entro i quali è possibile effettuare l’aborto farmacologico: cioè entro i primi due mesi).

Volevo solamente tornare a casa e rimuovere qualsiasi pensiero sull’argomento sino al giorno in cui avrei abortito, ma non è andata così, da lì cominciò il periodo più stressante della mia vita: per prima cosa arrivarono le famose nausee, che non mi lasciarono in pace in nessun momento della giornata, e che quindi continuavano a ricordarmi a tutte le ore che dentro di me c’era qualcosa che stava crescendo. Mi portavano disagio qualsiasi cosa facessi, se ci incontravamo con amici stavo sempre male, se facevo viaggi lunghi in metropolitana è capitato dovessi scendere qualche fermata prima per dover correre al bagno più vicino (ah è successo anche che entrai a chiedere alla reception di un vicino albergo se potessi andare al bagno spiegando, nell’urgenza, di essere incinta, ebbene la ragazza mi ha risposto testuali parole “mi dispiace ma abbiamo appena pulito, devo chiederle di andare altrove”, le auguro di venire ripagata con la stessa cortesia, per fortuna nel bar accanto ho trovato un uomo gentilissimo che mi ha fatta accomodare). Insomma arrivai a desiderare che il giorno dell’aborto arrivasse il prima possibile perchè non volevo continuare a sentirmi in quel modo e prima me ne fossi liberata prima avrei smesso di sentirmi in colpa verso quel cosino.

Arrivò il giorno. Mi presentai all’ospedale la mattina presto, con lo zaino sulle spalle contenenti assorbenti, mutande e un pigiama, ero così nervosa che non ebbi voglia di fare colazione. Mi fecero accomodare su un lettino e, senza darmi troppe spiegazioni mi misero in mano una scatoletta e mi dissero “prendi le due pastiglie insieme con un po’ di acqua, dopo di che se tutto è andato bene dopo pranzo puoi pure tornare a casa” io però sono una persona molto ansiogena, mio malgrado, chiesi dunque “scusi ma non dovrei restare qui per tre giorni fino alla fine della cura? Non ci sono rischi di complicazioni?” la dottoressa, che era la stessa un po’ alternativa che conobbi alle visite un paio di settimane prima, diventò sgarbata “vedi di deciderti però, resti o vai via? Nessuno ti sta obbligando, scegli cosa vuoi fare” ma cosa ne posso sapere io? Sono un medico? Ho solo letto sul web che se sopraggiungono complicazioni e si è lontani dall’ospedale si rischiano problemi, vedendomi nel pallone tenta di rassicurarmi dicendomi che è raro succedano cose e di correre subito in ospedale se solo la febbre avesse superato i 38 o avessi avuto un’emorragia.

Insomma mi decisi a prendere le due pillole di Mifegyne, ovvero la RU486, che avrebbe bloccato gli effetti dell’ormone progesterone interrompendo lo sviluppo della gravidanza. Sembrò andare tutto bene finchè, dopo circa 40 minuti cominciai ad avvertire un po’ di nausea, cercai di non pensarci, telefonai il mio ragazzo per distrarmi, ma quella nausea aumentava, cercai video su youtube ma nulla, la nausea era fortissima. Chiamai un’infermiera e chiesi se fosse normale, mi tranquillizzarono e mi dissero semplicemente che feci male ad assumerla a stomaco vuoto ma che ormai era passata più di un’ora e quindi il farmaco era stato assimilato dal mio organismo e se volevo avrei potuto vomitare senza problemi. Dopo essermi svuotata al bagno, aver pranzato ed essere stata avvertita che avrei potuto avere delle perdite sono tornata a casa mia. Sarei dovuta tornare dopo 2 giorni per l’assunzione della prostaglandina.

Il giorno dopo tutto normale eccetto per dei dolori al basso ventre in serata, mi accorsi di alcune perdite di coauguli e la nausea che ormai mi accompagnava da un paio di settimane era svanita, la gravidanza era stata interrotta. Provai un misto di emozioni: un po’ di sollievo ma anche senso di colpa per aver buttato nel gabinetto quei coauguli, chissà se lì in mezzo c’era il mio embrione, lo avevo scaricato nel gabinetto come fosse urina o feci, gli chiesi enormemente perdono. Parlai di queste emozioni al mio ragazzo che cercò di sdrammatizzare minimizzando la cosa, che era solo un embrione, che non dovevo cominciare a farmi paranoie perchè avevamo preso una decisione ben precisa… non poteva capire purtroppo, o meglio, lo immaginava e probabilmente si sentii in colpa pure lui ed è vero ero ben intenzionata a non volerlo… ma è anche vero che se si trovava lì era per colpa nostra e non fu lui a trovare quei coauguli nelle sue mutande.

Arrivò il terzo giorno e il momento di prendere la prostaglandina: mi avrebbero inserito degli ovuli nella vagina per indurmi le contrazioni ed espellere tutto ciò che c’era nel mio utero. Mi dissero però di prendere l’aulin, insieme, perchè avrei potuto sentire dolore, siccome ho una percentuale di favismo ho preferito non rischiare chiedendo se potessi avere una tachipirina che purtroppo mi scordai di prendere subito. Passò un’ora e non successe nulla, scoccò la seconda ora e cominciai a sentire un po’ di fastidio al basso ventre, come fosse il primo giorno di mestruazioni, ma il fastidio faceva sali e scendi a intervalli regolari. Chiamai l’infermiera e chiesi se potevo avere la mia tachipirina ma avrebbe fatto effetto dopo dopo un’ora e le contrazioni cominciarono a diventare dolorose, molto dolorose, tantissimo dolorose, finchè divennero insostenibili e cominciai a contorcermi e sì, anche ad urlare. Mi giravo e mi rigiravo, mi contorcevo, mi alzavo in piedi e tornavo a letto, non trovavo pace in nessuna posizione, la sensazione era quella di ricevere pugnalate per un minuto al basso ventre per poi avere pace solo per 10 secondi tra un minuto e l’altro. Chiamai spaventata le infermiere, ero da sola, se fossi morta nessuno lo avrebbe visto, avevo paura, arrivò la caporeparto che, scorbutica mi disse “ti ho già dato la tachipirina, che altro vuoi? Non posso darti altro, mettiti li serena e vedrai che passa” mi sono sentita sola. Il dolore era diventato così forte che mi sembrò di svenire almeno 2-3 volte, nella disperazione mi buttai a pancia in giù nel letto pregando che tutto finisse al più presto. Nel delirio dei dolori era tornata la dottoressa alternativa di cui ho parlato sopra che, vedendomi buttata lì rantolante mi mise una mano sulla testa e mi disse “poverina… te l’avevo detto che era doloroso, ma non mi hai voluto ascoltare, la tachipirina purtroppo non serve a niente, stringi i denti e vedrai che passa…”
Le contrazioni durarono in tutto 3 ore, poi passarono come se mai fosse successo nulla e fui talmente esausta che mi addormentai di colpo. Fui svegliata dalla chiamata del mio ragazzo che voleva sapere se stessi bene, gli raccontai ciò che avevo appena passato e si sentì terribilmente in colpa di non aver potuto farmi compagnia (purtroppo in ospedale non è concesso), avevo passato tutto quel male da sola, con me stessa, tre ore infinite passate solamente a maledirmi su quanto sia stata stupida a dover passare tutto quell’inferno per una scopata.

Arrivò l’orario delle visite e l’ora di fare l’ecografia di controllo per accertarci che avessi espulso tutto, non vedevo l’ora di andare a casa: purtroppo non espulsi tutto. Mi dissero che avrei dovuto passare la notte lì e il giorno dopo mi avrebbero praticato la pulizia chirurgica per rimuovere tutti i coauguli. Quindi per me non era ancora finita, tutto questo dolore per poi dover comunque andare sotto i ferri con l’anestesia? Potevo essere davvero così sfortunata? Purtroppo i miei genitori e il mio ragazzo tornarono a casa senza di me, la notte la passai facendo incubi su un’infermiera che voleva farmi ingoiare una pillola di veleno.

Il mattino seguente si presentò sia la dottoressa alternativa sia la caporeparto, mi chiesero che avrei voluto fare: pulizia chirurgica o proseguire con la prostaglandina per avere altre contrazioni ed espellere tutto? Io restai un po’ interdetta “ma scusate…ieri la ginecologa mi ha detto che avrei dovuto fare la pulizia chirurgica, non mi hanno detto che avrei potuto prendere di nuovo la prostaglandina” e la dottoressa mi rispose scorbutica “ma lo sai che il pomeriggio in ospedale ci sono solo medici obiettori no? Ovvio che ti danno risposte del genere, ieri potevi anche tornare a casa…” COSA?? A parte che non capisco in che maniera fare la pulizia chirurgica sia più etico del prendere altra prostaglandina dato che ormai l’aborto era compiuto, ma come cavolo avrei potuto immaginare che in un reparto che si occupa di aborti avrei trovato anche obiettori? Chiesi intimorita se avrei sentito ancora lo stesso dolore del giorno prima e la dottoressa si arrabbiò ancora di più “scusa ma pensavi che sarebbe stata una passeggiata? Tutte vengono qui credendo che sia solo come una mestruazione, abortire fa male sai??” Mi sono sentita una merda. Ho deciso per la prostaglandina e mi hanno detto di stare tranquilla che il peggio era solo il primo giorno, che il grosso era ormai espulso e la sera sarei potuta tornare a casa.

Mi rimandarono a casa col compito di inserire io stessa gli ovuli tre volte al giorno, per continuare la pulizia dell’utero, e sarei dovuta tornare per una visita di controllo nel weekend. Purtroppo trovarono ancora coauguli e quindi mi dissero di continuare la procedura per un’altra settimana ancora. Tornai di nuovo per la visita e mi rimossero gli ultimi residui con una pinza di acciaio e per sicurezza, onde evitare infezioni, mi prescrissero un antibiotico. Che bello finalmente avrei smesso di prendere quei medicinali eppure le perdite non si fermarono, leggevo ovunque su internet che a tutte le perdite si fermavano dopo 10 giorni, mentre a me erano già passate più di due settimane, sembrava non passare mai. Inoltre tutte quelle perdite mi stavano debilitando, mi sentivo sempre debole e stanca, e persistevano ancora, vivevo nel terrore di avere qualche emorragia. La mattina mi svegliavo e speravo di trovare l’assorbente pulito e invece puntualmente restavo delusa, ero psicologicamente a terra, non avevo un rapporto sessuale col mio ragazzo da due mesi ormai (mi consigliarono di evitare rapporti fino a che non fosse tornata la prima mestruazione), ero sempre in pensiero e stressata.

Poi è arrivata la prima mestruazione, me ne sono accorta perchè le perdite erano diverse da quelle dell’aborto, e ricordo di non essermi mai sentita così sollevata, finito il ciclo passarono tutte le perdite e finalmente potevo dire chiuso quel brutto capitolo della mia vita. E’ stato brutto, brutto davvero, bisogna sopportare dolori sia fisici che psicologici e inoltre dopo aver interrotto la gravidanza mi si è anche formata una cisti nel seno che mi porto dietro tutt’ora e che spero prima o poi si riassorba, probabilmente dovuto al brusco cambiamento ormonale. Donne, se state leggendo queste righe perchè state cercando una soluzione e un sostegno per la vostra gravidanza indesiderata sappiate che vi abbraccio forte, sarà un percorso faticoso ma alla fine passerà e vi sentirete libere e leggere, come se vi foste tolte un grossissimo peso. Sono passati alcuni mesi da quando l’ho affrontato e ogni tanto ci ripenso, ma mi sembra ormai una cosa ormai lontanissima.

Ho abortito l’8 di marzo, durante la festa delle donne, penso sia stato un segno del destino che proprio in quella data io abbia potuto far valere i miei diritti, in quanto donna, di poter decidere cosa fare del mio corpo, per il mio bene futuro. Sono contenta della mia scelta.

(Anonima)

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Un’esperienza di aborto con la RU486

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