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Complessi e desideri di un uomo gay

Lui scrive:

Ciao Eretica, ho pensato a lungo se scriverti o meno, ma alla fine non ce l’ho fatta, avevo bisogno di parlare con qualcuno. Sto male. E la cosa più difficile è che non so proprio da dove cominciare senza rischiare di diventare confusionario o poco chiaro. Però sto male, e devo pur cominciare da qualcosa. Leggo ogni giorno le testimonianze di tutte le persone che ti scrivono raccontandoti di quanto gli stereotipi e i pregiudizi abbiano pesantemente inciso sulle loro vite e quanto si sentano sole e afflitte per questo. Io mi sento uno di loro. Ho quasi 30 anni, ma il rapporto col mio corpo e la mia omosessualità va sempre peggio, contrariamente a quello che mi aspettavo quando mi sono accettato verso i 20. Non so effettivamente se la mia omosessualità sia “nata” con me o se sia la conseguenza del pessimo rapporto che ho avuto col mio corpo sin dall’infanzia, e so che probabilmente molti inorridiranno di fronte a quest’ultima affermazione, ma ad oggi non so più che pensare.

Cercherò di fare più chiarezza. Sin da piccolo mi sono sempre sentito diverso dagli altri maschietti. Non rivedevo me stesso né in mio padre (che non ho mai stimato) né nei miei coetanei. Non mi piacevano le cose che di solito piacevano a loro, né tanto meno con loro avevo qualcosa in comune. Mi piacevano le cose che generalmente piacevano alle ragazze, e nei giochi di ruolo mi piaceva impersonare ruoli femminili. Ad oggi posso dirti che non nutro affatto il desiderio di essere una donna, ma non so dirti se all’epoca questo desiderio ci fosse o se quei ruoli fossero l’unica, disperata alternativa ai restanti altri nei quali non mi rispecchiavo. Ricordo che sin dalla tenera infanzia odiavo ed invidiavo la disinvoltura e la sfacciataggine dei miei coetanei, il fatto che riuscissero liberamente a spogliarsi gli uni di fronte agli altri in maniera così libera. Ricordo che a 8 anni mi vergognai tremendamente di indossare un costume della recita scolastica annuale che prevedeva un gilè e un pantalone, null’altro: l’idea che si potesse intravedere il petto, i capezzoli, mi metteva terribilmente a disagio, e all’epoca ero solo un bambino che non aveva neanche fatto lo sviluppo, quindi non avevo nulla di così evidente da nascondere, tipo peli ascellari e via dicendo, eppure inconsciamente io mi stavo sessualizzando; il mio senso di inadeguatezza, di inferiorità fisica (ero e sono ancora basso e magro) mi ha portato a vergognarmi del mio corpo non abbastanza virile (virile a 8 anni?!) e a vivere male quell’esperienza. Oppure semplicemente non mi sentivo all’altezza di fare ciò che gli altri facevano con così tanta naturalezza.

Una cosa simile è capitata proprio durante l’adolescenza. Ho odiato lo sviluppo. Per anni mi sono privato di indossare canotte e pantaloncini in estate perché non volevo che si vedessero i miei peli. Mi obbligavano ad ammettere di fronte a tutti che il mio corpo stava cambiando e che volente o nolente stavo diventando un uomo, ma io non mi ci sentivo perché la mia statura e le mie linee delicate (quasi femminili) cozzavano con questa verità. Invidiavo ed ammiravo sempre di più i miei amici delle medie che, al contrario mio, esibivano senza problemi il loro corpo che mutava, raccontavano delle loro prime esperienze (poco importa se fossero balle o meno), sembravano così sicuri, dei piccoli adulti, mentre io ero il classico brutto anatroccolo che faceva fatica a stargli dietro. Inutile dirti che riuscivo a legare solo con le ragazze, e questo i maschietti lo notavano, e come puoi ben immaginare, le prese in giro e le offese erano sempre dietro l’angolo.

