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Decostruzione, livelli, tifoserie e solidarietà

di Mario

Prima di mettermi a sedere e decidere di buttare giù nero su bianco questo contributo, per quanto lo ritenga necessario, ho fatto molta fatica. Non riuscivo a superare la sensazione di dovermi censurare, di dover misurare le parole, di dover fare attenzione. Tutto questo per me è tremendamente odioso. Soprattutto mi preoccupa la consapevolezza che sarò frainteso, il deragliamento, la pioggia di merda a cui sottoporrò chiunque deciderà di dar risonanza alle mie parole e ai concetti che vorrei far passare. In questo c’è un discorso molto più generale e ampio, ci sono vari livelli e cercherò di esporli tutti, per quelle che sono le mie capacità, con la massima chiarezza.

Questo preambolo era necessario per introdurre il primo livello, quello più ampio e generale, e anche per darmi la forza e il coraggio di scrivere quanto seguirà. Mostrarmi è la cosa che mi riesce meglio, il mio rituale per darmi sicurezza, senza censure, senza limiti, senza veli per quello che sono. Un essere umano, un animale. Carne, ossa, peli e sudore, pensieri, sentimenti, sangue, merda, paure, insicurezze e idee. Ed è da questo che vorrei partire.

Siamo umani, restiamo umani.

Belle parole in cui crediamo e di cui magari ci riempiamo anche la bocca – e mi ci tiro dentro anch’io – ma che nel momento in cui accediamo ai nostri social network di riferimento perdono qualsiasi significato.

Ormai è diventato così semplice, basta un hot topic, un argomento controverso che ottiene un po’ di visibilità e prima che se ne sia realmente discusso e parlato, che ci si sia confrontati, ascoltati e capiti le polarizzazioni, il buoni contro cattiv, ognuno buono per la sua parte ovviamente, hanno già monopolizzato il discorso. Ed è solo merda, manco di quella buona che magari ci concimi l’orto ma una squacquera acida che brucia culi e radici ed ogni cosa che tocca.
Guardiamoci in faccia, è questo che siamo? Piccole persone grette e biliose asserragliate dietro i propri schermi e desiderose di veder scorrere un po’ di sangue virtuale o peggio reale?

Io fuori dalla finestra vedo un mondo pieno di sfumature, meravigliose, brillanti o cupe e mille altri toni ma non certo una realtà in bianco e nero, non certo una realtà di assoluti. Un mondo che è nell’incontro delle diversità che evolve e cresce, non certo nel loro annichilimento.
Eppure nella nostra società, quella degli esseri umani civili e ben educati, di tutto questo non v’è traccia.

Dal grande al piccolo.

Se c’è un argomento su cui si sono create le più alte barricate e i più furiosi scontri fra tifoserie avverse, in cui la capacità di ascolto è stata la grande – grandissima – assente, questo è tutt’ora la questione dei vaccini. E qui mi scopro un altro po’ e forse adesso capirete la necessità di tutti questi preamboli. Su Abbatto i Muri lo sappiamo bene, la shitstorm non si è fatta attendere nemmeno da queste parti, l’ascolto spesso è mancato anche fra di noi.

Ma come avevo detto i livelli sono molti e il nodo centrale di questo mio intervento è un caso specifico di cui si è parlato molto negli ultimi giorni.

A Monza un bambino ammalato di leucemia è morto per complicanze dovute al morbillo. I principali media nazionali – tutti: stampa, televisione e radio – hanno dato molto risalto a questa notizia perché in un primo momento pareva che il bambino fosse stato contagiato dai fratelli non vaccinati per precisa scelta dei genitori, poi il primario della pediatria in cui era ricoverato ha negato questa eventualità ma non è su questo che mi voglio concentrare. Mi interessa più parlare delle istituzioni, dalla Lorenzin al presidente dell’ISS, che hanno pensato di cogliere la palla al balzo, come del resto le tifoserie di cui sopra. Ognuno con le sue belle motivazioni, tutti – e lo sottolineo tutti – dimenticando che al centro della vicenda c’è una famiglia che sta affrontando un terribile lutto. Alla quale va tutta la mia solidarietà, per quel che vale, e le mie scuse per l’aver avuto paura di esprimerla.

