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#SessismoNelMovimento: Confessioni di un’antifascista poco convinta

Lei scrive:

Cara Eretica,

ti scrivo in forma Anonima e così vorrei restare, non sono neanche sicura di voler vedere questa lettera pubblicata, ma sono giorni che non riesco a smettere di pensare a Claudia e al documento delle quattro crepe.

Quando lessi dello stupro di Parma purtroppo non ne fui troppo stupita.

Mi è capitato, in Italia e all’estero, di frequentare case occupate, luoghi di movimento, feste trash, techno, hardcore, ho partecipato alla costruzione di spazi autoproclamati liberi, sono antifascista da che ne ho memoria. Quando arrivai in una grossa città dal paesino di provincia in cui ero cresciuta, cascai nelle evidenti contraddizioni tra luoghi antifa e le persone che li frequentavano, un po’ come quelle che esistono tra teoria e pratica.
Ho spesso notato come una ragazza ‘carina’ in certi ambienti non fosse vista sempre di buon occhio da alcune compagne, un po’ come se le belle ragazze facessero meglio a starsene sedute e zitte, ammiccando a qualcun altro più forte, più intelligente, più preparato, insomma meglio che facciano tappezzeria e non diventino troppo protagoniste; questo accade anche in molte altre frange all’interno della nostra società ma quello è un male ben visibile.

Nella mia breve esperienza ho constatato che in certe frange del movimento esistevano delle dinamiche rassomiglianti ad antiche retoriche maschiliste, con una spruzzata di machismo filo fascista, un poco squadrista, e una sorta di adorazione nella figura del caro leader, ovviamente maschio.
Le figure femminili in questi contesti e assemblee erano costole dei loro Adami, silenti, anonime, private della libertà di espressione però spesso usate per far vedere che si, c’erano anche delle donne; alcune, dopo aver dato prova di fedeltà e abnegazione, riconosciute Alpha da i loro maschi, si creavano un gruppetto di fedeli e, esattamente come i loro uomini, ostracizzavano e allontanavano ogni possibile “rivale al femminile”.

A chi possa ritenere certe mie constatazioni delle emerite stronzate, o ingannate da un qualsivoglia coinvolgimento ancora fervido, sappia che avrei potuto considerarle inquinate fin quando ancora frequentavo case, cene, spazi, assemblee e manifestazioni; eventi che da quasi sette anni mi hanno vista sempre meno coinvolta per decisioni mie, alle quali spetta a me soltanto valutarne la sensatezza, ma non di certo perchè mi sia stato imposto o suggerito.
Per me la rivoluzione ha caratteri totalizzanti e inclusivi, soprattutto non si può raggiungere rimanendo statici nelle proprie convinzioni né fingendo di averla afferrata, la rivoluzione è libertà, essa è in primis un atto e le donne sono, state e devono essere, colonna portante di questo atto.
Insomma, libertà, uguaglianza, sorellanza.

Ma le giovani donne mie coetanee, in quegli anni, per cosa stavano lottando? Per essere come alcuni maschi? Per conquistare la loro attenzione? Per essere forti come loro, rudi come loro, severe, scure, senza spazi di introspezione, nessuna dolcezza o frivola vanità?
Senza la tenerezza abbiamo perso tutt* in partenza e, proprio per questa lacuna, purtroppo credo che l’evento di Parma sarebbe potuto tristemente capitare in altre città.

Sono passati 6 anni, lunghissimi, molto più lunghi di questa lettera, una vita contando su me stessa, qualche ragazzo e fatica a palate; un bravo psicoterapeuta grazie al quale ho affrontato con umiltà e determinazione gli errori, gli ambienti maschilisti, le mie contraddizioni. Lentamente comincio a vedere dei primi risultati, i sorrisi, le distrazioni, ma ho un macigno davvero pesante in gola, fermo lì da un bel po’.

Leggendo di violenze di genere, condite da migliaia di fantasiosi abbellettamenti, commenti, vittimismi o comunicati ad hoc, mi sono convinta a scrivere qualcosa, perchè mi si stavano attorcigliando le tube di falloppio dalla voglia di dirne quattro e uscire di casa e urlare: -siete tutti degli stronzi- non mi pareva un’azione molto proficua.

