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Ordinarie storie di medioevale follia

di Goffry

(Poco tempo fa mi è capitato di vedere il film francese del ’93 “Les visiteurs – I visitatori”, in cui due uomini del Medio Evo, Goffredo l’Ardito e il suo scudiero, si ritrovano catapultati nei giorni nostri, dove i loro comportamenti appartenenti a tutt’altra epoca si traducono in un susseguirsi di gag e situazioni surreali. L’ho trovato molto divertente e ho pensato di ispirarmi a quella stessa ironia e a quei paradossali anacronismi per raccontarvi, con i dovuti adattamenti, un episodio che mi è successo proprio poco tempo fa, in cui per un attimo mi è sembrato di essere tornata a pregiudizi d’altri tempi.)

Un’altra battaglia è stata vinta! Il bagaglio s’è finalmente chiuso, lo scontro contro l’ingombrante equipaggiamento da viaggio si conclude, la marrana valigia non può che soccombere innanzi all’impavido coraggio e alle possenti chiappe della sua proprietaria. L’indomita Goffreda, le mani sui fianchi e un piede su quel baule, ormai docile e sottomesso, indulge ora in una posa trionfale. Nulla ormai può fermarla, tranne un eventuale tragico ritardo di Carritalia, la ditta imperiale di cocchi, calessi e mezzi di trasporto a traino. Pregando affinché il Signore l’assista in questo periglioso viaggio, fatto di spietati controllori e condizionatori malmessi, l’intrepida pellegrina s’accinge ora a lasciare le sue terre natali.

Cosa scorgono li miei occhi?” dall’uscio giunge una voce perentoria.
Un fagotto domato e un’ardimentosa viaggiatrice, Madre!” esclama Goffreda, inebriata dalla recentissima vittoria.
Qual orgoglio suscita la mia valorosa progenie!” approva dapprima compiaciuta la Madre, solo per profondersi un istante dopo in ampi gesti di disprezzo.
Tuttavia, Goffreda, ben poco lustro porterai alla nostra stirpe se t’abbandoni a cotanta inconsideratezza!
Inconsideratezza?” lo sguardo dell’Ardita si fa vacuo e smarrito.
Madre, qual motivo rende la Vostra lingua sì tagliente, lo Vostro sguardo sì duro, le Vostre braccia sì rimestanti? Cosa dimenticai questa volta? Ho seguito lo Vostro consiglio, nonostante da poco superammo l’equinozio estivo, la cotta di maglia invernale è riposta nel bagaglio! Non dovete temere colpo di freddo alcuno, Madre, lo futuro della nostra casata è salvo!
Non è l’imprevedibile meteo a turbare l’animo mio!” sentenzioso si eleva il materno dito indice. “è la tua mutanda a frastornarmi!
La mutanda?” lo sguardo di Goffreda si fa insofferente.
Madre, nemmeno il quinto genetliaco avevo raggiunto quando m’erudisti riguardo questo sacro dogma: la mutanda s’ha da mutare quotidianamente. E quest’oggi già la mutai. E comunque lo cocchio non si schianterà, la Vostra figliola non finirà al lazzaretto e li cerusici non si scomporranno alla vista della sozzura sulla biancheria. Lo nome della nostra famiglia non ne uscirà compromesso, orsù, rasserenatevi.
Non è l’igiene personale dello mio lignaggio a impensierirmi, Goffreda!” tuona la Madre, quanto mai alterata.
Impudica fanciulla! È il tuo inverecondo abbigliarti che mi sconvolge! Osserva! La tua bardatura è sconveniente assai! Come pensi di poter superare illesa sì lungo tragitto con la mutanda che si presta allo dissoluto sguardo d’ogne plebeo?
Madre, lo Alto Medio Evo s’è da lungo tempo concluso!” sbotta ribelle la volitiva pulzella, che giammai con trentacinque gradi all’ombra rinuncerebbe alla sua candida bardatura estiva, seppur un po’ trasparente.
Viviamo nell’epoca del bikini! Se lo plebeo si sollazza scorgendo mutande si reca allo bagnasciuga! E sullo web si puote intrattenere con la vista de culi ben più appariscenti dello meo! Quando mai lo lascivo villico s’arma di clava e s’apposta sulli cocchi imperiali tendendo imboscate allo primo scorcio de mutanda che si pone lui innanzi?
Li folli sono capaci delle malefatte più imponderabili, figliola!” le braccia della genitrice paiono ormai banderuole al vento, tanto è concitato il lor rimestare nell’aere.
Pensa! Perfino uno capococchio de Carritalia è stato assalito e accoltellato sullo suo calesse!
E pure a lui si potevano mirar le mutandine?” erompe Goffreda con aria di sfida.
E se m’imbatto in un viandante cui manca qualche venerdì, sarà lo cappotto o lo Moon Boot a salvarmi dalli suoi fendenti? Sarà la mia mutanda a indirizzar le sue sciabolate? Sarà lo mio gluteo ad assolvere il suo animo malvagio?

