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Storia di uno stupro mai denunciato

Lei scrive:

Cara Eretica,
ti scrivo piangendo, con la rabbia che dall’utero sale allo stomaco e alla gola, e che finalmente – dopo sette anni – trova il coraggio o la stanchezza per scorrere dalla gola fino alle dita e uscire così in forma di lettera a te e a tutte le persone che vorranno leggermi.
Ringrazio te per il blog che hai aperto, ringrazio chi me ne ha parlato, ringrazio tutte le persone che hanno condiviso le proprie storie su questo blog perché è anche grazie a tutt* voi se adesso sto scrivendo anch’io: mi avete insegnato a non giudicarmi, mi avete insegnato a guardare la realtà per quella che è e a chiamare le cose e le persone per quello che sono.

Eretica ti racconto la mia storia e ti chiedo di rimanere anonima, perché questa storia non riguarda solo me, e perché non voglio trasformarmi in vittima agli occhi delle persone che mi conoscono, né essere da loro giudicata. Ti scrivo di getto, con tutta la rabbia che ho in questo momento, perché altrimenti rischio di rimandare ancora e ho rimandato fin troppo, quindi chiedo scusa a tutt* per gli errori, le ripetizioni, i salti; non credo che riuscirò a rileggermi per correggere la forma.

La mia storia potrebbe iniziare molti anni prima di quello che ti racconterò fra poco: potrebbe iniziare con la paura che avevo di mio padre, con le sue urla nelle orecchie, la sensazione costante di non piacergli perché bambina anziché bambino. Poi potrebbe continuare con i compagni di classe che cercavano di toccare il culo alle femmine (ci chiamavano così), con un tipo che mi si è strusciato addosso in metro quando avevo tredici anni, un altro che mi ha tirato un pugno su un seno (ancora in metro) a sedici anni, o ancora un altro che – sceso dal tram – non ha avuto altro da fare che stringermi il culo tra le mani e poi scappare.
Nel mio dolore e nella mia rabbia c’è anche tutto questo, ma la storia che ti scrivo è un’altra.

È una storia che è cominciata con il mio primo amore, un ragazzo poco più grande di me che in quel periodo amava girovagare; è una storia che è cominciata mentre la mia situazione familiare si stava sfracellando: mio padre licenziato dalla fabbrica, arrivato all’ultimo anno di mobilità senza aver trovato lavoro, mia madre con dei pesi enormi da portare sopra di sé. Ero in un periodo di grande solitudine, fragiltà, cambiamento.

Era sul finire del 2009, avevo 21 anni, il mio ragazzo girovago mi propose di incontrarci in un cinema dove stava dormendo: un luogo di cui non riesco ancora a pronunciare il nome (né a scriverlo).
Ci andai, passammo dei momenti splendidi (anche se molto casti) insieme, poi lui ripartì. Per me quel cinema rimase un punto di riferimento, un luogo che mi riportava il ricordo bellissimo di noi due insieme, un luogo che mi portava fuori casa e che speravo mi avrebbe portato nuove conoscenze e nuove amicizie. A forza di frequentarlo incontrai il proprietario di quel luogo, un proprietario che nell’ambiente non è famosissimo, ma nemmeno ignoto (e questa è stata una delle ragioni del mio silenzio fino ad ora). Mi parlò dei suoi libri, dei suoi film, delle sue teorie: nel frattempo era arrivato il 2010 e io mi ero lasciata incantare da qualsiasi cosa, anche da quello che mai mi era appartenuto. Non riuscii a leggere in tempo il lampo di gelosia che attraversò il suo sguardo quando gli dissi chi era il mio primo ragazzo o quando portai un mio amico nel suo cinema. Non riuscii ad ascoltare ogni cellula del mio corpo che mi diceva: esci da qua, scappa, corri via, non tornarci più.

Un giorno mi disse che un ragazzo che lo aiutava in biglietteria (un ragazzo che avevo conosciuto anche io lì) voleva parlarmi: “vieni quando proiettiamo Pasolini” mi disse. A raccontarlo adesso mi sembra tutto tremendamente chiaro. Ci andai, non trovai il ragazzo trovai lui (che, per inciso, aveva 74 anni), mi chiese di aiutarlo a sistemare un dvd in cabina di regia. Poco dopo mi seguì.

Il seguito ve lo lascio immaginare: mi prese, mi baciò (col suo odioso sapore di mentine perennemente in bocca), mi ficcò le sue dita (sporche di quel denaro che tanto diceva di detestare, ma che contava in continuazione con la stessa avidità che usò a me) nella mia vagina ancora vergine. Quello fu il mio primo bacio, quella fu la prima volta che qualcuno entrò nella mia vagina. Mi disse che ero fresca come un bosco di pini. Mi prese una mano e la portò sul suo membro. Mi leccò il collo. Poi sentì entrare qualcuno nel cinema, si fermò e uscì.

