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Storia di L.: presto sarò una “senza fissa dimora”

Giorni passati a non comunicare con nessuno, con il terrore di ricevere la posta dei creditori. Altre scadenze, altre minacce. Inutile dire che non ho un soldo e non posso pagare. Non gliene frega niente. Fanno la voce grossa. Interpretano la parte di chi sta dalla parte del giusto. Sarei io la furba, io la mendicante, io la ladra. E queste sono solo alcune tra le offese che si leggono tra le righe. Vendi un rene, fatti prestare soldi dagli usurai, fatti un’assicurazione sulla vita e poi facci il piacere di crepare così noi intaschiamo il premio.

E’ tutto così surreale. Sono insolvibile ma vogliono che io paghi. Non ho un cazzo ma continuano a pressarti fino a che non ti togli la vita. Dovrebbero denunciarli per istigazione al suicidio perché alla fine chi muore può smettere di soffrire, deprimersi, restare in ansia, svegliarsi la notte con gli attacchi di panico. Fossi stata furba per davvero non mi cercherebbero. Sarei fuggita a godermi il malloppo in isole sperdute con il mare trasparente e il sole che scalda l’anima. Invece sto qui, al buio, incapace di reagire, perché un debito ti immobilizza e non ti permette di respirare.

Ho vissuto per tanto tempo combattendo e poi non ce l’ho fatta più. Mi sembra tutto inutile e quindi passa la voglia di fare tutto. Fossi una ladra rapinerei una banca. Fossi un’assassina guadagnerei facendo il killer di professione. Ma questo non è un film in cui ci sono ladri e killer simpatici con i quali empatizzi perché alla fine te li raccontano come i buoni che si schierano contro chi è più ladro e assassino di loro.

Scrivo per sfogarmi, perciò non prendete quel che scrivo alla lettera. Sto delirando, non si fa così. Non sono in grado di commettere crimini ma sono considerata una criminale per via dei debiti. Posso anche dire a me stessa che i veri criminali la fanno franca e non pagano mai, piuttosto fanno pagare a tutti noi quel che rubano per poi riempire conti offshore.

Annaspo e non so proprio come fare. In queste situazioni quelle come me sono ricattabili. Non c’è un lavoro regolare, non c’è chi ti fa un contratto ma solo chi è pronto a sfruttarti e chissà se ne vale la pena. Farsi sfruttare per farsi spennare da chi ti lascia senza un soldo per comprare un po’ di cibo o un farmaco quando stai male o pagare l’affitto, diocristo, per stare all’asciutto. Guardo con simpatia i senza tetto e continuo a pensare che io sarò presto una di loro. Sono già una di loro. Lo sono nella mia testa.

Tempo fa conobbi un senza tetto che per non farsi più rintracciare dai creditori abbandonò ogni legame con il mondo cosiddetto civile e diventò uno senza residenza, uno senza fissa dimora, per cui non aveva diritto neppure ad un documento di riconoscimento. Se non hai la residenza non puoi rinnovare la carta di identità, la patente, il libretto sanitario. Semplicemente latiti, sei niente, sei invisibile, scompari.

Talvolta preferirei sparire anch’io, per ritrovarmi assieme al mondo sommerso, quello dei tanti e delle tante che non hanno più una collocazione, che non possono godere di alcun diritto, che non hanno più una vita, come una non-morta, una zombie che attenta alle proprietà dei ricchi, una povera crista dalla quale i ricchi devono difendersi, con le leggi fatte per tutelare la proprietà di chi ha rubato senza che nessuno l’abbia mai saputo.

Mi sento una delle protagoniste dei film di Romero. Li ricordo ancora per l’analogia con i poveri che vengono trattati da criminali e sterminati o rinchiusi. Se sei una senza tetto e vuoi avere un posto in cui dormire dove faccia meno freddo alla fine commetti un reato, lo fai per farti rinchiudere, anche se nelle stesse prigioni tutto costa e nulla è gratis.

Non guardo più la televisione da un pezzo. Niente cinema. Niente abbonamenti con reti online. Niente di niente. Rileggo vecchi libri che per lo più conosco a memoria e la mia attuale preoccupazione è che se dovessi diventare una senza tetto non avrò la possibilità di portarmi dietro qualche volume, un paio almeno, o una decina, o tutti.

Potrei fissare la mia non-fissa-dimora in un angolo vicino ad una libreria,  per chiedere un libro a chi ha voglia di ripulirsi la coscienza. Un libro come elemosina, chissà se capirebbero. Digiunerei, mi ammalerei, non avrò nulla da bere, basta che io abbia da leggere, fino al mio ultimo respiro. Sapete? Mi vergogno: di prendere un pasto nella mensa dei poveri, di trovare un po’ di spesa o abiti da chi li offre in beneficenza. Vorrei un lavoro, un reddito per aver lavorato fino a quando non ho più potuto farlo. Vorrei conservare la mia dignità, resistere per orgoglio. Piuttosto la fame. Ma che cos’è la dignità o l’orgoglio se hai fame?

Lo so, sono monotona. Scusatemi per la noia e la pesantezza.

Un altro po’ di me, oggi.

L.

Questo post è parte di una storia raccontata da Lorenza. I suoi post sono raccolti nella categoria “Storia di L.”.

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Comments

  1. Ti prego Lorenza non arrenderti. Per tutti noi precari. Io so che è puro caso se io lavoro e tu no, e ci hanno portato via ogni sogno, ma se puoi non arrenderti, non dargliela vinta.

  2. Per nuove letture c’è la biblioteca comunale, che per fortuna è ancora gratuita. Per tutto il resto, cerca di resistere e non arrenderti mai!

  3. L’ha ribloggato su Eccofatto.click.

  4. coraggio! 😦 ….ti capisco!!!…Dio quanto ti capisco!!! tanta tanta solidarietà!

  5. Ciao L.
    qui dove abito io, in Germania, c’è una legge che tutela le persone nella tua situazione. Chi dichiara la insolvibilità privata viene preso in protezione dallo Stato, che confisca tutti i suoi beni e per quanto possibile copre i suoi debiti. La persona poi, come “punizione”, deve trascorrere 7 anni di vita privata ricevendo solo l’assegno di sussistenza minimo, che comunque sono ben 1.000 euro al mese. Dopo questo periodo la vita può riprendere normalmente. Io conosco una persona che ha fatto questa scelta dopo che la sua azienda è fallita. La moglie lo ha lasciato e vive in una roulotte, ma sta bene e può vedere i figli quando vuole. Ti racconto questo perché tu sappia che esistono anche società dove avere dei debiti non significa essere senza diritti. Purtroppo in Italia ci sono sempre abbastanza soldi quando si tratta di corruzione, ma per casi come il tuo mancano… ma non è colpa tua!
    Un abbraccio, Giulia

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