Goffreda mia, li tuoi principi son retti…
Son quelli che Voi mi insegnaste, Madre!
…però se verrai offesa da violenza carnale, non sarà sulla mia spalla che troverai ristoro. Tu devi pensare alla tua incolumità!
Per tutti li santi numi, Madre! Non solo tu m’oltraggi, non solo attribuisci alla mia nobile natica le colpe delli crimini altrui, non solo minacci di negarmi lo materno tuo affetto se qualcosa di terribile dovesse accadermi, ma mi tratti pure come se stessi dipartendo per una disperata campagna contro li perfidi Saracini armata d’un coltello per imburrar la pagnotta! Sto sol per montar su un dannatissimo cocchio durante un affollato pomeriggio estivo! Non mi condannerò alla calura pomeridiana, non rinuncerò alli miei femministi princìpi, non celerò il mutandineo mio vessillo per timor di qualche fantomatico demente cui è scaduto lo abbonamento su Youporn! Vi saluto, Madre, m’incammino!

E con tal ardito pronunciarsi Goffreda l’Ardita intraprende il suo cammino, spavalda. La sorte par volgere in suo favore: nessun imprevisto coglie lo sistema di refrigerazione dello suo cocchio, lo controllore sorride bonario e Goffreda, soddisfatta, contempla come nessun popolano possa invero scrutar lo suo posteriore, essendo questo maestosamente poggiato sullo sedile. Adagiandosi sugli allori delle sue mirabili gesta, la nostra eroina smonta dallo cocchio e, trascinando lo suo bagaglio, s’incammina attraverso la gremita Cittadella in direzione della propria dimora.

Beandosi della frescura che sopraggiunge con il calar della sera, Goffreda incede con passo nobile ed elegante sullo suo tacco da viaggio e scruta li viandanti. Lo sguardo suo si posa su un baldo giovine che, scorgendola, pare voler cambiare direzione.
Lo marciapiede è di tutti li sudditi dello Imperatore.” pensa tra sé e sé Goffreda.
Sol perché costui cammina nella mia stessa direzione, non significa che lo faccia per causa mia. Che sciocca e superba anche solo a pensarlo!
La nostra prosegue e allo giovine non pensa nemmeno più. Osserva svogliata le botteghe che s’accingono a chiudere le porte e gli avventori col boccale di cervogia che affollano le locande. Persa tra li suoi pensieri, volge lo sguardo solo per scoprire, stupefatta, che lo viandante di pocanzi si trova esattamente alla sua destra e non pare volersi spostare dallo fianco suo.
Lo marciapiede sarà anche di tutti li sudditi dello Imperatore, ma accostarsi a una nobildonna senza lo suo benestare proprio non s’usa! Qual malcostume!” pensa Goffreda cambiando lato della via.
Ecco, ora che non andremo più nella stessa direzione, potrò anche scordarmi di codesto bifolco!” E invece Goffreda ben presto si deve ricredere: nonostante cambi strada, lo villico non par demordere.
E le sue intenzioni quali vorrebbero essere?” riflette, irritata. Lo giovine tuttavia accelera lo passo e, raggiunto l’uscio d’una magione, batte la maniglia sul portone.
Ecco qual era lo fine suo! Le mie eran solo fissazioni!” Goffreda prosegue rasserenata per lo suo cammino.
Più tardi comunicherò a Madre che i suoi vaneggiamenti stanno inficiando le mie facoltà mentali e che deve trovar la maniera di darsi pace, lei e le sue paranoie!” decreta Goffreda continuando a trascinare lo suo fagotto per le vie della Cittadella.

Donna, è mio dover comunicarvelo: da qua si scorge tutto. Ma proprio tutto. Flessuosa e aggraziata è la Vostra figura, ma davvero non mi par d’uopo.” l’apostrofa lo giovine incedendo alle sue spalle, sfoggiando la parlata locale.
Goffreda si risveglia dalle sue irose elucubrazioni per abbandonarsi ad altrettanto irose intenzioni. Lo sfacciato viandante la sta proprio inseguendo, come lo cacciatore con la volpe!
Se Vi reca cotanto fastidio, messere, volgete lo sguardo in altro loco!” esclama ferma l’Ardita.
Fastidio? Ma io Vi porgo anzi li miei ringraziamenti! Qual è lo Vostro nome, madonna?” Goffreda potrebbe essere sconvolta. Potrebbe essere spaventata. Le sue gambe potrebbero tremare, la voce cedere, l’occhio abbassarsi.
Giammai!” tuona tra sé e sé, impavida. Lo tacco continua a incedere cadenzato, non accelera né rallenta.
La saccoccia disinvolta pende allo gomito, lo bagaglio striscia sullo marciapiede e la chiappa oscilla orgogliosa a destra e a sinistra, come è pieno diritto di ogni viandante che ardisca calcare lo marciapiede dello Imperatore. Poi l’ira scema e Goffreda sorride divertita dello stolto viandante.
Cosa spera di ottenere questo spudorato bifolco rivolgendomisi con tanta impudenza? Crede d’intimorirmi? Crede forse di dimostrar lo suo valor mascolino importunando le passanti? Ah! Giammai sprecherò altro fiato innanzi a cotanta istupidita cafoneria!

