Annunci

Mi chiamavano “femminiello”

Lui scrive:

Ciao,
non so esattamente cosa sto scrivendo, né a chi sto scrivendo, ma sento l’urgenza di buttare fuori un po’ di rabbia perché potrei soffocare, stasera più che mai. Chiedo scusa a chiunque stia, in questo momento, dall’altro lato dello schermo perché forse ha di meglio da fare che leggere lo sfogo di uno che ha imparato tardi anche ad allacciarsi le scarpe e non ha mai imparato a difendersi dalle parole. Questo non è il mio vero nome e, naturalmente, questo non è il mio vero contatto. Ciò mi permette, forse per la prima volta in tutta la mia vita, senza timore, né imbarazzi, di raccontare un po’ di cose, di sputare un po’ di veleno e pregare di guarire, anche solo per un paio di ore, perché sono Ho quasi 25 anni e vivo a Napoli. Già alle elementari mi chiamavano RICCHIONE. Spesso anche FROCIO. A volte FEMMINIELLO. Raramente CULOROTTO. E poi finocchio, culattone, checca, bacaiolo, sfranta, sodomita, Amedeo (non ho mai capito perché utilizzassero questo nome come sinonimo di frocio), pederasta, invertito, bardassa, succhiacazzi, deviato e fru fru. Quelli più gentili mi chiamavano “fru fru”, accompagnando le parole al gesto della punta dell’indice che tocca l’orecchio destro. Due colpetti, uno per ogni “fru”.
A sei anni sculettavo. Non mi ci applicavo, mi veniva spontaneo ancheggiare come ad alcuni miei amichetti sarebbe venuto spontaneo grattarsi le palle continuamente di lì a poco o segarsi compulsivamente ad ogni minima ed accidentale sfregatura del pacco.

Cercavo sempre di camminare dietro le persone e mai avanti. Per strada mi fermavo per far finta di allacciarmi le scarpe se notavo qualcuno dietro di me. Ero sempre l’ultimo ad uscire dalla classe, trafficavo per lunghi minuti con lo zaino fingendo di non trovare qualcosa di inesistente al suo interno per ritardare l’uscita. Mi vergognavo del modo in cui sbattevo le chiappe, involontariamente, deambulando. Mi esercitavo a camminare da maschio. Quando ero da solo andavo avanti e indietro nel corridoio reggendomi il
culo con le mani per capire in che modo muovessi le natiche. La mia mente limitata di giovane uomo non riusciva a capire in cosa sbagliassi. Mi addestravo ad allargare le gambe il più possibile mentre avanzavo, imitando i miei compagni. I risultati erano tragicomici.

Odiavo la mia voce e l’avrei odiata per molti anni; avevo una voce da eunuco, da moderno Farinetti e nel corso della pubertà non avrei prodotto abbastanza testosterone per la muta vocale. Mentre i miei compagni di scuola diventavano MASCHI, con i primi peli sul petto e sul pube che si mostravano fieramente tra loro dietro la lavagna d’ardesia, io restavo uno strano e curioso ibrido asessuato, il famoso “mostro” de Il Simposio platonico che avrei letto ed apprezzato qualche anno dopo. Avevo un viso efebico, eccessivamente
efebico. Ero magro, eccessivamente magro. Ero pallido, eccessivamente pallido. Attiravo facilmente l’attenzione di adulti e bambini, che spesso mi chiedevano se fossi maschio o femmina, allora abbassavo la testa con gli occhi lucidi e le guance arrossate dall’imbarazzo e mi chiudevo in quel silenzio che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

I miei compagni parlavano solo di calcio e spesso si organizzavano per giocare dopo la scuola. Io non seguivo il calcio e odiavo giocarci, così rimanevo perennemente escluso da quelle cose “da maschi”. Qualche volta però, superando le mie paure e i miei imbarazzi, mi aggiungevo all’allegra combriccola: finivo sempre a porta e, quasi sempre, la partita di calcio si trasformava in un assalto al frocio; giocavano a chi mi colpisse più forte
ed io li lasciavo fare fingendomi divertito. Era un modo per sentirmi parte del gruppo, per non sentirmi diverso. Allora, oltre ad essere frocio iniziarono a credere che fossi pure deficiente, e probabilmente non avevano tutti i torti.