Gli anni al liceo sono stati molto tormentati. In quegli anni, per certi versi, ho cominciato a piacermi, a curarmi di più, e il mio lato narcisista (che credo abbia sempre convissuto con il mio senso di inadeguatezza) ha cominciato ad emergere, a farsi strada, ma alla base rimanevo un insicuro, una persona che cercava dei modelli estetici maschili da imitare. Tutti i ragazzi sembravano sempre più carini di me, più popolari di me, più attraenti di me, più svegli di me, più ‘uomini’ di me. Nel frattempo, fra le mura di casa mia, la mia omosessualità emergeva prepotentemente, in maniera più assillante degli anni precedenti. Un elemento che accomuna il periodo delle medie e del liceo è stato proprio il materiale masturbatorio a cui attingevo: nelle mie fantasie non c’ero mai io, non ero all’altezza di essere il protagonista maschile di quei siparietti, per cui al mio posto immaginavo il ragazzo di turno che attraeva la mia attenzione nell’atto di far sesso con una ragazza random.

Perché pensavo a quei ragazzi? Perché mi piacevano e non volevo ammetterlo (ecco perché inserivo ‘con la forza’ una ragazza in quei pensieri)? Perché di loro invidiavo la virilità che in me non riuscivo ad intravedere? Tutte e due le cose? Non lo so. Queste fantasie sono andate avanti per anni, e quelle che mi eccitavano di più vedevano come protagonisti sempre uomini enormi, grossi, muscolosi, di quelli che vedi nelle lotte di wrestling. Erano l’apoteosi della mascolinità. Il punto è che non riuscivo ad ammettere di essere gay. Mi dicevo che la mia era solo ammirazione (il che non era del tutto falso), che l’importante era aver comunque immaginato una donna in quei pensieri, ma non è servito granché. Sono stati anni pieni di tormenti, sensi di colpa. Non potevo essere gay, nonostante gli indizi ci fossero. Cavoli, mi ripetevo che a me le ragazze interessavano, ne ho conosciuta anche qualcuna, eppure avevo costantemente bisogno di vedere QUEI video con QUEGLI uomini in particolare.

Dopo i 20, una volta accettato il mio orientamento, ingenuamente pensavo che i miei problemi fossero finiti lì. Non è stato così. Ad oggi sto con la stessa persona da molti anni e nutro un forte sentimento per questo ragazzo, un’enorme stima e complicità reciproche. L’amore, però, non è bastato a placare le mie angosce. Come poteva essere altrimenti? Se non si possiede amor proprio, c’è ben poco da fare. Poco dopo essermi accettato e poco prima di conoscerlo e mettermici insieme, la mia mente ha fatto una banale operazione tutta quanta all’insegna dei più stupidi stereotipi: sono magro, basso, non mascolino, e gay. Non posso che ricoprire il ruolo del passivo nella coppia, d’altronde anche nei porno è così (robaccia che tutt’oggi ha molto influenzato il mio immaginario sessuale fino a crearmi veri e propri problemi durante l’atto).

Non consapevole all’epoca di tutto quello che oggi so, mi sembrava di sentirmi finalmente libero per la prima volta: se come eterosessuale sono un fallimento, come omosessuale sono perfetto. Ricordo che fu un breve periodo di liberazione personale: enfatizzavo ogni mio gesto o parola, perché tanto adesso un’identità ce l’avevo, non sarei stato rifiutato sentimentalmente e sessualmente, non avrei dovuto fare tutte quelle cose così difficili che gli uomini etero dovevano architettare per conquistare una ragazza. Ero gay, un gay passivo, potevo deresponsabilizzarmi, potevo aspettarmi IO di ricevere da un gay attivo quello che le ragazze si aspettano di ricevere da un ragazzo. Perché alla fine un gay passivo è una specie di ragazza col c***o, no? Era un ragionamento folle, lo so, ma pensavo di stare bene così. Quando mi misi col mio attuale compagno, anche a letto mi ritagliavo ruoli prettamente passivi e non volevo provare altro.

Nel tempo, la cosa ha cominciato a farmi star male. Sempre più schiavo di questi stereotipi che bipartiscono il mondo omosessuale, ho cominciato a provare invidia verso il mio compagno. Ho cominciato a sentirmi un oggetto sessuale il cui unico scopo era quello di soddisfare le esigenze del compagno attivo, il VERO uomo della coppia. Naturalmente tutti questi ragionamenti erano frutto del mio antico disagio, mai affrontato seriamente, verso il mio corpo, la mia immagine nello specchio che non era e non è mai stata abbastanza. Il mio compagno è sempre stato una persona affettuosa e presente, libera dagli stereotipi nei quali io mi stavo rinchiudendo. Ne ho parlato tanto con lui, e man mano, col suo aiuto e la sua pazienza, sono riuscito ad avvicinarmi sempre di più alla mia mascolinità negata, a decostruire quei ruoli che avevo utilizzato agli inizi per etichettarci. Con lui ho cominciato a non vergognarmi di chiedere e fare certe cose.

