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Sulle biografie di figure femminili: concubina o imperatrice?

di Beatrice Toniolo

Ho studiato tanto per diventare traduttrice – oggi è il mio lavoro, nonostante io venga tragicamente sottopagata perché Google Translate ha dato la possibilità agli ignoranti di ottenere “traduzioni” a costo zero – ma sto divagando. Per migliorare in fretta, quando ancora studiavo, ho preso a leggere i libri direttamente in lingua originale e questi di solito erano biografie di figure femminili storiche; questo è rimasto un “vizio”, sia perché la voce originale dell’autore o autrice è sempre più viva di quella (inevitabilmente) filtrata dal traduttore, sia perché potendo leggere in tre lingue, non mi devo più porre il problema circa la disponibilità di un libro che mi interessa, se è straniero, lo compro subito online e fine. E poi fa sempre figo tirare fuori dalla borsa un libro in ostrogoto. Ci sono alcune autrici semplicemente divine, la cui bravura mi ha fatta innamorare della donna protagonista della biografia che avevo in mano e quando una cosa mi piace, mi viene naturale proporla alle persone che ho intorno. Devi leggere la biografia di X, Y e Z, non hai idea! Eppure nessuna delle mie amiche non anglofone ha mai seguito il mio consiglio. Solo di recente ho capito come mai.

I titoli originali (in inglese o americano) delle biografie di figure storiche femminili tendono a proporre molto semplicemente il nome della protagonista, poi le conclusioni le trarrà il lettore. Altre volte, sotto al nome, si trova un sottotitolo vagamente filosofico-riassuntivo, una panoramica in due righe se non meno, di ciò che è stato il percorso di vita della protagonista. Per farsi una vaga idea, invogliare. In italiano, questi sottotitoli sono stravolti o aggiunti di sana pianta e comunicano dei messaggi fondamentalmente sessisti. Me ne sono accorta per caso a partire dalla biografia dell’ultima imperatrice cinese Cixi, scritta dalla fantastica Jung Chang – stavo cercando il libro online in italiano per fare un regalo e qualcosa proprio non tornava. Quando ho capito quale fosse il problema, sono andata a ritroso e ho confrontato tutte le biografie lette in inglese con le versioni italiane e ho riconosciuto che a trovarmi sullo scaffale certi titoli, in effetti non li avrei mai comprati. Non è una questione riassumibile in un solo articolo, quindi col permesso di Eretica, questa diventerà una specie di rubrica.

Inizierò proprio dal libro che ha dato il via al tutto: “Empress Dowager Cixi: The Concubine Who Launched Modern China” di Jung Chang.
Da noi, Jung Chang è più famosa per l’autobiografia-storia della Cina comunista “Cigni Selvatici”, questo per dare qualche riferimento in più. Jung Chang nasce in Cina negli anni ‘50 e la lascia alla fine degli anni ‘70 per studiare inglese in Inghilterra, dove poi resta a vivere, diventa scrittrice e si sposa. Una delle sue ultime fatiche è appunto la biografia dell’ultima imperatrice cinese, Cixi (pronunciato Tsu-Shi)ed è un’opera che potrebbe fare da prequel a Cigni Selvatici, scritta direttamente in inglese e pubblicata nel 2013.
In Italia lo trovate col titolo “L’imperatrice Cixi. La concubina che accompagnò la Cina nella modernità” edito da Longanesi.
Cosa non torna?
Il verbo “to launch” in inglese è decisamente forte e ha una sua traduzione abbastanza equivalente in italiano: lanciare. Quante volte sentiamo che la ditta X ha “lanciato l’ultimo telefono sul mercato”? Oppure “lasciare una sfida” o un progetto. Lanciare è un verbo molto attivo, energico. Jung Chang non può aver scelto (o suggerito) quel verbo a caso. Cixi non se ne è stata quieta quieta, buona al suo posto di concubina, ma ecco che la chiave della versione italiana è proprio questa parola: concubina. Anche a guardare su Wikipedia, non si indovina grande differenza tra una concubina, una prostituta ed una cortigiana settecentesca. Nello stivale, la concubina è l’altra donna, quella in genere più comoda e responsabile della gratificazione sessuale di un uomo potente – altrimenti costretto nella gabbietta di un matrimonio prestigioso con una senza arte né parte che deve solo dargli più figghi masculi possibili. In Cina, e Chang ce lo spiega bene nella sua opera, la concubina di un imperatore era una moglie a tutti gli effetti.

