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Il mio corpo è una prigione

Lei scrive:

Il mio corpo è una prigione. Qualcuno mi ci ha rinchiuso dentro. A furia di commenti di parenti impiccioni e che volevano ferire, o di quelli dei passanti e di chiunque pensi di avere il patentino per fare il giudice di commissione per miss italia. E non mi dite che non è sessismo e che non ci sia una responsabilità morale forte del maschilismo. Io non vado in giro a dire a un uomo che incontro per strada che me lo farei, il suo pene è piccolo o abbondante, che ha una faccia brutta o che ha la pancia da ciccione. Non lo vedo fare neppure ad altre donne. Noi siamo quelle in passerella, sempre, anche se non lo abbiamo scelto. Noi siamo le eterne prescelte per questa gara di bontà fisica secondo i canoni estetici imposti che ti fanno sentire sempre sbagliata rispetto a molte altre.

Il mio corpo è una prigione e non penso che ci siano donne che io possa mai ferire dicendo loro che sono più belle, perciò vittime di invidia. Ciascuna vive solitudini sociali. Vedo tanta fragilità attorno a me. Ne sono investita continuamente e per un attimo dimentico che io non sto bene con me stessa anche se mi sforzo di far pensare altro. Come se ammetterlo fosse una specie di spogliarello dell’anima, con tutto il rispetto per lo spogliarello. Vorrei dire: la spoglio solo se mi pagano. Giusto per precisare. Ma il disagio è così tanto che il cibo è diventato un’ossessione. Scrivo su un diario il numero di calorie consumate, quello che ho mangiato e quando la sera rileggo mi sento in colpa e allora penso – o tutto o niente – e mi rifugio in altro cibo.

Il mio corpo è una prigione e non sarà un “ma no, tu sei bella” a liberarmi perché il mio male si risolve a partire da me, sono io che determino una soluzione ma non dipende da me soltanto e chi si deresponsabilizza, chi ritiene innocenti le parole perfide che mi hanno dedicato, chi ti dice che sei pazza e ti dà in pasto a psichiatri dell’ultima ora, autoinsigniti su facebook di tale nomina, lo fa perché alla fine ritiene di avere il diritto di insultarti dando poi a te la colpa per come ti senti. I bulli sono così e così sono le bulle. Donne cattive, come quelle della mia famiglia, alcune per lo meno. Si impegnano a demolire ogni tua sicurezza, ogni briciolo della tua autostima.

Il mio corpo è una prigione e mi ci hanno rinchiuso dentro quell* che mi dicevano che avevo le gambe grosse, mia sorella diceva che “il tuo viso è grigio per quanto trucco metti”. Ma io non mi truccavo e non ero grigia. Lei era invidiosa, acida, incazzata con il mondo perché gelosa di me, da sempre. Non do neppure a lei tutte le responsabilità perché si muoveva nello stesso spazio in cui mi muovevo io. Perennemente messe in competizione in una società che ama farti sentire una merda. Perciò mia sorella se la prendeva con me e tirava fuori una battuta perfida dopo l’altra. Anche il suo corpo è una prigione, dopotutto.

Mi vedevo brutta da ragazzina, e dire che mi dicevano, in molti, sorella a parte, di quanto fossi carina. Culo troppo grosso, le cosce prolungamento di un corpo a pera. La cellulite – poca- ma ce l’avevo già. Poi un parto, la pelle che si affloscia e che comunque non torna mai uguale a com’era prima. E mettici lo stress e i disturbi dell’alimentazione, e la depressione e il fatto di ingrassare perché stai male e il cibo è la tua soluzione. Quanto sport ho fatto, alla faccia di chi dice che quelle come me non muovono il culo. Non è vero. Mi sono ammazzata di fatica a fare ogni possibile sport. Ore passate in palestra o a correre fuori, fin quando le ginocchia reggevano. Ho provato anche quando ero ingrassata, ma il peso del corpo è difficile da spostare. Bisogna fare piano altrimenti spezzi tutto, legamenti, tendini, ti saluta il menisco, si frantuma tutto, ti si formano microlesioni ai piedi. Piedi che reggono quel corpo che a te pare mostruoso.

Le cosce ancora più grosse, il culo enorme, le braccia con le ali, la pancia che aumenta e non si ferma mai, i seni enormi. Costretta dentro questa prigione con il terrore di mostrarmi anche agli amici. Così la prigione diviene sempre più faticosa e ingrata. Non esci più, ti isoli dal mondo. Non vivi, smetti di studiare, temi anche di andare a lavorare. Non stai neanche bene con il tuo ragazzo perché lui ti dice che sei bellissima, per lui, e tu lo odi. Quel che dice non corrisponde all’immagine che hai di te e dunque pensi che sia un ripiego, lui ti ama perché non è abbastanza e anche lui finisce dentro la tua stessa prigione esattamente come chiunque resti accanto a te.