Mi ha aiutato a non sentirmi ridicolo, fuori luogo, inadeguato, e di conseguenza anche il sesso ne ha beneficiato; non che prima le cose andassero male, ma nel nostro rapporto di coppia è finalmente entrata una ventata di libertà. Ciononostante, i problemi non sono finiti. Da qualche anno ho deciso di fare una cosa che in passato mi ero sempre rifiutato di fare: scoprire le braccia. Tutto è partito quando ho voluto indossare dopo anni e anni una canotta, lo stesso indumento che a 12 anni mi faceva diventare paonazzo dalla vergogna. Sì, le braccia, che assieme al petto sono sempre state per me le parti più sessualizzate di un uomo. Quando l’ho fatto, un senso di libertà misto a vergogna mi ha assalito per strada. E dopo quella volta l’ho rifatto, più e più volte.

Volevo mostrare il mio corpo, quella mascolinità che avevo sempre negato e nascosto. Contemporaneamente mi misi in testa di iscrivermi in palestra. Detestavo quel me di qualche anno prima che aveva rinnegato la sua mascolinità comportandosi come una “checca”. Volevo inspessire il mio corpo nonostante l’altezza esigua, volevo essere bello, desiderabile e invidiabile, volevo anche io essere visto per strada come quelli che di solito fissavo io, volevo recuperare tutti gli anni passati a coprirmi, quegli anni passati a depilarmi per nascondere i peli e a radermi accuratamente per occultare la barba, quegli anni passati a rinunciare al mare con gli amici “perché mi avrebbero visto nudo”. Insomma, l’intento forse non era malvagio, ma dallo stereotipo del passivo, mi ero ostinato a diventare il suo opposto. La palestra comincia, per la prima volta mi spoglio davanti agli altri nei camerini, ‘recupero’ quel becero cameratismo tutto al maschile a cui avevo rinunciato in adolescenza, comincio a scoprire braccia, petto e gambe, finalmente mi vedo ‘più uomo’ allo specchio, eppure… sto meglio solo in parte.

Quel senso di disagio che da sempre mi ha accompagnato non ha voluto saperne di lasciarmi, e tuttora non mi lascia. L’idea che qualcuno mi fissi, che possa leggermi in faccia che sembro o sono gay, che ho un sedere troppo femminile, delle linee ancora troppo gentili, che sembro ridicolo con quel corpo tozzo, con quei vestiti, hanno ancora un’enorme eco sulla mia autostima, al punto che talvolta faccio passi indietro, e torno il ragazzo castigato di una vita fa. Nonostante io sia più consapevole che mai dei modelli stereotipati che hanno pesantemente modificato la mia visione delle cose, non posso fare a meno di odiarmi quando mi guardo allo specchio, odiarmi per essere cambiato sì in meglio, ma non abbastanza da sembrare un ‘vero uomo’, odiarmi per il fatto di fissare ossessivamente i corpi maschili per strada paragonandoli al mio, odiarmi quando decido di scoprirmi perché poi passo tutto il tempo a guardarmi in giro per vedere negli altri sguardi sbeffeggianti, odiarmi quando decido di coprirmi rinunciando alla mia libertà di espressione, odiarmi perché in tutta questa faccenda non c’è un briciolo di spontaneità, tutto viene svolto in funzione dello sguardo altrui.

Io sono un oggetto, un corpo alla mercé del mio stesso sguardo e di quello degli altri. Non sono servite tutte le conoscenze acquisite in questi anni per uscire dalla mia gabbia di stereotipi, che anzi, sembra essersi rimpicciolita, togliendomi il fiato. Dunque sto male. Sto male, ma non so arrivare al nocciolo della questione. Odio il mio corpo perché lascia tradire la mia omosessualità? Oppure odio la mia omosessualità che peggiora l’opinione che ho del mio corpo? E’ stata l’opinione che ho sempre avuto del mio corpo a ‘deviare’ la mia sessualità? Razionalmente riconosco la mole di str****te che sto sparando a raffica, ma non riesco a separare la mia parte razionale dai condizionamenti esterni.

