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Storia di L.: i poveri e l’inutile battaglia sui peli

Ho osservato la mia gamba pelosa per un quarto d’ora. Non so cosa mi sia preso. Per un attimo ho pensato che un pelo di meno potesse fare la differenza. Come se avere i peli o no significasse ottenere un punto in più o in meno nella lista dei disoccupati meritevoli di reddito. Quando leggo di alcuni ragionamenti che investono le donne di doveri per soddisfare la percezione apparente delle altre persone vorrei dire che evidentemente non hanno i problemi che ho io.

Alcune volte forse li hanno ma investono energia giudicando l’aspetto altrui. Lo fanno tutti: i poveri che stanno per strada, le precarie che sono chiuse in casa, depresse, a rovistare tra i post altrui su facebook. E’ un esercizio di distrazione di massa. Valutare la bellezza o la bruttezza facendo riferimento a standard classisti e giudicanti è un modo, forse, di sentirsi importanti anche se non si è tali.

Chissà cosa pensa questa gente che ritiene di avere potere sulla propria vita e perfino su quella degli altri mentre scrivono “rifatti la ceretta perché così fai schifo, sei indecente”. O quelli che scrivono “se hai quel culo con la cellulite dovresti evitare di mettere abiti che mostrano le gambe”. Chissà quanti sono i disperati e le disperate come me che invece che riflettere sulla propria condizione perdono tempo a inquisire sulla vita degli altri. Cosa gli passa per la mente a chi pensa di avere il diritto di dirti come devi vestire e mostrarti? E’ semmai il potere di fare del male, di infliggere ferite come bulli frustrati che pensano di valere qualcosa anche se non valgono proprio niente.

E’ il potere di chi non ha potere. Di chi spreca fiato azzannando persone più fragili, come in una scala di forza sociale. Chi ne ha di più e chi ne ha di meno. Entrambi, comunque, troveranno un sottoposto o una subordinata contro i quali esercitarlo. Il ricco contro il povero, il bianco contro il nero, l’occidentale contro il mediorientale, l’eterosessuale contro l’omosessuale, l’uomo contro la donna e la donna contro i bambini, forse. C’è sempre qualcuno più fragile di te e i bulli fanno a gara per individuarlo, scovarlo e sfogarsi contro di lui/lei.

Leggo atterrita volgarità contro chi osa essere sovrappeso, esteticamente sgradita anche al povero disoccupato che riesce a rifarsi sulla grassa e brutta, così come viene giudicata. Le donne che giudicano altre donne sono anche più cattive. Ma hanno un lavoro? O sono poveri come me? Da cosa fuggono? Cosa tentano di rimuovere sfogando insicurezza sugli altri? Hanno difficoltà a pagare l’affitto? Hanno debiti da pagare?

Tutti abbiamo una storia e quello che mi chiedo è perché non passiamo il tempo a raccontarcela invece che infastidire gli altri su cazzate che non contano niente. Che valore ha un pelo o un chilo in più se sei senza lavoro e non sai come fare a vivere meglio? Cosa pensano di conquistare? Perché l’apparire perfetti e accettabili conta più dell’essere se stessi? La perfezione esteriore vuole mascherare i problemi privati? Perché prestiamo il fianco a chi pretende da noi omertà sulla imperfezione che invece caratterizza le nostre vite? Perché questa recita, questo sforzo interpretativo, questo modo di dipingersi felici anche quando non si pensa ad altro che a sopravvivere o morire?

Perché tu che bullizzi una persona che scopri più fragile di te non smetti di essere colluso o collusa con un sistema di potere che ci impone di mentire? Sapete che mostrare l’imperfezione che consegue alla discriminazione di classe, per povertà acquisita non per propria incapacità ma per la struttura economica e sociale che ci sfrutta e ci risputa fuori come fossimo niente, può essere un atto rivoluzionario?

Qualcuno che conosco mi ha detto che dovrei smettere di parlare della mia precarietà perché la gente non ascolta e vuole solo storie positive, ma io ringrazio chi mi permette di scrivere su questo blog perché comincio a capire quanta potenza e diritto al respiro mi regala quando ospita i miei sfoghi e le mie riflessioni. Mi prendo il diritto di scrivere la mia storia che non ha un lieto fine e mai forse lo avrà. Non sono un personaggio inventato da un romanziere per menti distratte. Sono una persona vera e questa è la mia vita.

E a voi che vivete attimi di gloria per l’insulto lanciato contro sconosciuti chiedo: vi rende davvero così felice fare del male a chi ha diritto di stare bene?  Io sono povera, probabilmente lo sarò per sempre. Non imiterò modelli di chi vuole apparire senza problemi. Li ho, i problemi, e me li porto addosso, sulla pelle, sull’espressione del viso. Mi scuso per la pesantezza, ma non voglio mentire al riguardo. Infine: non sprecherò più neppure un minuto della mia vita pensando ai peli sulle mie gambe. Al momento penso di essere stata derubata di ogni strato di pelle. I peli me li tengo, grazie.

L.

Questo post è parte di una storia raccontata da Lorenza. I suoi post sono raccolti nella categoria “Storia di L.”.

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