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Non Una Di Meno – da movimento in partito? Eccovi il richiamo al: sapevi con chi avevi a che fare e mo ti rassegni!

Dopo il mio post di riflessione a contributo della discussione su quel che accade nelle dinamiche interne a Non Una Di Meno trovo un commento al quale ho risposto velocemente ma rinviando ad un’altra analisi politica e lettura delle pratiche NON condivise che in tante subiamo. Tante, voglio dirlo, non solo io sono perplessa su quel che sta avvenendo.

Poi leggo un pezzo che credo sia scritto da qualcun@ che fa capo all’Udi (se mi sbaglio dite pure) in cui legittimamente si rivendica il senso della PROPRIA partecipazione alle iniziative di NUDM. Si rivendicano approcci, si parla delle iniziative e delle volontà politiche messe in campo, e va tutto bene perché essendo un movimento eterogeneo ovviamente troviamo la militante Udi attiva in certe direzioni come troviamo il collettivo anarchico che ne descrive molte (differenti) altre. Va tutto strabene fintanto che non si estende la propria pratica e i propri obiettivi a quelli di chiunque altr@ abbia partecipato al percorso di NUDM.

Nel post, sostanzialmente, si sta ripetendo quello che la commentatrice sul mio blog ha ribadito, ovvero che avrebbe dovuto essere chiaro a tutt* noi il fine ultimo di NUDM. Si dice che andare a parlare con il DPO (dipartimento pari opportunità) per andare a elemosinare fondi per i centri antiviolenza (ma non ne avete avuto abbastanza di prese in giro? perché banalizzare le pratiche di un intero e vastissimo movimento in una richiesta che sarà certamente disattesa? perché coinvolgerci tutti in un fallimento che tra l’altro ci riguarda fino ad un certo punto?) sia un passaggio naturale anzi il fine di tutto il can can fatto nelle piazze e ai vari tavoli della riunione. Mi chiedo allora perché non portare avanti solo il tavolo giuridico e pace a tutte le persone di buona volontà. Perché anche quello sui percorsi di fuoriuscita dalla violenza si è impantanato, credo, verso UN percorsO di fuoriuscita dalla violenza (Cav, denuncia e poi boh). E per chi vuole uscirne in altri modi? Che risposte? Ne avete chieste delle altre? Avete ascoltato bene? E per chi vuole solo, per esempio, casa e un reddito, prima che quei soldi siano chiesti – e mai dati – per i Cav? Prima che il governo si lavi la coscienza elemosinando pochi spiccioli ai Cav per poi rivendicare il fatto che così avrebbero dato soldi a tutte le donne.

Nell’articolo a mio avviso si pratica appropriazione culturale del termine intersezionale, misconosciuto fino all’altro ieri ma piazzato ovunque oggi come segnale di modernità per rinominare vecchi femminismi e vecchie pratiche. A chi conosce davvero quel termine apparirà molto strano il fatto che per femminismo intersezionale si intenda una roba antica con una spruzzata queer qui e là e la concessione a pochi uomini di partecipare ai cortei e alle assemblee. Intersezionale è il femminismo che ragiona su una materia analizzando da un punto di vista di genere, razza, classe, cultura, religione, per arrivare all’analisi contro ogni sistema di oppressione che se tocca tutti questi contesti vorrei capire come sia possibile che non tocchi polizie, carceri e altre istituzioni. In special modo istituzioni che di certo non hanno aiutato nessun@ di noi, non hanno aiutato neppure i Cav. Il fatto che si parli di Intersezionalità e poi si ragiona di securitarismi mai pronunciati da chi ha partecipato alle manifestazioni lascia comprendere che di intersezionale non ci sia proprio niente e non basta un termine per renderl@ tale.

L’appello iniziale non diceva che tutto sarebbe stato utile per proporre leggi con ulteriori aggravanti non so per cosa e per rafforzare il percorso rosa o per pietire elemosine per i centri antiviolenza. Lo stesso modo di intendere Ni Una Menos Argentina, per esempio, non c’entra nulla con quello sul quale in Italia ci siamo ridotte a dover confrontarci e confliggere. La speranza, semmai, era che i centri antiviolenza finalmente si fossero resi conto del fatto che avrebbero dovuto ripartire dalla politica, dall’attivismo, dalla somma di intelligenze che stanno altrove, tra i collettivi che con le istituzioni non hanno niente a che fare.

Mi ero detta: dai, che bello, finalmente mostrano un po’ di coraggio politico. Non chiedono appoggi alle politicanti del Pd e alle varie ministre che fanno pinkwashing. Invece scendono in piazza con noi, cioè, noi. Quell* che ragionano di sessismo nei movimenti e non di certo per immaginare soluzioni poliziesche all’interno degli spazi occupati. E poi continueranno a scendere a patti con le istituzioni ma lo faranno a nome proprio, partendo da una analisi politica rinnovata, consapevole delle istanze complessive delle diverse anime del movimento. Finalmente una analisi dal basso (non rieditata da un comitato centrale di revisione del Piano antiviolenza bla bla).

Invece no. Invece alla fine i patti con il Pd si fanno e si fanno pur sapendo quanta repressione coinvolge i governi che non stanno di certo migliorando le nostre vite. Invece si riduce solo al fatto che si fa un passo avanti e dici indietro e, come avvenuto nel 2007 o nel 2013, le anime singole, le tante donne che confidavano in nuove relazioni e nuove pratiche, lontane dai partiti e anche dalle istituzioni, deluse torneranno a casa. E non basta certo brandire la bandiera con scritto “attenti ai maschi cattivi” per tenerle unite. La storia del nemico esterno, che in realtà, vedendo i tanti femminismi autoritari, tanto esterno non è, non funziona più. Quante volte dobbiamo svolgere le stesse iniziative per renderci conto che si tratta di un macro-errore?