E voglio essere chiaro, quello che interessa a me è il caso specifico in cui tutta la questione sui vaccini rientra solo in quanto caso politico e non nel merito, e su cui ho certo una mia posizione ma che in questo senso è assolutamente irrilevante.

La questione politica è presto detta, uscendo fuori dalla diatriba vaccini sì o vaccini no è innegabile che ci sia un problema di autoritarismo nei metodi con cui le istituzioni, ministero della salute in primis, stanno imponendo il piano vaccinale. Non c’è alcun lavoro istituzionale per rispondere alle millemila domande che i genitori si pongono, legittimamente, quando si tratta della salute dei propri figli. Tuttalpiù proclami vuoti di una ministra impreparata che pretende di imporre provvedimenti di cui anche lei sa poco o nulla. In questo senso può essere interessante l’intervista rilasciata da Silvio Garattini, non certo un complottista anti-scientifico, a radio popolare. Chiedere conto al ministero delle proprie scelte e di attivare un reale dialogo con i cittadini mi sembra il minimo in un paese civile. Perché le risposte è il ministero a doverle dare chiare, accessibili e comprensibili a tutti. Non è il debunking, non sono i cittadini a doversele cercare.
La situazione particolare di questa famiglia è un esempio lampante di come invece il ministero ha gestito la questione fino ad ora, orchestrando con il consenso della stampa campagne denigratorie e polarizzanti di fatto annichilendo il dibattito attraverso la creazione di capri espiatori, gli “untori”.

Questo io lo chiamo emergenzialismo, quando invece la scelta più logica sarebbe quella di chiarire sacrosantissimi dubbi di persone che hanno il diritto di essere informate. Pur di avvalorare le proprie posizioni senza doverne dare credito non ci si ferma davanti a niente, nemmeno ad un terribile lutto come quello della morte di un bambino. E questo invece io lo chiamo sciacallaggio.

E vorrei tanto uscire dal piano della strumentalizzazione politica, vorrei dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Pretendere che il ministero parli chiaro, per davvero e favorire la comprensione dei cittadini e l’attuazione di pratiche – già per altro parte del codice deontologico delle professioni sanitarie ma disattese dalla stragrande maggioranza dei medici e del personale – di comunicazione e corretta informazione dei pazienti. E mi piacerebbe anche poter dire che io sogno una società diversa dove la prassi non è l’azzannarsi al collo sulle diatribe ma il dialogo, l’ascolto e la ricerca di soluzioni. E che queste non debbano sempre passare per il feticcio più vetusto di questo paese, quello del capo forte e deciso, di poche parole ma perentorie. Che poi all’occorrenza potrà diventare anche il vitello grasso da sgozzare in pubblica piazza qualora dovesse fallire, così da lavarsi la coscienza e deresponsabilizzarsi. Sempre tutti immacolati, puri, perché lavati nel sangue del magico rituale “meglio a te che a me”.

Vorrei che si potesse mostrare solidarietà ad una famiglia in lutto e che sta subendo una violenza frutto di logiche che niente hanno a che fare con la salute del cittadino quanto con la tenuta di governo e di impegni economici, perché anche di questo si tratta. Farlo presente non vuol dire essere contrari ai vaccini e io – ora sì, posso dirlo – non lo sono. Ma per favorire una corretta cultura in merito penso sia necessario innescare un dialogo con la cittadinanza e non imporre un obbligo civile.

Vorrei che su questa pagina, almeno in questo luogo di bellezza, provassimo a fare quello che abbiamo sempre fatto: esprimere una posizione altra rispetto alle brutture del mondo, diffondere un raggio di luce senza escludere nessuno, discutere, ascoltarsi e ricompattare invece che farci trasportare dall’atomizzazione sociale.

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