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Sessismo politicamente corretto

di Beatrice Toniolo

E’ iniziato tutto con la serie tv American Crime Story – The People vs OJ Simpson di FX, protagonista Sarah Paulson, che adoro. La premessa alla base di questa collana di serie tv è che ognuna tratterà di fatti realmente accaduti adattandoli quanto basta per incontrare il gusto del pubblico. Che scegliessero in caso di OJ Simpson era quindi una scelta logica. Qua in Italia a dire Simpson pensiamo ad altro, soprattutto coloro che hanno meno di trent’anni, perché o erano troppo piccoli, oppure non erano proprio nati quando i telegiornali di tutto il mondo seguirono il processo di Los Angeles. Cosa successe dunque? L’eroe del football americano, l’Afroamericano OJ Simpson ammazzò l’ex moglie ed un suo amico la notte del 12 giugno 1994. E la fece franca grazie ad un team di avvocati che ha fatto leggenda, dando vita alla battuta (che più o meno tutti avremo sentito una volta nella vita) “Non ti salverebbero nemmeno gli avvocati di OJ Simpson!”. E questa battuta era tutto ciò che sapevo in merito ad un evento successo quando avevo 8 anni.

Che una delle mie attrici preferite interpretasse l’unica protagonista femminile in una serie tv che mi avrebbe edotto sui fatti, senza costarmi alcuno sforzo mentale (perché non abbiamo sempre le energie per fare le persone serie ed impegnate), era troppo bello per essere vero.
Infatti avevo cantato vittoria troppo presto.

Sarah Paulson interpreta Marcia Clark, l’avvocato leader dell’accusa e lo fa così bene, che mi sono innamorata di Marcia e ho finito per rivedere la serie più volte, per cogliere ogni singolo dettaglio. Questo mi ha portata ad ordinare il libro su cui si sono basati quelli di FX, scritto dal giornalista del New Yorker Jeffrey Toobin, The Run of his Life. Toobin seguì il procedimento giuridico per tutta la sua durata, cioè oltre un anno ed il suo è un resoconto imparziale delle azioni di tutte le parti coinvolte; la serie FX è abbastanza fedele, ma naturalmente perde lustro di fronte all’incredibile verità dei fatti – perché come disse un grande scrittore, la realtà supera spesso la fantasia.

Ora, facciamo un salto indietro nel 1994, a quella notte. Un ex marito ammazza, praticamente decapitandola, la ex moglie. Suona familiare? Ne sentiamo parlare tutti i giorni, purtroppo. Il libro di Toobin (che non è stato tradotto in italiano, quindi invito chiunque abbia il dono dell’inglese a comprarlo e leggerlo) dedica un intero capitolo a come gli avvocati della difesa, soprannominati Dream Team, abbiano fatto di tutto in tribunale per screditare Nicole Brown, la vittima. Il loro lavoro era di salvare il cliente dall’accusa di omicidio e smontare le prove a suo carico – missione impossibile, perché come riporta più volte Toobin – ed FX lo fa dire alla Paulson – “non ho mai visto così tante prove schiaccianti in anni di processi penali!”. Quindi oltre alla famosa “race card”, ovvero buttarla su “stanno accusando il mio cliente perché sono dei razzisti” non restava molto altro al Dream Team se non dimostrare che Nicole Brown, così bella, così perfetta, così ricca ed ingrata, in fondo se l’era cercata. Quel capitolo è particolarmente straziante perché è ancora attuale, eppure sono passati più di vent’anni. Che una donna sia vittima di violenza in America o altrove, ancora sminuiamo e diciamo che dopotutto se l’è cercata. Il marito ti ha ammazzata? Eh, parlavi con altri uomini. Ti hanno stuprata? Eh, com’eri vestita, che sei pure caruccia?

Un altro capitolo presentava Marcia Clark, l’avvocato principale dell’accusa, ed il suo capo, Gil Garcetti. Entrambi pensavano di avere tra le mani un caso facilissimo – troppe prove, troppi testimoni, ma nel momento in cui Garcetti si rende conto di avere a che fare con un mostro sacro dello sport nazionale, un’icona di Hollywood nonché

Afroamericano, decide di ingaggiare un esperto di sondaggi e testa Marcia. Con grande sorpresa di tutti, la signora Clark non piace. Troppo autoritaria, “bitch” (che sta per cagna o stronza, a seconda dei casi); Marcia non gli da retta ed è l’inizio della fine, perché al suo team aggiunge Chris Darden (Afroamericano come Simpson e due dei suoi avvocati, Cochran e Douglas).
Questo capitolo mi ha convinta a comprare il libro scritto da Marcia Clark, Without a Doubt che vi straconsiglio. Ma prima di procedere, vorrei vi fissaste in testa il nome di Gil Garcetti.