E non torneranno a casa perché le anime del movimento porgeranno in maniera trasparente, aprendo una discussione finalmente pubblica e non svolta nel segreto delle stanze di chi dirige, o immagina di poterlo fare, critiche e dubbi, ma torneranno a casa perché quella speranza che lasciava immaginare un percorso altro si consumerà fino a che non risorgerà un altro comitato con una sigla nuova, che raggruppa più o meno le stesse persone, includendone di nuove che rientreranno anche loro a fare altro e a lavorare sui propri territori, che rilancerà uno slogan appetibile, con un banner colorato, che rinvierà ad un immaginario giovane e rivoluzionario, nuovo e ribelle, come quello internazionale che di certo non si riduce ad una pantomima in cui si chiedono malamente, senza ottenerli, denari per i CAV, e così si riempirà una nuova piazza, si dirà che tutto cambierà e poi di nuovo la delusione perché in realtà non cambia veramente nulla.

Dunque all’inizio si parlava di un piano politico femminista, di otto punti che in realtà già circolavano nelle prime fasi dell’esperienza ed erano quasi belli e ricchi di nuovi stimoli. Non si parlava di quello che si propone oggi e che in realtà non è supportato da tante anime del movimento. Anime alle quali non si può semplicemente dire: ci conoscevate, sapevate chi siamo e dunque se siete sces* in piazza con noi significa che l’orizzontalità e il modello democratico di partecipazione possono andare a farsi benedire, perché alla fine dovete essere per forza d’accordo con noi (e se non siete d’accordo siete NonDonne, citando la Atwood).

E se volete fare, dico a tutt* quell* che stanno ragionando in termini escludenti, quel che vi piace comportandovi come fa la Chiesa cattolica quando chiede garanzia di privilegi mettendo sul piatto il numero dei battezzati (e sai quanti ce n’è che non sapevano niente di quel che sarebbe stato?), anche se essi non sono mai stati consultati sul modello di chiesa che vorrebbero. La sigla NUDM, quel movimento che ho vissuto io, è un’altra cosa, si respirava un po’, non dico troppo ma almeno un po’, e perciò, ad esempio, vorrei sapere dove stanno e se si esprimono le altre e tante anime che fanno parte della rete IO DECIDO, presenza la quale è stata quasi l’unica ragione per la quale in tant* abbiamo mostrato impegno e partecipazione (IODECIDO, con rete per i diritti della casa, contro la precarietà, spazi occupati e dinamopress e molto altro).

Se poi si vuole negare che in molte persone si stanno lamentando per l’obbligo a dover approvare l’incontro con il DPO o la formazione di un comitato per la redazione del piano, con addirittura tre figure di coordinamento nazionale e varie “referenti” (tipo delegat* di sezioni di partito) delle aree locali. Se si vuole negare il fatto che alla richiesta romana di dire si o no (ma sono domande da farsi queste?) all’incontro con il Dpo, cosa della quale a molt* non interessa affatto e sulla quale tra l’altro ci si è espressi nella assemblea nazionale, hanno risposto solo firenze e trieste per dire che non ci interessa (appunto) e per il resto fu silenzio. Se si vuole negare il fatto che nella mailing list oramai si parla solo tramite offese contro le sex workers e contro quello che si oppone alla rivisitazione partitica del movimento. Se si vuole negare tutto questo allora benissimo: diciamo pure che NUDM sta benissimo e che saremo tutt* content* di partecipare a qualsivoglia iniziativa pur non condividendola affatto nelle premesse e nella sostanza.

In realtà io penso al movimento internazionale con il richiamo a manifestare a settembre contro chi sovradetermina le donne impedendo l’aborto, contro l’ottavo emendamento che dà riconoscimento giuridico all’embrione in Irlanda, contro il debito per l’impossibilità di celebrare nuove indipendenze (economiche) in Argentina. Non basta seguire l’ininerario internazionale per poi ridurci a cose provinciali che non riguardano molt* tra noi. E intendiamoci: lottare portando la lotta alle porte dei ministeri (alle porte e non dentro – a meno che non si occupi – sedute allo stesso tavolo della ministra) non c’entra con un accordo al ribasso, vogliamo chiamarla concertazione?, che passa sulla testa di tutt*.

I centri antiviolenza chiedano tutto quel che vogliono e ovviamente li sosterremo ma che lo facciano a proprio nome. I CAV e le altre organizzazioni chiedano leggi repressive quanto vogliono ma non si aspettino appoggio da chi non crede nella repressione e facciano a nome proprio. Ogni singola voce è importante ma se una voce sovrasta quella di ogni altra componente di un movimento allora bisognerà farsi sentire. E no: per essere femministe non dobbiamo essere “unite” a ogni donna giacché ciascuna di esse è diversa dall’altra e avere lo stesso organo genitale non ci unisce affatto. E’ la motivazione politica, gli obiettivi, i metodi, le pratiche, che ci uniscono, a prescindere dal fatto che hai una vagina. E a proposito: donne sono anche quelle che una vagina non ce l’hanno. Tanto per dire.

Infine: non sono le istituzioni che ci libereranno. Siamo noi a farlo!

Leggi anche:

Ni Una Menos Argentina: la ribellione delle donne dal basso

 

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