Incrociavo spesso le gambe quando ero in piedi, le accavallavo da seduto, forse imitando, con pietosi risultati, Sharon Stone in Basic Instinct. Gesticolavo compulsivamente: muovevo spasmodicamente le mani come un pescatore distonico che sta per annegare. Non parlavo serenamente, urlavo in falsetto. Ero così ingenuamente puro e pateticamente ridicolo. Mi rendevo conto d’essere ridicolo, ma più mi sforzavo di castrare il mio essere arlecchinesco, più mi rendevo buffo, goffo, tristemente grottesco. Facevo ridere gli altri, facevo pena a me stesso. Sarà per questo che ho sempre provato una profonda compassione ed empatia nei confronti dei pagliacci di mestiere, quelli col naso rosso. Da piccolo mi facevano un’infinita tenerezza. Mi mettevano tanta malinconia. “Ridi del duol che t’avvelena il cor”.

Per strada mi urlavano sempre volgari offese, accadeva ogni santissimo giorno e ogni santissimo giorno desideravo sparire dalla faccia della terra per non doverle più sentire. Volevo solo sparire, non attirare l’attenzione per un solo giorno. Avete mai provato vergogna nell’essere semplicemente voi stessi? Non è la vergogna che si prova quando bisogna denudarsi davanti ad un estraneo: è un sentimento di schifo nei confronti della propria persona, di ribrezzo per quel che si è, così grande da impedirmi spesso anche di respirare. Passavo le mie giornate chiuso in casa. Se venivano degli ospiti sconosciuti a casa, non uscivo dalla stanza. Credevo che tutto il mondo non aspettasse altro che l’occasione giusta per ricordarmi quanto facessi schifosamente pena.

E in effetti me lo ricordava sempre, costantemente. Per strada, quelle rare volte che ero costretto ad uscire, accadeva che qualche volta qualcuno mi si avvicinasse per spintonarmi o sputarmi addosso. Fate sculettare un ragazzino frocio in un paese di omofobi e vedrete con i vostri occhi cosa accade. Io fingevo di divertirmi. Ingoiavo le lacrime e con le guance infiammate dalla vergogna, mi sforzavo di sorridere. Sorridevo sempre, come uno stupido. A scuola era un inferno. In seconda media mi hanno ficcato la testa
nel cesso in cui avevano pisciato in tre, o forse in quattro. Mi chiamavano durante la lezione per mostrarmi come si toccavano il cazzo. Mi toccavano dappertutto in ogni occasione. Lo facevano con tutti, sì. Mettevano in croce anche le mie compagne, ma con me era diverso: c’era una malvagità mista a curisità nei loro sguardi che mi terrorizzava. Ogni mattina mi sedevo al mio posto e pregavo che si scordassero di me, non intervenivo alle lezioni, non alzavo mai la mano. Ma non mi lasciavano in pace, MAI. E una
volta mi hanno obbligato a prenderlo anche in culo. Era la quinta ora, in palestra dopo educazione fisica, uno mi teneva da dietro sbattendomelo dentro, un altro se lo sfregava tenendomi per il collo. Così ho perso la mia verginità.

Ho trascorso così tanto tempo a far finta che tutto questo non sia mai accaduto che, anche ora che lo ricordo, mi sembra di raccontare la storia di qualcun altro. Avevo 12 anni, forse troppo pochi per capire realmente quello che stava accadendo, anche perché quella volta faceva solo più male, ma la violenza era all’ordine del giorno. Vomitai. Piansi, e quella è stata l’ultima volta che ho pianto in tutta la mia vita. Ho pianto per la vergogna, la stessa vergogna che mi ha serrato la gola impedendomi di urlare e chiedere aiuto, la stessa
vergogna che mi ha impedito di parlarne. Non ne ho mai parlato con nessuno. E a chi avrei potuto dirlo? A mia madre forse? Mia madre voleva un figlio virile, maschio, capace di difendersi. Mia madre da piccolo mi diceva sempre: “se torni a casa piangendo perché ti hanno dato uno schiaffo, te ne do altri 2 io”. Avrei potuto dirlo a lei? Lei che, pur amandomi alla follia, non è mai stata capace di capire i miei silenzi. Per la mia famiglia sono e sono stato un ragazzo felice, un po’ sui generis forse, ma sereno.

