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Non Una Di Meno: e così fu che diventò un partito politico vecchio stile?

Al netto del bilancio sull’esperienza condivisa con il movimento NON UNA DI MENO sento di dover ringraziare le compagne e i compagni che l’hanno attraversato per la loro generosità, libertà, capacità di rielaborare contenuti e dare nuove visioni di problemi triti e ritriti. Tanta ricchezza ma. Pur temendo il “ma” infine bisogna tirarlo fuori. Per evitare di lasciarsi inglobare in percorsi non condivisi, poco trasparenti e impositivi e affinché si ribadisca l’estrema eterogeneità, di persone, idee, contenuti, del movimento NUDM.
Fare parte di un movimento non significa dover cancellare le singole identità e soggettività politiche. Perciò è apprezzabile la pratica della discussione a partire dal basso e il saper coniugare rispetto per le singole e diverse opinioni con la volontà di non cedere a identitarismi normativi in cui i femminismi vengono ricondotti, normalizzandoli, ad un unico femminismo.

Negli ultimi tempi alcune sono state le azioni che segnalano l’allarme implosione del movimento. Così come era stato per Sommosse, a partire dal 2007, e, per chi l’ha vissuto (non io) per Se non ora quando.

Si è passat* facilmente da una posizione entusiastica di condivisione di varie pratiche, ad una autoritaria versione dell’autoinvestitura rappresentativa declinata da persone quasi sempre rigidamente legate a partiti o a contesti parecchio filoistituzionali. Sappiamo che Sommosse ha lasciato una frammentazione per anni insanabile e che Se non ora quando si è scissa in mille comitati cittadini e infine in due gruppi distinti, snoq factory e snoq libere (praticamente le poche vip che attraverso comunicati stampa calati dall’alto decidevano le sorti del movimento). Di fatto dopo Sommosse molte sono rientrate a condurre pratiche femministe nei propri territori e tante persone hanno abbandonato Snoq dopo un periodo in cui hanno comunque cercato di opporre critiche costruttive che non sono state prese in considerazione.

NUDM sembra stare ripercorrendo linee tracciate, già viste, ripetute, e c’è chi giustamente dice che sarebbe bene non ripetere gli stessi errori perché ottenuta una vasta partecipazione di piazza, dovuta alla collaborazione di tutt*, non bisogna dare per scontato nulla. Quella folla non riempirà ancora le piazze solo per legittimare chi cavalca NUDM per affermare giusto le proprie idee.

All’ultima assemblea nazionale quando si è parlato di un possibile incontro con il Dipartimento delle Pari Opportunità molte persone hanno chiaramente detto che non è la finalità di tante soggettività. Che ci frega di dialogare con un DPO che segue le politiche di un governo che ha fatto pinkwashing a tutto spiano usando la lotta contro la violenza sulle donne come bandiera per legittimare decisioni orrende sul piano economico, sociale, culturale? Perché si vuole dialogare o pietire risorse da un DPO che ha deciso tutto senza consultare nessuno e ben sapendo anzi della contrarietà dei centri antiviolenza, per esempio, sulle misure repressive e inutili, sulla assenza di politiche preventive, sul codice rosa che è un percorso obbligato finalizzato alla denuncia coatta, vissuto malamente da donne che a quel punto, pur di non dover decidere tutto e subito non si rivolgeranno, se picchiate, mai più al pronto soccorso?

Eppure già in alcune comunicazioni via mailing list è stato esplicitato che l’incontro con il DPO verrà realizzato e che lì si porterà un piano antiviolenza (giuridico nonché prettamente politico e femminista) che alcune, elette non si capisce da chi, avrebbero in mente di scrivere o riaggiustare in qualità di membre di un possibile comitato redazionale che si assumerebbe l’onere di tutto. Non solo: dando la cosa per scontata è circolata una mail che arrivava dal gruppo romano in cui si chiedeva alle rappresentanze territoriali di NUDM di dare un voto (?), un parere (?), utile o inutile che fosse, circa le possibili azioni politiche di cui vi ho parlato. Da Firenze e da Trieste due gruppi di Non una di meno hanno spiegato che non ci si pone il problema. Chi vuole presentare un piano antiviolenza al governo faccia pure ma a nome proprio, del gruppo che rappresenta (centri antiviolenza e affini) ma non come parte rappresentativa, sia che si parli di comitati o di “tavoli”, di tutta NUDM. Lo faccia a proprio nome perché è un peccato dover constatare come si strumentalizzi la forza di tante persone in piazza per esigere delega totale su decisioni che quelle tante persone non sono state in grado o non hanno voluto assumere. Si terminava con la definizione di obiettivi che ci vedono impegnate in lotte sul territorio, lontane quindi, da questi giochi di gerarchie imposte.