Without a Doubt – Senza Dubbio, è un resoconto più personale, dopotutto la Clark visse sulla sua pelle quei due anni d’inferno. Vi risparmio le minuzie della giurisprudenza americana, ma sappiate che anche queste, spesso assurde, hanno contribuito all’assoluzione di Simpson. Ma soprattutto, somiglia ad un romanzo di formazione, perché l’evoluzione personale di Marcia donna è semplicemente incantevole e la sua voce è forte, sincera. Marcia Clark sentiva di avere una responsabilità verso Nicole Brown e nella sua ricerca di un verdetto giusto, fa i conti con la propria storia di abusi subiti, fa i conti col sessismo di tutti i giorni. I tabloid fecero a gara per demolirla: come si veste, la lunghezza della gonna, come si muove, divorziata due volte e coi figli chi ci sta, fino a pubblicarne una foto in topless, venduta dall’ex marito rancoroso. Anche questo suona ancora familiare, sembra ieri quando tablod, magazine e siti web facevano la radiografia ai vestiti, trucco e parrucco della Clinton. Ripeto, sono passati più di vent’anni e tutto il mondo, quando si trova davanti una donna potente, ancora la smonta nel modo più becero e stupido.

Naturalmente, Marcia affronta la questione del sondaggio voluto da Garcetti. La gonna era troppo corta, i capelli troppo gne, il trucco meh, la voce per carità, l’atteggiamento troppo autoritario, bitch. Le consigliarono quindi di “adattarsi” ai gusti della futura giuria, magari un look più “soft” – scena che vediamo nella serie tv, quando Sarah Paulson va dal parrucchiere e chiede “something softer” – qualcosa di più dolce. Nella realtà come nel telefilm, la Clark se ne uscì con una permanente di modissima quegli anni, ma all’improvviso stava male solo a lei, tanto che persino il giudice le fece una battuta davanti a tutti, in aula.

Clark, così autoritaria, così poco soft, perse la causa e Simpson fu assolto da entrambe le accuse di omicidio.
Verrà citato in sede civile dalla famiglia dell’amico di Nicole, Ron Goldman, anche lui massacrato a coltellate e indovinate, il sistema americano permette di assolvere una persona in sede penale, ma condannarla in sede civile.

Il dipartimento di Polizia di Los Angeles uscì mortificato da quel processo. La difesa aveva saputo infiammare gli animi ricordando del pestaggio da parte di alcuni agenti di Rodney King, Afroamericano, avvenuto qualche anno prima. Naturalmente tra la star Simpson e un povero uomo di colore preso a caso ce ne passa, ma il Dream Team fece il miracolo e distrusse la reputazione degli organi di sicurezza e giurisprudenza californiani. Negli anni seguenti saranno prodotti molte serie tv poliziesche ambientate proprio a Los Angeles e si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di prodotti propagandistici per riabilitare Parker Center, il quartier generale della polizia losangelina. E qui torna in scena Garcetti, che si unisce alla produzione del poliziesco The Closer agli inizi del 2000.

La protagonista Brenda Leigh Johnson (Kyra Sedgwick) è tutto ciò che consigliarono a Marcia Clark di diventare. Brenda è una donna del Sud ed il suo forte accento fa simpatia – per portare l’esempio in Italia, un po’ come se una detective molto napoletana andasse a lavorare in Toscana). E’ bionda e spesso porta i suoi lunghi boccoli sciolti. Si trucca con rossettoni vistosi, porta ampie gonne dal taglio anni 50- quindi mai sopra il ginocchio. Indossa delle scarpe totalmente inadatte, nella vita reale, al suo ruolo, ma dobbiamo un po’ slanciarla, no? È estremamente femminile eppure autoritaria ed è questo mix che la rende irresistibile agli uomini, tra chi la sposa, chi la corteggia in modo imbecille e chi semplicemente non sa dire no ad una gentlewoman di Atlanta. Il suo braccio destro nel dipartimento è David Gabriel, Afroamericano. Cioè Marcia Clark e Chris Darden, di nuovo, in qualche modo. Amico-nemico di Brenda e capo di un altro squadrone investigativo è Taylor, altro Afroamericano. Il loro capo è invece bianco. Lo status quo del politicamente corretto è perfetto.

Quindi qual è la relazione tra il caso di OJ Simpson e una serie tv di successo?
The Closer è una serie fatta a pennello e funziona. Un sacco di attori eccezionali compongono un cast armonico e il mix tra la vita privata dei personaggi, le loro idiosincrasie ed i casi da risolvere è vincente. Ma dopo essermi documentata sul caso Simpson ed i suoi protagonisti, è difficile non vedere tutti quei dettagli propagandistici che compongono la serie tv TNT. Tanto per fare un altro esempio, durante il processo del 1994, bastava nominare il quartiere dove abitano in genere i poliziotti di Los Angeles per far storcere la bocca e gridare al razzismo: Simi Valley; in The Closer vediamo spesso le case degli agenti, qualche volta ci arrivano pure delle volanti, eppure “mandate qualcuno a Simi Valley” non lo pronuncerà nessuno per sei stagioni – cioè fino alla fine.
Per quanto riguarda Brenda Leigh, non posso nascondere di adorarla – dal 2004 quando passarono la serie in tv la prima volta. Il mio amore resta immutato anche ora che la sto riguardando in lingua originale.

