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Maternità. Cosa ne sappiamo? Come ne parliamo?

di Beatrice Toniolo

L’impegno di andare a trovare una coppia di amici fuori città era preso da giorni. Che qualche giorno fa fosse la Festa della Mamma e io sia riuscita a passarla con una futura mamma, la mia amica, è stato un caso – confortante, perchè avrò pure novant’anni, ma ogni tanto ho bisogno di sentire qualcosa o qualcuno di materno anche io.
Ma ripeto, non era voluto.
Questa coppia di amici, di cui non farò i nomi, sta aspettando una bambina. Ho seguito il loro percorso genitoriale da lontano, tramite messaggi vocali, a causa del mio lavoro, per cui viaggio su e giù per lo stivale. Adesso che sono di nuovo nella  “nostra” regione, posso fare anda e rianda da Firenze per trovarli, perchè non voglio che questa mia amica si affatichi sparandosi ore di treno. Naturalmente, questa gravidanza è l’argomento sovrano e ritengo sia giusto così, soprattutto alla luce del fatto che ha sollevato diversi interrogativi: cosa sappiamo della gravidanza? Come ne parliamo e come parliamo delle donne che diventano madri?
Ne sappiamo poco o nulla, ne parliamo male e delle madri ne parliamo peggio.

Andiamo con ordine, cosa sappiamo della gravidanza. Le mie conoscenze circa questo tipo di “potenziale” del mio corpo sono disastrose. Va senza dirlo che abbia provato più volte, negli anni, ad ottenere informazioni da mia madre – dopotutto, pensavo, ha avuto due figlie. Purtroppo ha descritto entrambe le gravidanze ed i parti come “i momenti più belli” della sua vita, senza nessun acciacco fisico, nessun affanno o dolore, anzi “sollevavo orci da sola!”. E siamo pure nate “perfette” ed è questo dettaglio che mi fa dubitare della visione di mia madre: mi hanno operata di cuore due volte, tanto perfetta non dovevo essere. Quindi i casi sono due: o mia madre ha rielaborato le sue maternità come una gita nel mondo delle fate per motivi psicologici o si sente in dovere di dire che si sia tutto bellissimo perchè viviamo in una società che si aspetta che una donna possa solo essere estasiata di diventare madre. La testimonianza della mia genitrice è l’unica e ripeto, l’unica versione fantamirabolante mai udita in trent’anni – insomma vorrei crederle, ma è troppo “unica” per convincermi.
Una seconda fonte di informazioni sono le critiche, spesso fatte da mia madre o altre parenti madri, verso altre madri terze, della serie “è pazza, ha fatto X mentre era incinta!”.
La terza fonte sono i vari racconti dell’orrore di conoscenti, sentiti alla Tv, letti online – un ventaglio di disastri che vanno dal taglio randomico della vagina (Tarantino non sei nessuno) alle infermiere che trattengono la testa del neonato dentro la madre, rovinandole per sempre… uh, tutto. Capite che dal racconto di una conoscente “mi hanno tagliata fino a metà coscia perchè ho beccato il tirocinante” al parto paradisiaco di mia madre, qualcosa non quadra.
Quando ho chiesto ai medici, la risposta è che “poi si vede”. Poi quando?
Non ho mai amato i bambini, nessun neonato mi ha mai commossa e non penso di volere figli. E queste dis-informazioni hanno ovviamente contribuito a terrorizzarmi.