A me due eventi mi hanno fatto tornare la carogna in capo per la naturalità con cui ce li hanno fatti assorbire, con la quale li abbiamo assimilati come leciti, mettendo in dubbio la veridicità di chi stava accusando; il primo è la agghiacciante sentenza del tribunale di Firenze nei confronti della ragazza della Fortezza. Il secondo è invece il già citato caso degli stupratori ‘antifa’ di Parma, caso che apre un buco nero sulla situazione parmigiana e spazi limitrofi ma, non paghi di aver permesso una cosa così aberrante, ciliegina sulla torta! Non solo la violenza, il video goliardico, l’esclusione, l’omertà ma viene perfino additata a infame, con una buona parte di movimento a conoscenza di cosa fosse davvero successo e nessuno che si sia preso la briga di allontanarsi, di abbracciarla, di starle vicino e trattare questi Machi scimmioidi da vigliacchi come avrebbero meritato, a nome di tutte e tutti.
Invece no, rimangono silenti. Balbettano spiegazioni a pezzi e bocconi, come durante un’interrogazione a sorpresa, come a scuola.

La rabbia mi porta a scrivere forse più per svuotare la testa, sfogare questo senso di colpa così insensato del non aver mai detto niente a nessuno.
Tra il 2009 e il 2011 girava molta ketamina, sostanza che faceva perdere quasi completamente l’uso degli arti e poteva succedere di “uscire dal proprio corpo senza essere in grado di muoverlo”.
Quali danni possa provocare un’arma del genere, soprattutto lasciata in mano a degli inesperti diciottenni, può aprire una questione gigantesca, ma non sono qua per iniziare un discorso sugli usi e i consumi responsabili tra i cciovani; assumiamo solo che la Ketch si reperiva molto facilmente e poteva tranquillamente bloccare un qualunque corpo che l’avesse assunta, consapevole o meno che fosse di averlo fatto.

Il mio peso sulla coscienza è di aver agito come una sprovveduta, di non aver fatto attenzione, di non aver riflettuto che certe cose possono accadere alle ragazze, anche a quelle che pensano di essere “libere e forti”, il mio macigno, la mia vergogna, è la fiducia che ho dato a uno sconosciuto e il silenzio che ho scelto di mantenere a riguardo di questa faccenda.
Spero oggi che togliendo il tabù su questa storia possa permettere ad altre di avere il coraggio per difendersi e non accettare i propri muri a testa china, anche tra quelle che si sentono protette dal loro gruppo.

Diversi anni fa mi hanno trovata, in un bagno fetido, sul finale di una festa, semi paralizzata, non riuscivo a muovere né gambe né braccia, a stento muggivo vocali, ero accasciata su me stessa, con i pantaloncini abbassati.
Io in quel bagno ci ero entrata insieme a un ragazzo, lo avevo incontrato per la prima volta quella sera, c’erano almeno altri duecento ragazzi e ragazze, mi era piaciuto, ci siamo parlati, c’eravamo dati due baci e poi mi invitò a seguirlo in bagno per una riga di “speed” che aveva lui.
Ero abbastanza ubriaca, altri ragazzi mi avevano offerto da bere durante la serata e io avevo accettato, però non lo ero così tanto da non rendermi conto di cosa mi stesse succedendo.

Perchè l’ho seguito? Non sono mai stata troppo timida e se uno sconosciuto mi piaceva e io piacevo a lui perchè non divertirsi un po’, che cosa c’è di male?
Inoltre eravamo a una festa e c’erano tante altre persone, in qualsiasi caso al massimo avrei potuto chiamare aiuto ma, giustificazioni personali a parte, quella che mi dette non era speed e questo io l’ho scoperto troppo tardi.

In quel bagno poco dopo, si è aggregato un terzo personaggio, un tizio che avrà avuto tra i 23 e i 30 anni, lo avevo riconosciuto perchè lo avevo visto un mese prima (con un’altra ragazza) a un’altra festa e anche lui aveva riconosciuto me, lui e il tipo che mi piaceva si conoscevano e ci aveva seguiti. Pensavo che si fosse unito a noi solo per un tiro, al massimo quattro chiacchere.
Dopo aver pippato però, io ho cominciato a ondeggiare e perdere l’equilibrio, il mio corpo ha cominciato a bloccarsi, la mia testa ha cominciato a farsi pesante.
Il primo ragazzo, quello che avevo seguito e che mi piaceva, se n’è andato (ho sempre temuto che l’abbia fatto di proposito) lasciandomi nel bagno con l’altro, il terzo, il tizio semi sconosciuto che si era aggiunto così spontaneamente.
Fu lui a chiudere la porta a chiave e cominciò a darmi dei baci mentre io perdevo l’uso di qualsivoglia muscolo a causa non della presunta speed, ma della ketamina.