Vedere una donna con le mie caratteristiche fisiche (bassina, bionda, a cui piace truccarsi e portare i tacchi) dare ordini, fare carriera, avere la meglio e risolvere casi che nelle mani dei colleghi maschi sembrano impossibili, mi fa sentire bene. Mi fa sentire di potere, il cosiddetto empowering. Brenda Leigh è anche molto assertiva quando si parla di diritti delle donne e che qualche volta si trovi a fare i conti lei stessa col sessismo e debba piegarsi alle ingiustizie, la rende solo più reale. E’ una donna che non si scusa di esserlo e questo è, chiariamolo, positivo. È un faro di speranza in mezzo ad un mare di personaggi femminili bypassabili al meglio, offensivi al peggio.

Ma quando ci viene mostrata la sua vita privata, troviamo una persona che ha paura che suo padre sappia che convive con un uomo – e quest’uomo viene spesso ritratto come “vittima” dello stakanovismo e del bisogno dei propri spazi e tempi di Brenda. Molte volte seguendo le scene mi sono trovata a dire “povero Fritz!” e di essermi sforzata di “perdonare” la mia eroina. Questo in passato, perché The Closer uscì nel 2003 e solo adesso, col cervello dei trent’anni sto ri-processando la serie. E ritrovo dei rimandi a Marcia, ancora: lei ha divorziato due volte e sui giornali è stata descritta come una madre assente. A Brenda invece viene diagnosticata una menopausa in anticipo durante la seconda stagione e così gli autori ci forniscono un’ottima scusa perché questa adorabile coppia finisca per non aver figli. Sarebbe stato lo stesso se Brenda fosse stata single incallita? E non parlo di una leonessa, altrimenti avrebbero trasformato la serie in un ero-crime. Intendo proprio una donna a cui piace stare sola e non si avvicina a nessuno. Sarebbe stato lo stesso se avesse deciso di non aver figli, invece di vederla affrontare l’argomento con genitori e marito, ogni tanto? Sarebbe stato lo stesso se invece che vestirsi in modo classico-ma-colorato, Brenda avesse indossato blazerini chic firmati e fosse stata cosciente di essere una bella donna? Sarebbe stato lo stesso se – molti se?

Nessuno può dire che così com’è costruito, The Closer non sia un piccolo gioiello femminista, perché tutti i personaggi femminili sono forti, risoluti e nessuna trama è mai scontata né giocata sugli stereotipi – ci cascano un paio di volte sui musulmani, ma dopotutto era l’America del 2003, il ricordo delle Torri Gemelle era troppo vivo, ma anche in quel caso non sono scaduti nell’offensivo o nel ridicolo. The Closer è fatto bene ed è un prodotto godibilissimo. Senza conoscerne i retroscena.

Perchè a me fa molto effetto sapere che il femminismo di Brenda sia il risultato del sessismo sofferto da Marcia. Ancora peggio, Brenda è costruita secondo schemi sessisti ed eteropatraircali. Che poi sia interpretata benissimo da un’attrice talentuosa che sappia dare spessore alle parole e azioni femministe del personaggio, trasformando il mix in un manifesto femminista, è un altro discorso. Ma se Brenda Leigh Johnson fosse stata più fedele allo stampo originale, scartato tra 1994 e 1995 da tutto il mondo, Marcia Clark, non avrebbe fatto presa.

Accettando l’Emmy per American Crime Story, Sarah Paulson ha ringraziato pubblicamente Marcia Clark e la ha chiesto scusa: “Sono stata superficiale nel giudicarti e ti chiedo scusa.”
Forse anche il femminismo politicamente corretto dal sessismo al servizio del guadagno è superficiale e bisogna farci attenzione.

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Comments

  1. brenda leigh johnson non è stata costruita secondo canoni sessisti ed eteropatriarcali, esistono davvero molte donne come lei, donne forti che lavorano in polizia, e che hanno quei capelli lunghi e boccoluti, che indossano quei vestiti e quelle scarpe e non sono single. anche le poliziotte possono avere un compagno, una famiglia, ce l’hanno anche nella vita reale e perchè non dovrebbero? Donne come brenda leigh johnson sono reali e vanno raccontate, the closer è una serie ottima e femminista non è sessista affatto

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