Dal 1600 la Cina è stata governata dalla dinastia Ching di stirpe Machu (o Manciù), una minoranza rispetto agli Han. L’imperatore cinese Ching (o Qing) aveva un harem con un numero spropositato di mogli, divise per rango in base a nascita, talento, bellezza etc, scelte tra le famiglie Machu, le Han erano escluse. L’imperatrice era una principessa Manchu scelta in base a convenienti legami politici, ma il suo ruolo era fondamentalmente quello di maitresse, responsabile dell’harem; detronizzare un’imperatrice certo non si poteva fare, ma i figli maschi di costei non avevano necessariamente precedenza sui figli maschi delle concubine (al contrario dei cosiddetti “bastardi” occidentali). Morta un’imperatrice, la concubina di rango immediatamente inferiore prendeva il suo posto – per questo il simbolo dell’imperatrice era la fenice: perché morta una, se ne faceva letteralmente un’altra. Di solito, la concubina preferita si era fatta una notevole scalata sociale degli innumerevoli ranghi che dividevano l’harem: aveva stregato l’imperatore con la sua bellezza, col talento musicale, gli aveva dato un figlio maschio dopo l’altro. Moltissime concubine di rango inferiore finivano per trascorrere l’intera esistenza nel quartiere della Città Proibita a loro dedicato, senza nemmeno mai incontrare il proprio marito (cioè l’imperatore), circondate solo da serve (spesso concubine di grado ancora inferiore) ed eunuchi. Le ragazze di stirpe Machu non avevano scelta quando ricevevano la chiamata alla selezione nella città imperiale: se non venivano selezionate come mogli imperiali, potevano tornare a casa e sposarsi in relativa libertà. A Cixi successe questo: fu chiamata e non poteva non andare. Ebbe la fortuna di diventare amica dell’imperatrice in carica e di generare un figlio maschio. Già questo le garantiva una vita di estremo agio e ricchezza, seppur prigioniera della Città Proibita, in caso di morte del marito. Una vita in una gabbia dorata non faceva per lei e, alla morte dell’imperatore Xianfeng, Cixi e l’imperatrice Ci’an misero in atto un colpo di stato per cui divennero reggenti, fino alla maturità del figlio di Cixi, l’unico erede maschio Tongzhi.

Passata alla storia come “Imperatrice” in realtà Cixi non ha mai assunto il potere sfacciatamente, ma ha seguito un attentissimo percorso tra innovazione, trasgressione di regole millenarie e rispetto di queste: ha alternato periodi in cui ha regnato fungendo da reggente prima per suo figlio, poi per suo nipote, a periodi di relativo languore politico, in cui scelse di farsi da parte perché semplicemente gli eredi erano ormai adulti. I quarantasette anni di regno di questa donna sono stati un attento walzer tra innovazione e tradizione. Circondata da uomini di cui non aveva stima e le cui ideologie avrebbero portato la Cina al tracollo, Cixi aveva capito che era tempo di fare i conti col mondo occidentale, coi treni, con l’elettricità, col telefono. Con la modernità. Le ferrovie tanto volute, furono una lotta senza quartiere che la rese fortemente impopolare, poiché i binari dovevano per forza passare anche su terreni in cui erano seppelliti gli antenati dei suoi sudditi in campagna. Inviò spesso funzionari in Occidente, così come ospitò politici, ambasciatori e artisti stranieri. A modo suo, è stata una femminista: parlando con donne occidentali, dichiarò assurdo l’uso del corsetto con le stecche di balena e agli inizi del 1900 ordinò che non venissero più rotti i piedi delle bambine Han – i famosi “lotus feet” cinesi erano in realtà un’usanza Han, estranea quindi a Cixi. Quando oggi guardiamo un documentario sulle ultime donne coi piedini ripiegati su se stessi, rotti e deformati e ci chiediamo “ma perché ca*biiiiip*”, sappiate che se lo chiese pure Cixi e approfittò della sua posizione per porre fine ad una tradizione atroce. La voglia di portare la Cina ad un livello internazionale non sempre è stata accompagnata dalle politiche giuste ed ecco che Cixi scatena una guerra civile (oltre che sulle coste) tra cinesi e stranieri residenti in Cina per via del commercio – è costretta a scappare per salvarsi e vive qualche anno praticamente in esilio, per poi rientrare trionfalmente a Pechino. Spesso si è macchiata di crimini orribili: fece affogare la concubina preferita dal nipote imperatore perché d’impiccio, così come fece lentamente avvelenare l’imperatore stesso, per evitare che alla sua morte, costui ne approfittasse e riportasse la Cina indietro di 300 anni.