Come ne parliamo?
Male. La narrativa e le aspettative della società prevedono che la donna subisca una “riverginazione” grazie al concepimento di una nuova vita, un incredibile retaggio trecentesco esplorato benissimo da Maria Giuseppina Muzzarelli nel suo “Nelle mani delle donne”. Questa amica incinta non è la prima conoscenza che diventa madre, ma finora ho assistito proprio a questo meccanismo: party girlz-turned-Holy Virgins. E non vi nascondo che mi ha sempre dato molto fastidio. La cronologia del fegato bruciato da tutti quegli imbevibili al limone non si cancella perchè ora sei madre. Non hai resettato il gioco per iniziare con un nuovo personaggio, da bardo a druido, da cavaliere ad incantatrice. Sei sempre tu. Ma questo è, ripeto, l’atteggiamento di tutta la società italiana. Quante volte quando succede una tragedia in tv, specificano prima di tutto che la vittima era “madre”? O quante altre volte lo aggiungono appena possono nella descrizione di una celebrità fino a quel momento troppo trasgressiva? Non li seguo, ma adesso che si sposano i media stanno GIA’ parlando del figlio della Ferragni e Fedez; in Italia basta una settimana: se una signorina famosa ha deciso di mettere la testa a posto con uno più ricco di lei (ah sì?) è già ora di guardare al futuro, cioè al bebè in culla. E quante volte, ad una donna che ha fatto qualcosa di “diverso” è stato ricordato “guarda che sei madre/una madre non dovrebbe fare queste cose”? Per non parlare del “ma non vuoi un figlio?” suggerito come se fosse la panacea per tutti i tuoi mali, dalla depressione alla disoccupazione. Un pargolo cura. Or does it?

Questo mi porta alla terza domanda, come parliamo delle donne diventate madri?
Semplicemente, togliamo l’identità di donna. “Ora sono una mamma”, si sente spesso dire da persone che hanno subito questo perverso indottrinamento eteropatriarcale che gira la donna da Altra distinta ed opposta al Maschio, ad Altra in relazione al Maschio perchè deve per forza averlo toccato per procreare (finchè non diventeremo come Godzilla ’98, capaci di inseminarci da sole) ed Altra rispetto alle altre donne che non hanno ancora subito la “trasformazione” e tutto il vocabolario cambia in virtù della creatura in arrivo. E’ per questo che quando una – come posso essere io – dice di non volere figli, le viene puntualmente risposto che non ha incontrato quello giusto: incontri il Maschio giusto e puf! ti trasforma l’alterità.
Mi sono accorta che stavo per farlo anche io, questo upgrade eteropatriarcale della mia amica. Non vi racconterò nello specifico la storia di questa coppia, vi basti sapere che questa bambina è molto voluta. Così mi sono ritrovata a dire alla mia amica “Stai attenta, non prendere freddo!” e non so dire se l’ho detto per lei o per il contenuto del suo utero. Ci ho rimuginato sopra per tutto il viaggio di ritorno e alla fine le ho mandato un confuso messaggio vocale di cinque minuti, cercando di dirle che quando parliamo della sua gravidanza voglio parlare di lei, della mia amica e che cercherò di non relegarla al nuovo ruolo, che è solo uno degli aspetti che compongono l’identità di questa ragazza. Mi ha ringraziata dicendomi che “infatti questa di essere considerata solo mamma, era una delle mie paure”.
Non abbiamo un lessico per la donna-madre e non abbiamo schemi mentali per tenerla presente quando questa aggiunge il -madre alla sua identità di donna.
Quello che sto imparando sulla gravidanza, lo sto apprendendo ora, da questa ragazza, che mi parla e mi spiega in modo onesto, fisico, cosa come e perchè. Se da una parte è un’esperienza bellissima, l’unione di due amiche in un percorso così unico, dall’altra ritengo che sia uomini che donne (and everything in between) dovrebbero essere educat* seriamente circa questo evento fisico. È solo il modo in cui la nostra specie è sopravvissuta per millenni, no? I miei amici stanno imparando ora e sono così generosi da “accompagnarmi” ed istruirmi durante il loro percorso. Ma ho quasi trentuno anni. È tardi per imparare come funziona il mio corpo e non lo dico nel senso che ormai non posso più imparare, ma che avrei già dovuto saperlo. E ho “compreso” perchè un uomo, ignaro di cosa comporti sfornare un bambino, si trovi a dare per scontato non solo che tutte le donne vogliano diventare madri, ma anche a chiedere o pretendere (o imporre, come si vede bene dalla non-gestione del diritto all’aborto di questi tempi) che le donne figlino come conigli. Non solo non succede nel loro corpo di uomini, ma non hanno neanche la più vaga idea di come funzioni, dei rischi, delle sofferenze.
Tornando a questa coppia, il minimo che possa fare per loro, specialmente per quest’amica, è mantenerla amica e non mamma, per cui prima di risponderle quando mi illustra una problematica o prima di farle una domanda, devo fermarmi qualche istante e ponderare bene quello che voglio dire. Per esempio, se so che ha dovuto affrontare un esame medico (e quanti ce ne sono!), la prima domanda non concerne il risultato ( = focus sulla bambina), ma su come si sente lei che ha dovuto farsi la giornata in clinica con gente che le bucherellava le braccia o le scrutava le grazie. Vi assicuro, ho fatto prima a spiegarlo qui che a metterlo in pratica finora. Viceversa, parlare al mio amico da padre coinvolto nel processo, piuttosto che seguire lo schema tradizionale italiano dell’uomo che sembra capitato lì per caso, è altrettanto complicato. Abbiamo discusso del modello scandinavo, ovvero del paternity leave di cui godono i padri svedesi, non meno di 60 giorni – con stipendio. Se va bene, questo ragazzo riuscirà a stare a casa con la sua bambina per una settimanina. Come ci aspettiamo che i padri si sentano coinvolti, se all’ignoranza in materia di gravidanza/parto aggiungiamo che lo Stato non ha leggi che tutelino i loro diritti e sentimenti paterni? Perchè trasformiamo le donne in mamme e teniamo a distanza i padri?