Non ricordo tutto nettamente, ho più come dei flash e mi viene da vomitare solo al pensiero, la sua faccia che spero di non rivedere mai più, ricordo i suoi jeans e mentre provava a sbottonare i miei, io che cado sulla tazza, lui che mi rialza e mi mette contro al muro, come si attacca una giacca all’attaccapanni.
Non riuscivo a muovermi, a chiamare qualcuno, non riuscivo a stare in piedi, gridare o parlare, era come se non fossi nel mio corpo, lo vedevo perfettamente ma ero un cadavere vivente, un buco con qualche straccio addosso.
Io che, in condizioni normali, avrei potuto (e voluto) evirarlo con un solo calcio, io non mi sono protetta.
Non so quanto tempo sia passato, quando finalmente qualcuno è venuto a bussare, la festa era ormai alla fine e io ero ancora in quel bagno con lui. Lo mandarono via (il fetente disse pure qualcosa sul fatto che io ci stavo) e uno che mi ha riconosciuto, un amico, mi ha tirata su, mi ha riabbottonato e mi ha portata a casa sua, ciondolante, in stato semi confusionale, io, lui zitto.
Avevo vent’anni, credevo di essere grande.

Ho subito provato a non dar peso a questa cosa, accollandomi ogni responsabilità, mi son detta che ero stata una cretina, che me lo meritavo perchè non si segue un ragazzo sconosciuto in bagno, non si pippa roba a caso alle feste, che in un qualche modo dovevo essere contenta di essere ancora viva e che mi sarebbe servita da lezione per essere stata così frivola, avventata, col mio modo di fare me la ero andata a cercare insomma.
L’idea di denunciare o chiedere chi fossero questi tipi, se qualcuno li conoscesse, non mi ha neanche sfiorato, me lo impediva soprattutto la paura che si potesse sapere in giro.
Un po’ per orgoglio, un po’ perchè anche io ero caduta nelle contraddizioni dell’idea libertaria che ai tempi sostenevo con decisione, tra l’altro non ero sicura che qualche altra ragazza avrebbe potuto capire ma piuttosto usare questa mia confessione per poter deridermi o screditarmi.
Non ho mai parlato e solo quell’amico che mi trovò nel fatidico bagno potrebbe essersi domandato se mi fosse successo qualcosa quella sera, anche se io non ho mai svelato che in quel bagno sono stata ingannata, umiliata, usata, che uno sconosciuto ha abusato di un corpo (il mio) per svuotarsi le palle (le sue). Che mi serva da lezione, mi sono detta.

Ma negli anni questa “lezione” non mi è servita a molto anzi, non mi è servita affatto, ha solo peggiorato la mia visione del mondo e il mio modo di rapportarmici.
Ho ricevuto sempre più attenzioni da persone negative, quasi emanassi un odore che attirasse a me gli uomini più squallidi e opportunisti, come se sapessero che cosa fosse successo quella notte, come sapessero il mio vergognoso segreto.
Ciò ha moltiplicato i fantasmi e ho cominciato a dubitar di tutti quelli che mi si avvicinano, mi facevo schifo e loro mi avrebbero usata solo per svuotarsi. Non vivo, né ho vissuto, pacificamente né la mia sessualità né le relazioni amorose, soffrivo di depressioni altalenanti e autodistruttive, ho aumentato gli eccessi e quando bevo troppo sfocio in comportamenti aggressivi e violenti contro figure maschili a caso, basta che mi stiano intorno o che mi piacciano. Per questi motivi, piano piano, ho ridotto le attività ‘ricreative’ e mi sono isolata, ho creato un salvagente per impedirmi di ricascarci.

Andavo in ansia nei luoghi affollati, dopo quasi 5 anni ho rimesso un vestito o un paio di scarpe col tacco senza sentirmi una “puttana”.
Sono passati più di sei anni e non credo che qualcuno abbia avuto anche solo il sospetto, fatta eccezione per mia madre, penso che tornasse più comodo spiegarsi i miei atteggiamenti dicendo che ero una sbandata, una pazzoide, una strana, complessata. Gli amici mi dicevano che ero paranoica.
Io per prima non ho dato il giusto peso alla cosa, non biasimo “altr*” per non avermi capita anzi, se l’avessero fatto ora non mi sentirei la donna che sono, la stessa che negli anni ha smesso di partecipare a qualsivoglia dibattito o chiacchera collettiva, visto che le mie contraddizioni interne erano visibili all’esterno.