Lo sforzo critico e costruttivo pare però non sia servito a nulla. Arriva il report di UN tavolo che parla di percorsi di fuoriuscita dalla violenza e con grande sorpresa leggiamo che nulla di quel che era stato detto è stato pronunciato da chi ha redatto o ha pensato il report. Immaginiamo dunque che non se ne sia discusso. Il punto è che non si può chiamare Piano Femminista qualcosa che parla in giuridichese e che viene trattato in termini di burocrazia applicata da poche. Oltretutto auspico il fatto che si divida il piano giuridico da quello politico femminista. Non sono e non possono essere la stessa cosa.
Chi ha in mente di servirsene per autoaccreditare le proprie scelte, legittime per carità, come rappresentative di tutto il movimento dei femminismi può scordarsi di poterlo fare senza ricevere un mare di critiche. Perfino il Coordinamento dei Centri Antiviolenza non è rappresentativo di tutti i femminismi. Anzi.

Quando nel report si parla di superare lo scollamento tra il piano giuridico e quello politico e femminista si vuole segnalare una evidente forzatura. E’ una decisione di poche e non è giusto cannibalizzare tante belle idee circolate nei vari gruppi, per riportarle ad una normalizzazione che le svuota di senso e le usa in modi non auspicati da chi le ha espresse. Non erano queste le finalità. E se lo erano non siete state chiare fin dall’inizio, almeno vi si poteva dire si o no, dando consenso ad una proposta chiara. Giusto per abbreviare: la normalizzazione riguarda tutte le tematiche approfondite nei vari gruppi. Tutto comporrebbe ottimi argomenti da portare al DPO. Ma avete chiesto a chi se ne è occupat@ se a loro sta bene o meno?

Poi si passa alla “proposta metodologica e organizzativa per la scrittura”.
Ma non avevamo già scritto gli otto punti del piano? Perché l’esigenza di riscriverli? E intendo letteralmente “riscriverli”.

La proposta, che termina con tanto di acronimo di ridefinizione che unisce il piano giuridico al piano politico femminista (PFA=piano femminista antiviolenza? Sul serio?), è di costituire un gruppo (è stato già costituito in quel di Napoli?) che ragioni su un “Piano di inquadramento politico” e “piano programmatico” (e così ci avviciniamo alle mozioni di partito da portare a congresso per poi vedersele votate con applausi di donne ignare ma entusiasticamente galvanizzate dai vari “siamo noi, siamo in tante, siamo forti, e bla bla bla”). Già quando furono chiesti pareri sull’incontro con il Dpo ai gruppi territoriali si parlava di comitato di riscrittura o qualcosa del genere. Non mi pare ci siano stati così grandi consensi. Ma la macchina è in fuga verso l’universo mondo e non si ferma ad ascoltare nessuno salvo la voce di chi guida.

Tra le altre cose da Napoli arriva perfino il piano editoriale per, e scusate la ripetizione, la redazione del piano. Esse parlano di regole di stile per poi arrivare alla definizione di “piano femminista antiviolenza antagonista” (davvero? E che antagonismo è una roba così ritradotta in politichese filoistituzionale a partire dai titoli?). Non solo. Decidono che si tratterebbe di un manifesto femminista, dunque un manifesto politico valido per il movimento, di modo che, se ho capito l’antifona, se non segui quel copione e le idee di chi riscrive il piano, perdi il patentino femminista.

Infine la chicca assoluta. Si scrive:

A fine giornata il Tavolo ha discusso alcune proposte operative relative alle modalità di stesura e organizzazione interna che restano da approfondire e condividere. Bisognerebbe individuare tre coordinatrici nazionali e due referenti per ogni tavolo.
Per la stesura del piano indicare delle persone differenti dalle referenti: per la parte programmatica e solo al fine di rendere agevoli le comunicazioni ed avere dei referenti per la scrittura del documento proponiamo alcune referenti del tavolo percorsi di fuoriuscita che dovrebbe costituire a nostro avviso il focus principale del piano programmatico e 2 o 3 referenti per gli altri sette tavoli.