Questa piccola, affascinante donna, aveva un animo di ferro ed una determinazione senza pari. In una società estremamente patriarcale come quella cinese del 1800, riuscì comunque a portare dalla sua parte tanti uomini, funzionari, militari e politici, che condividevano la sua visione e videro oltre il sesso della persona che li guidava. Alla fine, Cixi è passata alla storia come una figura negativa, la troverete spesso annoverata tra le persone più malvagie della storia, a fianco di figure tipo Hitler – eppure non c’è paragone tra i crimini di cui si è macchiata e la follia genocida del Fuhrer. Non è certamente stata l’unica donna potente, ma come spesso succede, non è una cosa che venga digerita bene da chi viene immediatamente dopo (o durante), quindi la storia l’ha relegata tra i cattivi – e forse, rispetto a Caterina la Grande di Russia, accusata da menti fantasiose di accoppiarsi coi cavalli, le è andata pure bene.

Questo per fare un riassunto il più conciso possibile, ma capite come il verbo “lanciare” sia perfettamente calzante.
Il titolo in italiano rimuove anche il titolo “dowager” cioè vedova – di chi? Dell’imperatore. A riprova del fatto che il concubinaggio cinese non aveva niente a che fare con l’amante rivale della moglie occidentale. Cixi era sposata con l’imperatore: semplicemente, era una delle tante mogli. A questo dettaglio, si aggiunge la parola “accompagnato”. Ora, cosa vi viene in mente quando vedete il verbo accompagnare? A me ricorda mia nonna calabrese che prende sotto braccio l’ospite e l’accompagna al portone – tante care a cose a casa, salutatemi a Pinuzzo e speriamo il Signore ci faccia rivedere presto! Altri esempi dell’uso quotidiano del verbo sono: mi accompagni a comprare una cosa? Se stai male, ti accompagno all’ospedale. Tizio l’ho accompagnato io perché ha la macchina dal meccanico. Il pesce si accompagna col vino bianco.
Per dirla in modo sciocco, accompagnare è un’azione garbata. Io vengo con te, magari ti aiuto.
C’è una bella differenza tra “unirsi a qualcuno/qualcosa” di accompagnare e “proporre con forza o impeto” di lanciare. Ma in Italia una concubina è una figura ancora più passiva di una piccante cortigiana o una prostituta. La cortigiana o l’amante va e viene quando la cosa sollazza entrambi, la prostituta la paghi e poi te la scordi, la concubina la possiedi come un oggetto e come tale esiste nell’immaginario collettivo: una donna carina che langue in attesa del proprietario.
Cixi non ha languito e il contenuto della biografia contraddice violentemente il titolo italiano così passivo. La Cina non stava andando da nessuna parte da sola, anzi lasciata a se stessa (cioè al suo sistema millenario) probabilmente sarebbe stata fatta a pezzi dalle altre potenze internazionali; Cixi non ha preso per mano il suo paese, indirizzandolo come un gradito ospite o un bambino al primo giorno di scuola, indicandogli la via. Il regno dell’ultima imperatrice de facto è stato un’epoca di grandi sconvolgimenti, tasse, guerre: non sono stati anni di pace e prosperità, nemmeno i morti sono rimasti al sicuro, per questo Cixi non ha lasciato un buon ricordo.

