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La differenza tra dominazione consapevole/consensuale e stupro

Lei scrive:

Cara Eretica,

ho vissuto molti anni a chiedermi se il sesso fosse quello descritto da mia madre: disgustoso, simulato per dovere. A lei non piaceva mio padre, forse, o non le piaceva il sesso e immaginava che dovesse essere così anche per me. Quando seppe che c’era un ragazzo che mi amava disse, sussurrando, che se lui avesse voluto qualcosa da me avrei dovuto posticipare. Sesso solo dopo il matrimonio, come una pena da scontare. Risposi che io l’avevo già fatto e che mi erano passate tutte le paure che lei mi aveva imposto alla prima volta che lui mi toccò. Amo fare sesso e penso dopotutto che mia madre ha dovuto scontare una mentalità che a sua volta le era stata imposta da sua madre e da sua nonna e la bisnonna e per tutte le generazioni passate.

Compresi che toccarsi era parte di un grande piacere. Godevo di qualunque cosa lui mi facesse e volevo provare tutto per sapere cosa mi fossi persa negli anni in cui il sesso mi faceva paura. Mi sentivo viva, mi piacevo, mi sentivo più bella e amavo la mia pelle, le sensazioni che mi dava l’essere toccata, dappertutto. Con lui la storia finì e la mia curiosità non si arrestò con la fine della storia. Facevo sesso con quelli che incontravo e che mi piacevano. Ho fatto sesso con due uomini, poi con una coppia, con una donna, finché un giorno non incontrai un uomo che mi fece conoscere la dominazione, la sensualità, il piacere intenso che provavo nell’attesa. Portavo con orgoglio i miei lividi ed ero felice nonostante il fatto che mia madre avesse sempre da ridire.

Per non allarmarla le dissi che ero distratta. Cadevo, sbattevo, bastava che mi grattassi un prurito et voilà. Lo conobbe un giorno di festa e vide quanto lui fosse più grande di me. Vent’anni di più, per la precisione, e fino a che lei non me lo fece notare, come fosse una cosa tanto brutta, non ci avevo neppure fatto caso. Era solo l’uomo che più di tutti era in grado di darmi piacere. Raccontai la storia ad una ragazza che credevo fosse mia amica, l’unica a cui lo dissi, e lei iniziò a dirlo in giro. Mi lanciava frecciatine su facebook e dai commenti capivo che anche gli altri sapevano. O meglio, sapevano quello che lei aveva detto. Alcune persone anonime misero in giro delle foto con la mia faccia, attaccata ad un corpo che non era il mio, in cui lei stava al guinzaglio e sotto  scrivevano “ci sono donne e poi ci sono le cagne”.

Sotto le immagini c’era il mio numero di telefono e quando mi chiamavano abbaiavano, ridevano, e poi riattaccavano. Accaddero molte cose ma forse è troppo lunga da raccontare. Voglio arrivare al punto e il punto è che una sera un paio di ragazzi che pensavo fossero miei amici dissero che mi avrebbero portato ad una festa. Mi fidavo di loro e mi fidavo di me stessa. Li avevo senza dubbio sopravvalutati. Lì c’erano alcuni ragazzi e due ragazze. Le ragazze andarono via presto con i partner. Io rimasi da sola in attesa che i due mi accompagnassero a casa.

Non avvenne fino al mattino dopo. Mi dissero che sapevano quanto mi piacesse il sesso bdsm e che io ero una donna disinibita. Proposero il sesso di gruppo, inizialmente nulla che io non volessi. Tre di loro si spogliarono e spogliarono anche me. Era coinvolgente, mi piaceva essere al centro della loro attenzione. Non sapevano però che nel sesso di dominazione c’è sempre una safeword e che non bisogna fare nulla che lei/lui non voglia. Non sapevano cosa volesse dire “consenso”. Erano solo eccitati all’idea di avere una “cagna” al loro servizio. A letto si muovevano confusamente, non sapevano cosa fare e dato che non sapevano come si dominasse eccitando allora passarono subito alla violenza.