Il mio corpo è una prigione e la mia maniera di vedere il problema è manipolatoria, mi prendo in giro, so che non sto bene e ho pagato una psicologa per anni senza risolvere niente. Non è colpa mia ma il fatto di doverci andare perché i tuoi pensano che ti scoppi il fegato o il cuore non mi rendeva così felice. Ti cali nel ruolo e non sei più in grado di uscirne. La malattia ti prende tutto: affetti, interessi, respiri, amore, sesso, vita.

Vorrei poter dire che non è più così ma lo è, sebbene io sia adulta, adesso. Lo è. Il mio corpo è sempre una prigione e diciamo che tento di comunicare con lui cominciando a comprare cose della mia taglia invece che abiti di taglie più piccole “perché tanto poi dimagrisco”. Uso scarpe comode per non sfinire le mie vene, le varici, i miei arti. Ho cellulite e smagliature dappertutto ma quello per me, stranamente, non è più un problema. Preferirei una serie infinita di smagliature a quel che vedo allo specchio. Non mi piaccio, non vivo bene e questo è solo una minuscola parte di quel che sta dietro i disturbi dell’alimentazione. Non sono “pippe mentali”. E’ devastante, influenza tutto quello che fa parte di te, impedisce anche l’ascolto perché ogni altro problema ti sembra infinitamente più semplice da vivere.

Anch’io se vedo una ragazza bella, secondo il mio parametro di giudizio, penso che non avrebbe di che lamentarsi ma proprio per quel che ho vissuto e vivo io so che non è questo il punto. Il punto è che i corpi sono le nostre prigioni e vedo tante donne, tante ragazze, imprigionate e già il fatto di svelarsi sulla pagina facebook di abbatto i muri penso sia un inizio o una specie di bilancio personale condiviso collettivamente. Parlare consapevolmente davanti una platea che non ti fa sconti, spogliarti e mostrare quel corpo che per te è una prigione, è una azione così forte, così dura, così coraggiosa. Io ringrazio tutte le donne che si mostrano e raccontano perché mi sento meno sola, mi sento in una prigione allargata, con delle compagne di prigionia a bordo e comincio a sperare di poter progettare un’evasione. Se potrò tenere le altre per la mano. Se potrò anch’io ripartire le responsabilità tra tutte le persone e le culture che generano. Me compresa, ovviamente.

Ho visto che la pagina è al momento attaccata da persone, uomini e donne, che non fanno che augurare un Tso, perché così è la società: crea il problema, ne fa parte, lo alimenta, e poi ritiene pazza chi ne subisce le conseguenze. I maschilisti dicono che loro non c’entrano. Mi hanno chiamata vittimista, al lavoro, perché ho spiegato che certe frasi dette alle colleghe non fanno bene. Altre donne si sono unite al coro e così in quella battaglia c’eravamo io e le due colleghe che erano state importunate. Come se a tutte noi interessasse l’opinione di ogni uomo sulla terra. Come se ogni nostra azioni corrispondesse all’esaudimento del loro desiderio. Ho visto che la campagna su pagine maschiliste viene descritta secondo parametri che ho in qualche modo descritto. Non sono loro il problema ma io che “mi lamento”. E invece non è un lamento perché mi racconto, con totale consapevolezza, guardando in faccia il mio problema così come molte hanno fatto con i propri. Chissà se i maschilisti hanno il coraggio di guardarsi dentro così nettamente. Riuscissero a farlo forse capirebbero e empatizzerebbero di più con il dolore altrui. Invece lo generano, ne rivendicano la genesi, loro come creatori e distruttori dei corpi femminili da controllare, piegare, massacrare, addomesticare affinchè tu sappia che il tuo corpo vale se per loro vale. Tu vali se per loro vali. E sono funzionali a chi ti vende cosmesi, chirurgia, aggiustamenti che fanno economia, creano prodotto interno lordo. In ogni caso che ti ritengano una santa o una puttana, se dicono che il tuo corpo è bello e utile perché fai figli e te ne prendi cura, comunque sia sono loro a decidere. Una donna grassa con un bimbo in braccio, non subisce lo stesso tipo di commenti che subisco io. Una vecchia canzone diceva “mamma, tu non compri mai balocchi ma compri solo profumi per te”. La mamma non si abbellisce. Può anche essere bruttissima per quel che riguarda la società. Purché assolva al suo ruolo, senza tregua.

I maschilisti non postano foto di mamme grasse con bambini in braccio. Questo la dice lunga su quali sono i ruoli e i modelli di femminilità che a loro stanno bene. Ogni mamma è santa. Ogni donna è puttana se sganciata dal culto della maternità. So che non è carino da dire ma a questo punto mi viene una scorreggia. Gliela dedico. Ai maschilisti. E un abbraccio a tutte le donne che vedo sulla pagina.

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Comments

  1. Un’analisi lucida e tagliente su come ci si sente dentro un corpo che sembra non appartenerci. Cominciano fin da piccoli a dirci che siamo carini se magri, oppure con i capelli lunghi, o corti. Indecisi se essere accondiscendenti o ribellarci ed arrivare alla consapevolezza che va bene così. Purtroppo i primi gudici severi del nostro esistere siamo noi stessi…

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