Il mio compagno è un santo, il mio più grande alleato, ma ripeto, se non comincio da me, se non comincio ad amarmi e ad accettarmi, nulla cambierà. Non so se tutto questo casino dipenda anche dal fatto che non ho mai avuto amici gay con cui confrontarmi. Forte dei miei pregiudizi, non si è mai creata l’occasione di far parte di una cerchia di conoscenti gay, e non sono mai stato invogliato dal farlo in quanto, anche in quel caso, mi sono sempre reputato diverso. C’è chi potrà reputarmi presuntuoso, ma è quello che ho sempre sentito. Attraverso poche esperienze personali e i racconti degli altri ho visto e sentito parlare di persone ambigue, persone per le quali il mondo si riassume tutto in “sei attivo o passivo?”, persone che sembrano più maschere che individui.

Ero e sono prevenuto, lo ammetto, e linciatemi per questo, ma in linea di massima ho timore di confrontarmi ‘con quelli come me’. Ma ad ogni modo, non so se il confronto con questi ipotetici ‘altri’ mi avrebbe potuto davvero aiutare ad uscire da questa gabbia di ruoli predefiniti o se li avrebbe, al contrario, solo rafforzati. So solo che sono stanco, stanco di guardarmi nello specchio da ogni angolazione possibile, di scrutare ogni dettaglio in me e negli altri per capire come bisognerebbe essere e cosa bisognerebbe perfezionare. E’ un tormento, un’ossessione, un’investigazione continua. Non so come liberarmi di tutto questo.

Mi scuso per la lunghezza e per la noia che avrò arrecato a tanti, ma avevo bisogno di mettere per iscritto tutto ciò, perché se lo scrivi, il problema sembra più vero, e se sembra più vero è come se stessi riconoscendo un po’ di più che c’è e che va risolto. Vorrei rimanere anonimo. Grazie a tutti quelli che avranno perso dieci minuti del loro tempo a leggere il mio racconto e grazie alle admin della pagina di Abbatto i Muri.

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Comments

  1. Grazie a te, non sei stato noioso affatto… E purtroppo le tue paure confermano il senso di assurdità che ho provato pochi giorni fa entrando piu o meno per la prima volta in una “serata gay”. A partire dalla mailing list all’ingresso divisa in UOMINI e DONNE (wtf?) e dal commento del tipo quando ho scritto il mio numero a metà tra le due colonne (“Ehi, ahahah, mi piaci!” e io rispondo “Anche tu”, e lui “Sì ma sei una ragazza e io sono gay, quindi puoi stare tranquilla”) fino agli atteggiamenti in pista o alle modalità di dialogo tra le personi presenti… Mi è sembrato tutto infinitamente *costruito*…

    Ecco, decostruzione è quello che serve e forse puoi cercare nella tua città un gruppo lgbtecc che ci lavori su! Parole chiave queer, non binarieta… Io ho avuto la conferma di trovarmi meglio in quegli ambienti, e che dietro la mia scelta di non andare mai a “serate gay” ci fossero dei buoni motivi…

  2. Mi fa piacere che qualcuno abbia “detto ad alta voce” che è possibile sentirsi confusi e irrisolti anche a trent’anni, perché è vero.
    Comunità ed etichette non regalano un’identità autentica, non basta dirsi “sono questo” o “sono quello” e cercare di infilarsi a forza in un modello/in una nicchia solo perché è quello più simile a noi trovato finora.
    Mi chiedevo in tutto questo che rapporto avessi con la tua famiglia di origine,con tua madre o eventuali fratelli/sorelle..come è stata vissuta in famiglia la tua omosessualità, che ruolo avessi nei loro confronti. Questo per il formarsi del’identità è fondamentale, è bene pensarci a fondo..
    E poi mi chiedevo se avessi mai valutato un percorso di psicoterapia. Io ci sto pensando ora, forse aiuterebbe a risolvere problemi che mi trascino dietro da una vita.
    Ciao

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