Quante volte ho desiderato morire. Non ho mai avuto il coraggio di farla finita, ho fallito anche in questo. Il suicidio è un chiodo fisso che ha accompagnato e accompagna ancora oggi la mia vita. Ma questo nessuno lo sa. Con il tempo sono cresciuto, la mia effemminatezza si è parzialmente mitigata e pian piano sono cessati anche gli insulti. Oggi ho molti amici, una vita sociale abbastanza intensa, apparentemente sono un ragazzo come gli altri, ma dentro sto morendo lentamente. Oggi tutti sanno della mia omosessualità, a parte
i parenti, ma evito che la loro non conoscenza dei fatti influisca negativamente su di me. Però tutto quel dolore soppresso, tutta quella vergogna dilaniante, tutta quella paura soffocata devono aver inceppato qualche ingranaggio nel processo della mia formazione.

Mi sono costruito un’identità solida esterna che non corrisponde a tutto quello che c’è dentro di me. Ho mille paure, mille ansie e soffro di attacchi di panico. Non riesco ad entrare in un bar da solo o semplicemente a camminare davanti ad un gruppo di ragazzini, quindi evito di farlo. Lascio credere a tutti d’essere una persona estremamente pigra, ma non è così: vorrei iscrivermi in palestra, ma NON POSSO. E vi giuro che non posso, perché ci ho provato, ma chi non sa cosa vuol dire essere me probabilmente non può e non potrà mai capire.

Studio, con ottimi risultati, ma sono indietro di anni perché l’ansia mi ha spesso impedito di prendere quel fottuto treno per andare all’università a dare l’esame. Anche in questo caso lascio credere d’essere uno scanzafatiche, pur
buttando il sangue sui libri, perché è più facile che raccontare la verità e far crollare questo bel castello che con tanto sacrificio sono riuscito a costruire. Ho imparato l’arte della mimetizzazione, ma fa male; mi sta uccidendo! Alcuni forse credono che io non abbia desideri, non abbia ambizioni, ma non è così: ne ho tante, forse troppe. Ma il mondo là fuori mi fa accelerare il cuore, sudare le mani e girare la testa. Come posso pretendere di vivere se ogni volta che ci provo rischio di morire?

Ho conosciuto vari ragazzi, ma non sono mai riuscito ad andare oltre. Ho paura dell’Amore, credo di non meritarmelo. Ho paura della vita, credo di non meritarmela. Fingo d’essere forte, di non aver bisogno di niente e di nessuno, ma ogni notte abbraccio il cuscino, immaginando che ci sia qualcuno pronto a capire. Vorrei che qualcuno mi abbracciasse, mi prendesse per mano e mi portasse lontano da me stesso, lontano da quest’incubo. So di aver bisogno d’aiuto, ma non ho il coraggio di chiederlo. Guardo gli altri andare avanti ed io
resto sempre qui, fermo. Vorrei almeno poter piangere…

Annunci

Comments

  1. credo tu non abbia ancora percepito la Vita
    credo che quando avverrà (ed avverrà) sarai il primo a capire quanto tu sia grande, quanta immensità tu sia riuscito a contenere dentro quel corpo.
    consigli di zia momi
    ama e lasciati andare, lasciati amare
    la chiave ‘suicidio’ nascondila in un cassetto perché si muore lo stesso e quanti ‘te’ che hai descritto lo sono già? non a tutti è dato nascere e morire nel solo corso di una vita, approfittane! chi scrive è vivo però! chi soffre e cerca risposte è molto vivo!

    agisci! ora! …o tra un po’, ma agisci 🙂

    un saluto caro

  2. Vorrei tanto mettermi in contatto con te… parlare, avrei tante cose da raccontare e tanta voglia di ascoltare! Emanuela