E qui praticamente si sta parlando della costituzione di un partito con tanto di figure gerarchicamente imposte come le coordinatrici o le referenti, con previsione di chi ha voce in capitolo e chi no che fa invidia alle discussioni sulle leggi elettorali a cura del governo. Sposti numeri e rappresentanze affinché alla fine l’ultima parola sia comunque sempre e solo la tua.

Poi così, come per caso, si sovradetermina la volontà assembleare e le differenti voci in essa contenute, buttando lì il tema della tratta senza parlare di sex working per scelta. E’ noto il fatto che nella mailing list come altrove la discussione posta conflittualmente e in termini offensivi da abolizioniste abbia sovradeterminato gruppi come quello, per esempio, di Ombre Rosse, collettivo di sex workers e femministe. Porre la questione del sex working facendolo coincidere con quello della tratta, sebbene siano cose ben diverse, è una forzatura che mi dà l’esatta misura della “obiettiva” e “imparziale” riscrittura del piano femminista eccetera. Riscrivere il piano e infilarci dentro temi unidirezionali, non inclusivi delle diverse soggettività, che così sarebbero legittimati all’interno di quel che viene definito un manifesto femminista nazionale, mi pare una operazione assai brutta e autoritaria. Non era questo, mi pare, il senso delle pratiche messe in campo all’inizio da NUDM.

Tanto per dirvi: il suddetto tavolo si dà appuntamento (nazionale) per settembre. Mi chiedo che fine abbiano fatto gli altri tavoli (assorbiti da quell’unico di cui abbiamo parlato?) e mi chiedo anche se non si arriverà ad una assemblea nazionale, in cui tra scariche di bile e nervosismo diffuso, ci saranno le proponenti di mozioni di partito le quali saranno messe al voto senza che ci sia il tempo di discuterle. Un po’ come si faceva nel Pci, no? Dopo tutti questi scivoloni autoritari, ci sarà anche una chiamata alle armi emergenziale, nel solito momento novembrino, all’insegna del “che bello, siamo insieme, sorellanza yeah” con uno striscione iniziale del tavolo “nazionale” di percorsi di fuoriuscita dalla violenza? Mi chiedo anche quando smetteremo di farci coinvolgere in buona fede in situazioni che finiscono sempre allo stesso modo. Stesso. Modo. Speriamo sia un’intuizione sbagliata e tuttavia non possiamo fare finta di non leggere segnali preoccupanti che conducono verso percorsi istituzionalizzanti di un movimento che tutto doveva essere meno che istituzionale. Ah, dimenticavo: togliete quel “antagonista” dal titolo “piano eccetera” e possibilmente parlate di uno tra i tanti femminismi esistenti perché di tanta mistificazione e modalità manichea ne abbiamo veramente abbastanza.

 