Goffreda prosegue, senza lasciar trasparire sentimento alcuno. Conosce usi migliori cui dedicare la propria parlantina. Lo viandante continua a seguirla, apostrofandola, ma non riuscendo a scorgere reazione alcuna nella sua persona, né spavento, né iracondia, né -come avrebbe potuto prevedere lui stesso se solo avesse infilato uno raziocinante pensiero allo successivo- disponibilità alcuna, l’atteggiamento suo si fa un po’ smarrito. Lo passo rallenta, la distanza aumenta, la voce si spegne. Quando Goffreda raggiunge la sua dimora, ancora può udire li passi dello viandante dietro di lei, ma egli si mantiene a debita distanza.

Goffreda saluta il vicino, entra e chiude la porta dietro di sé. E riflette. E se le parole della paranoica Madre non fossero state poi così paranoiche? E se là per quella strada Goffreda avesse corso un immenso pericolo? E se il sinistro viandante ora s’appostasse fuor dall’uscio suo? Or Goffreda s’accinge a uscir nuovamente per incontrarsi con altre nobildonne alla piazza della Cittadella! Sarà opportuno cambiarsi d’abito, per una maggior sicurezza?

Ma col cazzo! Non è forse anche mio lo marciapiede? Ho forse infranto le leggi dello imperatore? Ho forse recato fastidio a qualche d’uno? Non son certo io nel torto!

Madonne, vi narro ora l’episodio pocanzi accadutomi!” esclama Goffreda inviando una missiva vocale “Se verrò ritrovata in fondo a un fosso, sappiate che è per via d’un viandante sulla trentina, locale, abbigliato alla seguente maniera… e che son perita con valore e con onore! E che se il peggio dovesse accadere, significherà principalmente che tal viandante è completamente scemo, perché ad aggredir una pulzella a quest’ora c’è tutta la Cittadella ad assistervi! Gli auguro di cuore che lo soggiorno nelle segrete imperiali sia a lui propizio!

Goffreda, invia subito uno messe elettronico alla tua saggia Madre!” invocano le amiche. “Implora il suo perdono!
Giammai!
Orsù!
Giammai!
Orsù!
Giammai!
Orsù!
Giammai, mie fedeli amiche! Son forse io fatta di vetro? La dimora mia si trova forse ubicata nei pressi dei peggiori bar di Caracas? Hanno stabilito un lazzaretto per folli e dementi violenti nel bel mezzo della Cittadella? Suvvia, ritornate in voi! Siamo donne, non conigli da fare allo spiedo, e il Medio Evo è finito da tempo!

E fu così che Goffreda riprese il possesso mai in verità perduto del marciapiede della propria Cittadella, dove le sue chiappe ancora oscillano orgogliose, abbigliate come meglio crede, consapevole che un giorno il Medio Evo finirà davvero se e solo se non sarà la sola a non lasciarsi intimorire dalle fragili insicurezze delli maschi senza maniere.

(Alcune riflessioni. Perché io dovrei uscir di casa terrorizzata che un ragazzotto presuntuoso mi possa assalire, mentre a nessuno è saltato in mente di informare il suddetto ragazzotto presuntuoso dei motivi per cui il suo comportamento se lo poteva, per il suo stesso bene, risparmiare? Perché è la mia stessa madre, la quale mi ha cresciuta con il mio carattere e i miei principi, a volermi terrorizzare, convinta che ci siano persone là fuori che “Poverini, son matti e quindi stuprano”, quando la verità è che se veramente qualcuno stupra è perché non sa stare in società e comunque, no, non si nasconde dietro i cespugli? E per finire, perché dovrei comportarmi come se fossi fatta di porcellana quando semplicemente sto camminando in un frequentato centro storico indossando un lungo abito bianco? Non solo mi sembra di vivere nel Medio Evo, mi pare di assistere a fenomeni di isteria collettiva. Riprendiamoci i nostri spazi, anche liberandoci della convinzione di essere damigelle in pericolo. Adesso.)

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