Parma però mi ha fatto accapponare la pelle.
Una coetanea, violentata da nostri coetanei, sedicenti antifascisti, così per gioco, proprio come s’investivano nell’attività politica.
Con così tanta naturalezza lasciata sola, derisa e allontanata, è come se fosse rimasta nuda per 7 fottutissimi anni. In silenzio.
Mentre loro erano ai concerti, a spillar birre alle feste benefit, nei cortei a gridar porci ai potenti, a baccagliarsi una o l’altra squinzia militante. Ne ho visti molti così, trattare le ragazze con marginalità se non per portarsele a letto, poi fare i “compagni” quando c’è da mettere in mostra il muscolo.

Mi è venuta una rabbia enorme. Ho rivisto il mobbing, quel lato di movimento che ci si vergogna di condannare, perchè è più facile dare della troia a una ragazzina che ammettere che certi culti rendano i propri compagni dei bastardi, approfittatori, bulli.
Febbricitante ho passato giorni a indagare su internet, volevo vedere che faccia avevano, volevo sapere se erano come me li immaginavo.
Quando li ho trovati (perchè li ho trovati), come volevasi dimostrare ho scoperto quello che già avevo intuito, i tipici ragazzi più o meno bellocci che avrei potuto incontrare alle manifestazioni, che avrebbero aiutato a rimetter su uno spazio popolare, mi sembra di vederli mentre urlano cori contro celerini e fascisti o scrivono il comunicato mettendo un porco di asterisco in fondo alla parola tutti.
Voi, che a tutte non ci avete mai pensato, per voi che TUTTE è un’ammasso di cosce e TETTE pronte a prepararvi la pappa, a guardarvi come se foste i più fighi della città e basta, TUTTE sono quel demonio femminista che vi rompeva le scatole quando volevate giocare a fare i duri con il culo nostro. Non vi sentite quella coda di paglia che hanno tutti i vigliacchi?

Quando li ho trovati ho capito come mai sono stati protetti, come mai quegli elementi si potessero perfettamente integrare sia tra i miei compagni antifascisti che tra i fighetti neofascisti della mia scuola.
Guardo indietro, alle assemblee, nelle occupazioni, rivedo il gruppetto di tipe dietro ai loro Maschi Alpha, rudi, col cervello di una nocciolina, che urlavano più forte degli altri, che strarompevano le ovaie con i loro cavolo di asterischi in fondo ai comunicati antifascist*, antisessist*, ma dagli atteggiamenti maschilisti ben evidenti. Ben inseriti, nessuna strega femminista a rimproverarli, bensì un branco di ragazze pronte a stabilire chi fosse la troia da ammutolire.
Che diavolo ce ne facciamo di un asterisco quando il corpo di una donna è trattato come oggetto ludico maschile da ragazzi e ragazze, sia dagli uomini che dalle donne?

Non c’è serietà e fermezza nell’intervenire contro chi compie abusi di genere anche tra i sedicenti antifascisti o partigiani 2.0. Parma ne è l’esempio lampante.
C’è qualcosa nella narrazione politica che abbiamo perso, quel sentimento di solidarietà attiva con le vittime, quell’essere veramente dalla parte degli oppressi, forti e unite contro gli oppressori.
Ma noi femmine non vogliamo ammettere di essere causa e carnefice, perchè veneriamo dei porci e continuiamo a trattarci da troie e cagne, legittimandoli ad abusare di noi.
Siamo forse diventate anche noi come quel meschino avvocato che difende uno stupratore dicendo che la vittima avrebbe potuto mordergli il pene? Siamo forse le fidanzate gelose che picchiano l’amante e perdonano il fedifrago?

Perchè Parma Antifascista non fa niente che lanci un messaggio più forte di quell’imbarazzante accozzaglia di scuse che hanno accampato? Cos’altro deve succedere per far promettere che nessun* verrà mai più lasciat* indietro?
Il loro mutismo è ciò che più mi ha sconvolto.
7 fottutissimi anni.