Per l’immagine grazie a Manuela Lunati

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Comments

  1. Gli arconimi….Già che da NonUnaDiMeno si sia passat* a dire NUDM mi fa pensare che il verdetto sul movimento sia già stato dato da chi chiama SeNonOraQuando “SNOQ”, a proposito dei “te si” e “te no” …resta il fatto che è bello parlare di “onda”, spontaneità e taaanti femminismi etc… ma poi un po’ di struttura per concretizzare qualcosa la devi avere e la “struttura” ce l’ha un “certo” femminismo, quello che si sporca le mani con la politica, quello che è anche quello dei Centri Antiviolenza, e che non fa mistero a quali principi si ispira http://www.direcontrolaviolenza.it/chi-siamo/ . Basta guardare chi sono tre associazioni promotrici della manifestazioni “NUDM”, cosa dicono nei loro Statuti e nei loro comunicati per capire qual era la loro linea. Dai taaanti femministi ho letto attacchi da rottura insanabile con questo femminismo…Eppure i taaanti femminismi si sono accodati. Sinceramente non riesco a credere che non si sia messo in conto che in mezzo ai taaanti femminismi anarcoidi sarebbe toccato a “quel” femminismo dare concretezza a qualcosa e trovo piuttosto ipocrita cascare dalle nuvole (per la seconda volta, poi) adesso che, appunto, si tratta di concretizzare. O volgiamo continuare a fare manifestazioni e basta?
    Tanto per dire: i Centri Antiviolenza in questo momento hanno una priorità: sopravvivere, e per sopravvivere ci vogliono fondi, non bastano i blog, gli articoli e principi belli e libertari ma SOLDI. E i fondi non li ottieni se non hai un aggancio politico e l’aggancio politico non ce l’hai se non contratti e ti sporchi le mani. E non contratti se non formalizzi le tue richieste, le organizzi in priorità e ti siedi a un tavolo con chi ha il potere di muoverli quei soldi.
    Se qualcun* pensa di poter fare la rivoluzione femminista domani per godersela da vecchia, posto che sia qualcosa di fattibile, avrebbe dovuto capire fin dall’inizio che NonUnaDiMeno non era il posto adatto a questo piano, anche perchè la maggior parte di queste cascatrici dalle nuvole seriali avrebbe dovuto capirlo nel 2007.
    Si fa presto a criticare ma poi se vuoi tenere aperto un posto dove *nascondere*, almeno questo, NASCONDERE una donna braccata da un uomo, servono almeno i soldi dell’affitto, e con la politica, questa politica che si regge su maschi e patriarcato, devi venire a patti con loro almeno fino a quando continuerà ad essere forte. E se vuoi contrattare con qualcuno devi avere almeno la forma del tuo interlocutore. Per la Dea: un minimo di senso di realtà…
    Io capisco che le dinamiche interne ai movimenti non siano facili, che la strada è affollata di maschilisti 3.0 che cercano sempre di più di infiltrarsi e colonizzare movimenti, parole, concetti etc..che riuscire a muoversi tra Grandi Sorelle Inquisitrici e deragliamenti vari sia come passare indenni tra Scilla e Cariddi, ma tutti questi discorsi sul pinkwashing, contro il “securitarismo”..ok.. si come promemoria, ma poi senza fondi i Centri chiudono. E per avere fondi non basta fare una colletta. Meditate gente…

    • fortuna che c’è un articolo su noi donne, sul quale immagino tu troverai mille punti di accordo, che usa lo stesso acronimo. sul resto ti rispondo con una critica e una analisi politica dedicata all’ascolto dei vari interventi, incluso il tuo che non condivido affatto. se dall’inizio si fosse detto che questo era il vero fine di nudm non credo proprio che parti che nulla sanno di intersezionalismo avrebbero potuto appropriarsi del termine giusto perché hanno aperto agli spezzoni queer. di certo al tavolo sui sessismi nei movimenti non si discuteva di interventi repressivi, di securitarismi o di finanziamenti a varie organizzazioni che a proprio titolo, e non a nome di nudm giacchè riconduce a qualcosa di più ampio inclusa una parte che nulla vuole avere a che fare con le istituzioni, possono di certo chiedere quel che vogliono a chi vogliono. sul tavolo sessismo nei movimenti non si è previsto di chiedere leggi repressive per fare entrare le polizie nei luoghi occupati. tanto per dire. intersezionalità significa tenere conto dei vari luoghi di oppressione e non obbligare in modo subdolo un insieme di collettivi, gruppi, femministi a pensare che sono le istituzioni con le loro elemosine che ci libereranno. i centri antiviolenza poi, e ne parlo solo perchè li tiri in ballo con rinvio a immaginare che chi non si interessa a fare da megafono alle loro richieste istituzionali sia peccatrice di eresia, forse dovrebbero rendersi conto che la sussistenza dei loro servizi non dovrebbe affatto dipendere dalle istituzioni ma si dovrebbe tornare a fare politica e movimentismo, ma quello vero e non quello in cui donne adulte e istituzionalizzate si avvalgono della presenza di ragazze giovani e precarie entusiasmandole con qualche slogan che in realtà poco c’entra con le battaglie internazionali (a settembre si parlerà di debito delle donne tutte, di reddito per tutte e non di finanziamenti ai centri antiviolenza) per poi far passare istanze vecchie come fossero supportate da milioni di persone. non si fa così. proprio no.

      ps: salto la parte in cui ricordo che ogni volta che ci sono di mezzo le elezioni i movimenti si vanno a fare friggere e di certo non era per questo che nasceva NUDM. non per supportare candidate ovunque siano.

    • un ultimo appunto: non importa se ti appropri del “non una di meno” se poi snaturi il senso che ha. per un ripasso

      https://abbattoimuri.wordpress.com/2017/06/20/ni-una-menos-argentina-la-ribellione-delle-donne-dal-basso/

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