Io ero rimasta paralizzata, sentivo solo schifo addosso e dentro di me, proprio dentro nell’animo, avrei voluto immergermi in una lavatrice e togliermi la sua bava dalla pelle, dal naso, dalla lingua. Mi chiedevo cosa fare, scappare dove, dirlo a chi. Chi ci avrebbe creduto? Chi non mi avrebbe accusata di avergli dato troppa fiducia, di non aver saputo captare in tempo i segnali che ricevevo. Puttana mi sussurava una vocina nella mia testa, sei una puttana. E intanto lui stava rientrando: “Era la tua mamma S. – mi chiamava così (non lo scrivo per intero per evitare di essere riconoscibile), un giorno mi aveva chiesto qual era il mio soprannome da bambina – rivestiti che tra un po’ arriva”. Era venuta per vedere il film in programma Il vangelo secondo Matteo, sapevo che sarebbe arrivata; quando avevo sentito la porta aprirsi avevo sperato contemporaneamente che fosse lei e che non fosse lei.

Mi rivestii di fretta, avendo come unici pensieri: sei una puttana, vergognati, spero che la puzza che ha lasciato sul mio corpo non la sentano anche gli altri. La puzza non la sentì nessuno. Io non riuscii a raccontare niente a mia madre perché non stava attraversando un bel periodo e io avevo paura di darle un colpo di grazia. Avrei parlato col mio ragazzo, ma non potevo farlo: era in un posto sperduto innaccessibile alla comunicazione. Avrei parlato con mio padre, ma in quel periodo non ci parlavamo proprio. E poi la paura dei giudizi, degli indici puntati addosso, dei “ma da uno che parla di amore libero che cosa ti aspettavi?”. E poi mi avevano insegnato che senza penetrazione non è stupro, che se non urli e non hai segni evidenti di colluttazione addosso non è stupro perché significa che sei stata consenziente.

E così ho finito per puntarmelo contro io stessa l’indice: per anni mi sono accusata di essere rimasta immobile, paralizzata dalla paura e dallo stupore; per anni mi sono accusata di essere stata consenziente a provare tutto quello schifo. Sono arrivata ad avere paura che lo raccontasse lui a mia mamma, o che lo raccontasse al mio ragazzo, sono arrivata ad avere paura che il mio ragazzo pensasse che lo avevo tradito. Così non ho detto niente, e per non destare sospetti ho continuato a fare tutto come prima: a frequentare il cinema, e di conseguenza il suo proprietario che ormai – nonostante tutte le sue parole sull’amore – mi considerava di sua proprietà: per mesi mi ha telefonato chiedendomi di raccontargli come ero vestita e cosa avrei indossato dopo, e visto che io non lo chiamavo mai mi regalava ricariche da 30 euro sul telefono “così mi puoi chiamare”; sapevo ormai che ogni volta che entravo nel suo cinema mi sarebbe toccato trovarmi la sua lingua mentolata in bocca, la sua bava sul collo, le sue dita tra le gambe. Immancabilmente mi ha invitata a casa sua. Ci andai, di nascosto, un pomeriggio.

“Sali, sono all’ultimo piano, vicino al cielo” mi disse la sua voce al citofono. Un ultimo piano in una delle zone signorili di Roma, alla faccia dell’Internazionale e della futura umanità che tanto decantava. Ero terrorizzata mentre salivo le scale, mi sentivo condannata e costretta ad andare verso quella condanna perché lui era troppo potente e mi avrebbe distrutta se mi fossi comportata altrimenti. Mi intrecciò i capelli, mi recitò un sonetto di Shakespeare che, secondo lui, parlava di noi, poi il solito copione. Per la prima volta in vita mia finsi un orgasmo: mi disse “voglio farti venire così”, pensai che prima lo facevo prima me ne sarei andata da lì, prima sarebbe finito l’incubo.

L’incubo finì grazie alle compagne e ai compagni dei collettivi della mia università: entrare nei loro collettivi mi permise di riappropriarmi delle mie idee e del mio corpo; le compagne che frequentavano anche il collettivo femminista parlavano delle donne vittime di stupro e del processo di criminalizzazione della vittima stessa, e io pensavo che non parlassero di me, perché il mio non era stupro (non c’era colluttazione, non c’era penetrazione, ero formalmente vergine) e io ero stata una stupida, un’incapace, una debole che si era fatta abbindolare. Col tempo le femministe mi hanno insegnato molto altro, e anche gli altri compagni mi hanno insegnato molto altro. Nessun* di loro conosceva la mia storia.