Violenza è tutto ciò che si fa senza il consenso della ragazza. Io dissi di no ma secondo il loro codice e in quella circostanza il mio no significava si. Ignoranti, analfabeti sessuali. Non avrebbero saputo come eccitare una donna neppure dopo un corso di tre anni di approfondimento. Non stavo tradendo nessuno, il mio partner sapeva che avrei potuto andare con altri. Lui faceva lo stesso. Per loro però il fatto che io mi sia resa “disponibile” significava che avrebbero potuto trattarmi ancora peggio. Una puttana, una zoccola, una troia.

Uno di loro mi prese le mani e le costrinse legandole. Non conoscevano il bondage e non sapevano fare i nodi. Mi provocarono molti lividi inutili e mi sentii per la prima volta in vita mia inerme, vulnerabile. Ebbi paura. Fin dove si sarebbero spinti per il proprio piacere? Mi penetrarono a turno. Io non emisi un solo suono. Non serviva. Si eccitavano a vicenda con i loro cazzi tra le mani in attesa di potermi penetrare. Finì dopo un paio d’ore. Mi lasciarono legata, a gambe larghe, piena di sperma umidiccio sulle gambe, sul ventre. Pensavo che avessero finito e invece c’erano altri che attendevano il proprio turno. Quelli erano rimasti a bere e fumare e ad ascoltare i gemiti dei loro compagni.

Finì tutto all’alba. Poi mi dissero di lavarmi, rivestirmi e di non dire niente a nessuno perché avevano girato un video. Non mi ero accorta di nulla e non li credetti. Me lo mostrarono e dissero che se fossi stata brava non lo avrebbero mostrato a nessuno. Attesi il momento in cui finalmente mi avrebbero riaccompagnata a casa. Scesi dall’auto e dissi chiaramente che quello era stato uno stupro di gruppo, anche se avevo avuto un orgasmo involontario, anche se la vagina, per preservarsi da ferite, era lubrificata. Anche se non avevo urlato, non avevo lottato, avevo detto “solo” di no. Era stato uno stupro di gruppo e se mi avevano ricattato alla fine significava che ne erano più che consapevoli.

Mai più sarei stata la loro “cagna”. Mai più. E non temevo che mettessero in circolazione il video. Lo dissi a quella vecchia “amica”. Le dissi che quanto era successo era anche sua responsabilità. Mi insultò dicendo che lei mi aveva difesa in alcune occasioni, ma non era vero. Bugiarda, moralista, stronza fino alla fine. Non so per quale grazia ricevuta il tizio che aveva il video nel telefonino lo perdette perché il telefonino fu distrutto da una caduta in motorino. Volò giù da un ponte e dentro un fiumiciattolo che scorreva sotto. Non lo recuperò e restò a curarsi in ospedale per un mese. I miracoli ogni tanto avvengono. Non avevano più prova di quanto era successo. Ce l’avevo io, nella memoria della pelle, della vagina, di tutto il corpo.

L’ho tenuto per me per tanto tempo. Non ho denunciato perché ero sicura che non sarebbe accaduto altro che un ulteriore sputtanamento nei miei confronti. Lo dissi però al mio partner, il mio migliore e unico amico, che mi tenne con sé per giorni, abbracciandomi, baciando tutto quello che mi faceva male, curando le mie ferite intime. Lui lo disse ad altre persone e incontrando i miei carnefici li chiamarono stupratori. Sì. Stupratori. Non vennero alle mani ma quelli si sentirono piccoli di fronte a tanta calma e consapevolezza. Nulla di paternalistico. Solo un’informazione: non mi avevano distrutta. Io ero ancora io. Ed ero e sono migliore di tutti loro.

Questa è la mia storia.

Ah: i miei carnefici erano “compagni”. Ora non so cosa siano.

Un abbraccio a te e a tutto Abbatto i Muri

S.

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Comments

  1. L ignoranza delle persone di confondere il Bdsm con la violenza.
    Il Bdsm è SSC Sano Sicuro e Consensuale.
    La tristezza è in tutto ciò che un altra donna ti ha inconsapevolmente causato tutto questo.
    Rimango sempre della idea che una Donna ha sempre il diritto di dire no ed un Uomo il dovere di rispettarlo.

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