Penso al tizio di quella notte in quel bagno, chissà quante altre volte avrà fatto ad altre quello che ha fatto a me e magari lo fa ancora, anche per colpa mia.
In Italia si stupra con troppa leggerezza, con così tanta leggerezza che una ventina di merde hanno pensato che in una sede antifascista ci si potesse “divertire” ai danni di una diciannovenne e passarla liscia. Ci stavano anche riuscendo.

La ragazza della Fortezza ha avuto il coraggio di denunciare ma è lei e i suoi costumi a essere imputati, non quegli altri assolti mentre l’immagine della ragazza veniva ridefinita. Storielle piccanti sulla sua sessualità, consumo di alcool che stordisce. Lei un’ubriaca, drogata, stordita, e allo stesso tempo descritta come vivace e di facili costumi.

È facile giustificare la propria disfunzione erettile, gelosia o invidia dicendo che siamo comunque delle poco di buono, frustrate, qualsiasi sia la nostra azione o inazione.
Ce la siamo cercata? Siamo delle infami sia denunciando che non denunciando?

Infami sarete voi, e tutti quell* che vi coprono, i vostri amici che filmano, le vostre compagne che guardano e ridono come se si trattasse di una goliardata, mi fate schifo e dovevo dirlo, sperando che lo leggiate, me ne fotto se non siete imputati in tribunale e che vi siate già lavati la coscienza.

Io sarò eternamente grata a chi ha fatto andar via quel “tizio” dal bagno, che mi ha raccolta, rivestita e portata a dormire in un letto decente, almeno lui non mi ha lasciata accanto alla tazza di un cesso, buttata come un assorbente usato mentre voi giocavate a fare gli “antifa”.

Consideravo l’antifascismo una seconda famiglia.
Ecco che però caschiamo dalle nuvole e ci colgono con degli stupratori in seno, impreparati a questo scenario, offrendo ai nostri nemici un terribile appiglio.
Col vaso di Pandora spalancato di fronte agli occhi di tutt* forse sarà più facile vedere come siamo arrivati a questo presente, tutt’altro che rivoluzionario, tutt’altro che libertario.

La voce di una dovrà diventare il tuono di tutte (e tutti).
Se non siamo una catena ma tanti anelli slacciati è perchè nella narrazione politica contano più gli spazi che l’intreccio che avviene in questi, è perchè non siamo amici ma militanti, non si presta attenzione all’altro a meno che non si faccia prova di fiero coraggio.
Così facendo l’antifascismo si è voltato e voltandosi dall’altra parte di fronte a una Claudia, Adriana,  Paula o Peppa, ha preso le difese dei nostri padri e fratelli violenti, dei preti pedofili, dei bulli scimmioni, dei mariti carcerieri, dei sindaci menefreghisti, dei capi e poliziotti che abusano della loro posizione; voltandosi ha difeso i giornalisti bugiardi, gli avvocati e i giudici che quantificano la sofferenza di una vittima, ma la dignità rimane insignificante agli occhi della giustizia oscurantista.
Voi avete difeso chi è così stupido da filmare un gesto tanto schifido e protetto chi lo ha compiuto.
E noi, che non saremo mai grandi abbastanza per imparare questa lezione, abbiamo protetto voi.

Vorrei dire a Claudia che non è sola, non lo è affatto, che non ha bisogno di ulteriore forza perchè è già fortissima, che le sono vicina anche se non mi vede, le voglio bene anche se non mi conosce e io non conosco lei.
Vorrei che ogni uomo o donna nel movimento promettesse a lei, a sè e tutt* noi che la storia di Claudia, di Francesca, Pierino o Giovanna, non accadrà mai più in uno spazio antifascista, e che sia di monito ai suoi aguzzini, che non dovranno mai più essere benvenuti, che gli INFAMI sono loro e chiunque li protegga.

Con o senza asterischi, come disse Anne Herbert “praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”, non c’è più spazio per il machismo nel 2017, in ogni sua forma.

Per la cronaca, “il tizio” mi venne addosso.
A tutte le care compagne che si sentono dure sminuendo e umiliando le altre per non si sa che manie di egocentrismo o ricerca di attenzione, vi auguro di non dover mai scrostare lo sperma secco di uno stupratore il giorno dopo o sentirne ancora il suo odore la mattina, la vostra superbia vi ha reso cieche, fermatevi a contare quante ne avete lasciate indietro in questi ultimi 7 anni.

Fino all’ultimo abuso, che nessuna venga più isolata.
Un abbraccio.

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