Solo dopo molti anni pochissime persone l’hanno conosciuta, e nessuna di loro la conosce per intero. In questi anni il mio corpo ha continuato a soffrire, a portare dolorose memorie di quanto avevo vissuto.
La mia storia prosegue e sembra non avere fine perché quello che ormai mi permetto di considerare artefice del mio stupro è piuttosto noto in alcuni ambienti, e purtroppo in questi anni ciclicamente ho incontrato persone che me ne parlano ammirate, che condividono su facebook estratti delle sue interviste o dei suoi film, che citano i suoi libri.

Io per anni sono stata zitta perché ho pensato: “Che cosa vuoi dire? Chi ti crederà?”. Non ho denunciato, non ho parlato: avevo la certezza che non sarei stata creduta, ma anche la consapevolezza che non mi piacciono le gogne (penso che non ne guadagnerei niente dal vederlo punito o segnato a dito) e il timore di essere strumentalizzata da chi approfitta della vittima di turno per metterle in testa le proprie bandiere e le proprie filosofie di vita. Ho imparato, però, che il silenzio e il nascondersi non sono una soluzione: a parte che il mio ragazzo dell’epoca mi lasciò poco dopo per tutt’altri motivi, per anni ho continuato ad ascoltare con immenso dolore le odi che in molt* decantano di quello che per me è stato un carnefice. Tra questi ammiratori ci sono state anche le collaboratrici di un centro antiviolenza che proiettarono un suo film: avrei voluto lavorarci in quel centro, quando ho letto che avevano quel film in programma ho cancellato tutti i loro numeri di telefono, col senso di colpa di sentirmi una vigliacca perché avrei fatto bene a parlarne con loro invece.

Solo da pochi anni sto imparando a dire, su questo, quello che penso, ma non racconto a nessuno perché. Tra le cose che ho potuto scoprire, in quei mesi di intimità terribile schifosa e forzata, ci sono state la sua falsità e la sua ipocrisia, e non solo per quello che è successo a me.

Oggi ho trovato la forza di scrivere, perché sono stata invasa di nuovo dalla rabbia di trovare una sua intervista su facebook e leggere commenti entusiasti, scritti da persone che stimo e verso cui provavo un affetto che da adesso so che non riuscirò più a provare. Alcun* dicono che lo stupro è un atto di guerra, ecco la sua è stata anche una guerra ai miei affetti: ci sono persone e ricordi che loro malgrado sono macchiati in modo indelebile da quello schifo.
Mi chiedo se quello che è successo a me è successo anche ad altr* lì. Non è stato un caso di violenza nei movimenti, perché non appartiene a nessun movimento (e nemmeno ne propone), però sicuramente pensavo di essere in un posto protetto.

Non ho la forza di scrivere il suo nome; chiudo con un’ultima cosa, una cosa preziosa che mi hanno insegnato le femministe: sul corpo delle donne decidono le donne; penso che il mio primo errore entrata in quel cinema è stato permettere ad un uomo di dirmi e insegnarmi come dovrebbe essere una donna libera. Oggi penso che com’è una donna e com’è una donna libera possa deciderlo solo ogni donna per se stessa: nessuno si può permettere di mettere etichette alla nostra libertà.
Grazie per avermi letta.

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Comments

  1. Hai fatto bene a scriverne, sfogarti… Se leggi, ti sono vicina col pensiero. Hai fatto anche bene a mio modesto parere a non rivelarne il nome per tutti i motivi che hai detto. Mi chiedo però se sia giusto (nei tuoi confronti) impedirti quegli affetti che lo ammirano senza sapere di lui quello che sai tu. Se non vuoi riammetterli tutti nel gruppo mentale delle persone che stimi, e non vuoi parlare con loro di quello che è successo, non vale la pena provare a indovinare chi di loro ti capirebbe e perdonare a queste persone il loro inconsapevole sbaglio (senza necessariamente dir loro nulla di tutto cio)? Mi permetto questo consiglio (che sei liberissima di non seguire) perché mi sembra un’ulteriore punizione a te stessa (punizione che ovviamente non meriti perché non hai colpe!). Un’idea potrebbe anche essere parlarne proprio con quel centro antiviolenza… O scrivere loro una mail anonima? Ma solo se un eventuale non crederti successivo non ti distruggerebbe.

    In ogni caso pensieri a te! Non dico abbracci perché mica lo so se li vuoi gli abbracci di una sconosciuta! 🙂

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