A trovarsi il volume sugli scaffali delle librerie italiane, con quel titolo un po’ così e la foto di una vecchietta in abito giallo, viene in mente la figura di una donnina cinese vissuta all’ombra di qualcuno, una schiava di un uomo più o meno importante e che, per essere immortalata vecchia nella foto usata come copertina, deve essergli sopravvissuta. Un romanzetto semi-piccante sulla sua vita come serva del piacere, addetta a sollazzarlo tra una chiacchierata politica e l’altra; francamente, a me non incuriosisce. Non credo ci sia la volontà, da parte di chi ha scelto il titolo italiano, di rendere poco appetibile il prodotto: sarebbe un suicidio editoriale. Più semplicemente, ritengo il titolo (mal) tradotto sia il risultato di una serie di stereotipi culturali e sessisti semplificati in combinazione. Era più facile metterla giù con la concubina che concubineggia. Il che significa che se il libro magari trova i suoi acquirenti nei fan italiani di Jung Chang e di qualche appassionat* di cultura orientale, molto difficilmente risulterà appetibile per una ragazza in cerca di una lettura che la ispiri, la motivi, le offra una prospettiva stimolante. E questo è un peccato, perché di biografie di uomini che, nel bene o nel male, hanno fatto la storia, siamo letteralmente invasi e anche quando si parla di Storia a scuola, la stragrande maggioranza dei protagonisti sono maschili. Senza contare che quando dobbiamo pensare ad una lista di scrittori di un determinato genere, è più facile ci vengano in mente nomi maschili, di nuovo. Se ci ricordiamo di un’autrice donna è perché un suo libro specifico ha fatto scalpore, magari è stato trasformato in un film. “Ah sì, quella che ha scritto quel libro dove succede questo” contro “Tizio è uno storico che ha scritto molti libri”. La concubina accompagnatrice fa ricadere la sua autrice esattamente nella prima frase.
Vi lascio con quella che avrebbe potuto essere una traduzione fedele:
L’imperatrice vedova Cixi: la concubina che ha lanciato la Cina nell’era moderna.
Con quella che troverete in libreria:
L’imperatrice Cixi: la concubina che ha accompagnato la Cina nella modernità.
A voi le conclusioni.

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Comments

  1. Molto interessante… Forse anche “colei che ha lanciato” e tanti cari saluti alla “concubina”, perché – come spieghi molto bene – una traduzione così è più infedele che fedele…

  2. Forse devio un po’ dal discorso principale, ma per me che ho studiato la storia della Cina all’università la cosa che più salta all’occhio è che questo libro sembra considerare Cixi la “lanciatrice” della modernità in Cina quando in realtà fu una delle principali responsabili della mancata modernizzazione politica dell’Impero e, in ultima analisi, della caduta dell’Impero stesso.
    Infatti se da un lato Cixi insistette molto per l’adozione di alcune nuove tecnologie, dall’altro si oppose fermamente alla trasformazione da monarchia assoluta a monarchia costituzionale, alla riforma del sistema educativo, a quella dell’esercito ecc… in breve a tutto ciò che avrebbe reso la Cina un paese veramente moderno. Pur di fermare questo processo mise in atto un vero e proprio colpo di stato, ordinando all’esercito di invadere la Città Proibita e mettere agli arresti l’imperatore. Dopodiché prese il potere autoproclamandosi reggente.
    Poi c’è la questione del suo voltafaccia in merito alla Rivolta dei Boxer (la guerra civile di cui parla anche questo articolo), che terminò con una strage di cinesi a opera delle truppe occidentali e che ha avuto un impatto enorme sulla psiche del popolo cinese, ma questa è una storia ancora più lunga e complicata.

    In breve, alla pessima reputazione di Cixi ha certamente contribuito molto il fatto che fosse una donna, ma resta il fatto che dal punto di vista politico fu una leader autoritaria e reazionaria, in un momento in cui la Cina aveva bisogno di modernizzarsi per stare al passo con le potenze occidentali e la crescente potenza nipponica. Paradossalmente il maggiore contributo di Cixi alla modernizzazione della Cina credo sia stato quello di aver convinto i cinesi della incompatibilità tra l’Impero e la modernità/democrazia, e quindi della necessità di sbarazzarsi della monarchia in modo radicale, attraverso una rivoluzione che è costata la vita a moltissimi cinesi.

    Ciò che voglio dire è che se da un lato la storiografia tradizionale ha sminuito e demonizzato le donne di potere, dall’altro non dovremmo commettere l’errore opposto, esaltando figure autoritarie che nel migliore dei casi potremmo definire “controverse”, o addirittura trasformando una reazionaria come Cixi in una figura “modernizzatrice”.

    Detto questo credo che proverò comunque a leggere il libro, e intanto consiglio a tutti “Cigni selvatici”, che attraverso le vite di tre donne (l’autrice, sua madre e sua nonna) non solo offre una panoramica di quasi un secolo di storia cinese, ma anche sul ruolo della donna nei rispettivi periodi.

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