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Trans ban dalle forze armate USA: il diritto di non protestare

 

di Antonella

Ho letto nei giorni scorsi di come Donald Trump parrebbe intenzionato a revocare l’ok di Obama alle persone trans gender nelle forze armate USA (nel luglio del 2016). Trump insomma si appresta a pagare l’ennesimo debito con le lobby elettorali della destra bigotta e transofoba, ma non è di questo che vorrei dire. Bensì di come mi abbia spiazzata la levata di scudi da parte di ampie fasce di opinione riconducibili ad ambienti glbt e/o progressiste.

Allora vorrei proporti – allo scopo di stimolare un dibattito su Abbatto i muri – una mia traduzione del pensiero di Yasmin Nair, contenuta in un pezzo dal suo blog “Against equality”. E’ un post di qualche anno fa, ma sostituendo la parola “trans” a “gay e lesbiche” mi pare che l’approccio critico non ne venga affatto scalfito e la forza delle argomentazioni, pur nella loro brevità, resti intatta.

Segnalo infine una lunga, puntuale, appassionante e appassionata lista di riferimenti bibliografici in fondo all’articolo in lingua originale. Buona lettura e grazie ancora a questa autrice americana che ho scoperto da poco e che andrebbe seguita da noi con maggiore interesse.

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MILITARY

“Sarà per l’uniforme? Quel magnifico blue oltremare della divisa dei marinai che fa sempre un certo effetto? Il kaki avventuroso di un soldato nel deserto? O forse i rituali della vita militare, l’imposizione sadomasochistica di regole attraverso esercizi complicati. Sarà un po’ di tutto questo oggi a portare con insistenza gay e lesbiche a sostenere il diritto ad accedere alle forze armate in maniera libera e dichiarata?

Pubblicamente e invariabilmente i gay attingono allo stretto e patriarcale discorso dello stato-nazione e della gloria della guerra, come se queste cose fossero per sé giuste e virtuose. Ci chiediamo se si sono resi sordi al crescere del sentimento anti-bellico nel mondo. Ci interroghiamo sul fatto che sembrino non vedere le macerie fumanti di intere città spazzate via dalla sete di petrolio, o i cadaveri di adulti e bambini classificati come “danni collaterali”, mentre gli Stati Uniti continuano la loro poderosa marcia verso un fallito tentativo di dominare il mondo.

E ci chiediamo: questi gay e lesbiche avvertono la necessità di arruolarsi nella tendenza alla omo-geneità o soffrono di una qualche forma di dissonanza cognitiva?

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Questo invece è un suo recentissimo post su Facebook (mia traduzione):

Vedo una tendenza generalizzata a sostenere che non si possa dire contemporaneamente “Sono contro il fanatismo che esclude le persone trans dalle forze armate e sono contro le forze armate.”

Quella militare è tra le istituzioni maggiormente responsabili di violenze, discriminazioni, intolleranza e omotransfobia prima di tutto. Se continuiamo a non riconoscere alla sua stessa esistenza un ruolo nell’oppressione e anzi pensiamo che la presenza di persone LGBTQ nelle stanze del comando possa farne una istituzione migliore, stiamo praticamente dicendo che in qualche modo questa potrebbe divenire un qualcosa di migliore, di sano, di meno pericoloso. Il che, semplicemente, non potrà accadere perché quelle militari sono istituzioni che per loro stessa natura sono chiamate a tenere intere popolazioni, inclusa quella di appartenenza, in uno stato di perpetua paura e controllo. Il terrore è arte nel mondo in cui viviamo ed è grandemente legittimato da un potere militare in forte espansione che, in maniera crescente, non serve se non nominalmente gli stati di appartenenza, ma invece una vasta rete di multinazionali in espansione. Non c’è nessun “cambiamento interno” possibile e includere persone di diverso tipo non lo renderà migliore. Semplicemente smettiamo con questa illusione, vi prego.

E dunque no, io non difendo il diritto delle persone trans a stare nelle forze armate. Grazie eretica e grazie Yasmin Nair.

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Comments

  1. Ciao a tutti,
    mi sembra che stiamo confondendo due piani. Un conto è criticare le forze armate per il ruolo che hanno nel creare infelicità, un conto è negare il diritto ad alcune persone di farne parte. Con buona pace dei pacifismi, ognuno dovrebbe avere il diritto di combattere per quello in cui crede. Poi si può discutere su ciò in cui si crede e sulle forme di combattimento, e si può esprimere la propria avversione per la guerra, ma se uno la pensa diversamente e vuole essere un soldato cosa c’entra il suo orientamento sessuale in questa decisione?
    Io ho un’allieva transessuale (karate shotokan). Quando anni fa cominciò a chiderci consigli sui capelli lunghi e la lacca alle unghie abbiamo parlato con lei di questi argomenti; quando modificò il suo nome nella forma femminile dello stesso, abbiamo cominciato a chiamarla così; quando si spostò dallo spogliatoio degli uomini a quello delle donne le abbiamo fatto spazio in un armadietto; quando rimase assente molti mesi per le diverse operazioni a cui si è sottoposta abbiamo sentito la sua mancanza e siamo andati a trovarla. Se tutto ciò è scontato e naturale in una palestra di arti marziali, perché non lo può essere anche nell’esercito?
    …E quando mi ha detto che allenarsi con noi la fa sentire più sicura in strada sono stata felice, molto felice e orgogliosa di quello che facciamo. Perché ci sono molti modi di essere un guerriero, non solo quelli descritti da Yasmin Nair.

  2. Io però continuo a vedere argomenti in contrasto alle tesi riportate che citano attività che non hanno alcuna attinenza con ciò che le forze armate americane fattualmente rappresentano.
    Non sono un’esperta. E non voglio nemmeno scomodare le guerre ufficiali (quelle in cui l’uso di “bombe intelligenti”, fosforo bianco, bombardamenti da droni, ecc. hanno causato solo negli ultimi decenni migliaia di vittime civili). Basterebbe pensare a quale ruolo gli Stati Uniti e le loro scuole di formazione militare hanno avuto nel sostenere i più sanguinari regimi dittatoriali dell’America Latina. Dove veri e propri genocidi si sono verificati in ossequio alle corporation e agli interessi a queste collegati, sempre difese militarmente e con conseguenze sull’ecosistema spesso insanabili.
    Sul serio: capisco tutto. Diciamo chiaro e forte che il trattamento inumano riservato alle persone transgender dall’attuale presidenza US è folle e disgustoso. Ma teniamo le cose in prospettiva.
    Ma diciamo altrettanto chiaramente che vestire la divisa militare della potenza numero uno al mondo non è esattamente come fare karate o prestare servizio nella polizia del Lichtenstein. E su QUESTA prospettiva, per favore, proviamo ad intavolare un discorso. Fermo restando che i diritti civili e i diritti di chi lavora, qualunque sia il ruolo, la latitudine e il genere, vanno sempre difesi con i denti, impariamo a dire che fare lo sniper sui tetti di Baghdad non è la stessa cosa che lavorare all’Ikea. O no?
    Scusate la confusione.

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