  3. Ciao,posso capire cosa hai provato e provi poiché la mia infanzia ed adolescenza é stata così il più delle volte,e so cosa significa farsi credere stupidi pur di sperare di passare nell anonimato.Ma col tempo ho compreso che non serve,anzi che l unica persona a cui ho fatto del male e che stavo danneggiando comportandomi cosi sono stata io.Perché ho negato a me stessa il preziosissimo ed importantissimo diritto di essere me stessa,perché io esisto e vivo e merito tutto il meglio da me stessa.E denunciando se necessario,meglio soli e consapevoli di essere nel giusto.E con il tempo ho anche compreso,imparando a conoscermi,e quindi ad AMARMI e RISPETTANDOMI che liberandomi di quelle catene e bende che io stessa per anni davo agli altri per potermele mettere, ho capito quanto io sia MIGLIORE di tutta quella melma e che eravamo a tutt’altro livello proprio.Ho sofferto tanto,anche forse troppo,lo so.Ma partendo da questa diversa consapevolezza,si riparte,e si va avanti,sempre,perché voglio che il passato mi sia da monito per migliorarmi,la melma quella non cambia.Sono io adesso che ho cambiato il modo di affrontare la melma.Si dice che nella vita ogni cosa vissuta sia nel bene che nel male servirá a creare un giorno quando saremo pronti un IO molto piu solido forte e che saprá apprezzare ogni istante della vita poiché sará la prospettiva con cui si guardano si fanno o si ascoltano le cose ad essere diversa da quegli occhi di quando eravamo bambini o ragazzini.Ed é questa la VITA che ci meritiamo e che dobbiamo vivere e prenderci.Lo dobbiamo a noi stessi!Ogni istante si puó migliorare.Never give up! Never! Pensare positivo attira cose positive.Poi tutto verrâ da sé.La felicità é negli attimi in cui ci sentiamo liberi,felici ed amati(in primis da noi stessi) Ti abbraccio forte. 😉

  4. Ciao,
    la tua storia mi ha colpito profondamente, al liceo un compagno di scuola ha avuto le stesse brutte esperienze, io mi dichiaravo sua amica, gli passavo i compiti, gli dettavo le frasi di latino al telefono ma non sono stata in grado di aiutarlo, non avevo gli strumenti emotivi ed intellettuali ma sopratutto il coraggio di schierarmi apertamente dalla sua parte, anche se spesso mi confidava il suo malessere.
    Tutti avevano intuito la sua omosessualità, la sua voce, il suo ancheggiare, il suo passare le dita dietro l’orecchio davano fastidio, faceva paura la sua diversità, a molti, anche a me, ora mi rendo conto quanto fosse geniale e quanto voleva essere pienamente se stesso e manifestarsi per com’era e quanto io invece ero confusa e mediocre nonostante le ore passate sui libri.
    Le professoresse non so quanto abbiano saputo sostenerlo, anzi spesso aggravavano la situazione facendogli raccontare i suoi pomeriggi solitari senza rendersi conto dell’imbarazzo che provava mentre cercava di inventare una storia credibile ridendoci su.
    La famiglia ha creduto di far bene ritirandolo da scuola all’ultimo anno, dichiarandolo malato. Il credere di essere malato perchè allergico al glutine, le continue vessazioni/provocazioni/umiliazioni l’avevano reso completamente indifferente alle lezioni, incapace di ripetere una paginetta di storia, incapace ad andare in bagno per la ricreazione, capace però di arrivare prestissimo a scuola e scappare via per primo appena suonata la campanella.
    Quando lo incontro per strada, quasi sempre in macchina con il padre, lo saluto con molto affetto e anche lui lo fa, sembra star bene, sembra, lui sorrideva sempre, come te, sempre, anche adesso, lo vorrei fermare, dirgli mi dispiace, chiedergli scusa di non essere stata con lui, di non averlo difeso ad oltranza, mi piacerebbe abbracciarlo.
    Una volta, appena seduti, appena suonata la campanella della prima ora, mi disse: Ti abbraccio a distanza.

  5. un abbraccio sincero.

  6. La tua storia è incredibile e in qualche passaggio rivedo anche me stessa… se ti va di sfogarti con qualcuno, contattami pure, sarei onorata e lieta di ascoltarti… un forte abbraccio, Laura…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: