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Un’esperienza di aborto con la RU486

 

Lei scrive:

Ciao Eretica,
ti scrivo per condividere l’esperienza di un’amica con la pillola abortiva (RU486), metodo farmacologico alternativo a quello chirurgico per l’aborto. È mia premura farlo, poiché trovo ci sia pochissima informazione a riguardo, perciò spesso anche molta superficialità.

C. ha avuto sospetti rispetto ad una eventuale gravidanza poiché inizialmente ha provato dei crampi al basso ventre, simili a quelli da ciclo, poi ha avuto da prima la nausea per giorni, un giorno la febbre, poi malissimo al seno, duro e gonfio, stanchezza alle gambe. Ogni giorno sempre di più.

Dopo un test positivo, ha deciso di fare le analisi specifiche del BETA HCG, in clinica privata pagando 20 euro per avere i risultati il giorno seguente, e potersi così rivolgere quanto prima ad un consultorio. In ospedale avrebbe dovuto attendere tempistiche molto più lunghe, tempo che in quel momento non possedeva.

In consultorio le hanno fissato un appuntamento con uno psicologo, la settimana seguente, il quale ha fatto a C. una serie di domande fra cui la data del suo ultimo ciclo. Devono intercorrere infatti non più di 40 giorni fra la data di quest’ultimo e quella dell’aborto, anche se il concepimento è avvenuto tempo dopo. Così le hanno detto.
Successivamente le hanno fissato un appuntamento nell’unico ospedale disponibile in quel momento, sempre la settimana successiva, poiché spesso trattano gli aborti una o due volte a settimana e l’affluenza di donne è molto alta (anche se nessuno lo sa). In ospedale hanno fatto a C. una visita ginecologica interna per assicurarsi dell’effettiva grandezza dell’embrione e stabilire quindi se fosse stato possibile procedere con il metodo farmacologico o ricorrere invece a quello chirurgico.

La prima pillola è stata data a lei in seguito ad un ulteriore appuntamento, in base alla ‘‘disponibilità dell’ospedale’’, poi ha dovuto aspettare altri tre giorni per poter tornare e prenderne altre due (inutile dire che l’ospedale si trovava a circa un’ora da casa sua). A questo punto sono iniziati diarrea, vomito e dolori al ventre ed ha iniziato ad espellere sangue come se fosse una mestruazione molto abbondante (infatti ti dicono di portarti un cambio, assorbenti, ed eventualmente medicine come la tachipirina). Il dolore è soggettivo, lei è stata molto male e le hanno dovuto fare una flebo di tachipirina.
Successivamente hanno fatto a C. un’ulteriore visita ginecologica per vedere se era stato espulso tutto (sicuramente rimane qualcosa) ma l’hanno rimandata a casa dandole altre due pillole per espellere il rimanente. Il sangue ha continuato ad uscire per altri 10 giorni, come se fosse ciclo. Dopo una ventina di giorni ha dovuto rifare le analisi BETA HCG per vedere se i valori fossero scesi. Dopodiché è dovuta tornare all’ospedale dove eventualmente fanno un’ultima visita ginecologica.

Insomma, anche se siamo nel 2017, non si tratta di prendere semplicemente una pillolina, come le è stato detto da un amico del fidanzato. È un processo che incide profondamente nel corpo e nell’animo della donna, e che spesso essa affronta sola (difatti all’ospedale C. non ha mai trovato ragazze accompagnate da eventuali fidanzati) o senza farne parola per paura di giudizi negativi o nel timore di incontrare ambienti ostili. Perciò non deve essere sottovalutato ma anzi affrontato con consapevolezza, maturità e sostegno.
In solidarietà di tutte le donne,
A. e C.

Leggi anche:

Un’altra esperienza con l’aborto farmacologico

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