Quindi come la risolviamo?
Da parte mia, sto assorbendo quante più nozioni possibili e mi sto sforzando di rieducarmi, ma so che il problema alla base è la non-educazione ricevuta da mia madre in primis. Avrei voluto mi istruisse sinceramente. Ho scritto queste righe per esortare le madri “riverginate” a riflettere sul disservizio che stanno facendo alle altre donne e soprattutto, spero di stimolare un dialogo se non pubblico sui social, quantomeno in casa, nell’intimità della propria domesticità, tra madri e figli*. Non possiamo romperci sistematicamente il naso contro il muro della gravidanza o aborto solo quando tocca a noi o, peggio solo moss* da paura che succeda a noi – una gravidanza che non sapremmo gestire, un aborto negato perchè due uomini canuti hanno deciso che non gli piace.

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Comments

  1. Sto riflettendo su queste cose ultimamente anche grazie alla lettura di “Pentirsi di essere madri” (www.bollatiboringhieri.it/libri/orna-donath-pentirsi-di-essere-madri-9788833928333/)di cui consiglio la lettera perché, pur se da un punto diverso da quello di questo post, stimola molto su queste stesse tematiche.

  2. Ciao, sono una pancia al quinto mese ma sono anche una donna.
    Da subito ho avuto nausee, emicranie, ormoni impazziti, candida, insonnia ecc…
    come se non bastasse ti ritrovi a modificare il tuo stile di vita, niente fumo, niente alcool, niente salumi (a me hanno tolto anche il cotto, arrosto tacchino e simili in quanto potrebbe non essere ben cotto al centro), niente uova a crudo (tiramisu e carbonara argh)…
    Ad una grigliata con amici ho pianto perchè avrei voluto bere più di un bicchere di vino rosso e a fine pasto mi sarei fatta un bicchierino di amaro con una sigaretta.
    Al ristorante ho pianto perchè tutto il tavolo ha ordinato un filetto al sangue e io ho dovuto mangiare una pasta.
    Stupisco chi mi sta intorno perchè non sono abitutati a sentire una donna incinta lamentarsi di questa condizione o esprimere semplicemente un momento di sconforto come ho fatto io…
    io sono felicissima di questo bambino che sta crescendo dentro di me però sono umana e anche io ho dei momenti di cedimento… con tutti i cambiamenti che affronti durante una gravidanza (sia a livello fisico emotivo e di stile di vita)
    Al momento non sento il mio bambino muoversi, è come se non avessi ancora totalmente realizzato quanto succede, sono fatta così, mi ci vuole tempo per abituarmi e quindi probabilmente per me è più difficile ma non intendo fingere che sia una passeggiata.
    Ho delle debolezze come tutti non vedo cosa ci sia da nascondere.

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  1. […] Sorgente: Maternità. Cosa ne sappiamo? Come ne parliamo? – Al di là del Buco […]

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