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Storia di L.: Condannata a “fine pena mai”

Sono Lorenza, la debitrice “anonima” e ho un’altra storia da raccontarvi. Meglio: vi racconto un altro capitolo della mia storia. Con 5 euro al mese ho tre giga per scrivervi e li uso al meglio che posso. Ho un indirizzo mail usato per lo più per inviare curriculum che tornano inesorabilmente indietro o che restano lì, in attesa, nelle mani di chi custodisce la mia privacy o può farne quel che vuole. Probabilmente mandare i curriculum significa anche offrire una profilazione che i vari siti di ricerca per lavoro vendono a qualcun altro. O forse è solo un caso e dunque la mia casella di posta si riempie di offerte di credito da parte di società usuraie che ritengono sia normale far fare debiti per pagare altri debiti. A volte sono le stesse società di recupero crediti che una volta comprati i pacchetti di debito ti offrono un prestito a tassi da usurai per tenere il cappio ben stretto intorno al collo.

La mia casella di posta è piena di mail con subject del tipo “vuoi un credito?” “ti offriamo un credito” “ma prendilo ‘sto credito” e questa cosa è una costante maniera di ricordarmi in quale situazione mi trovo. In attesa che bussino di nuovo alla mia porta o che rintraccino il mio numero di telefono per minacciarmi ancora e poi ancora. Una volta al telefono, piangendo, ho risposto che sarebbe stato meglio se mi avessero commutato la pena con qualche anno di prigione, invece vogliono soldi, ‘sti bastardi, e quindi una persona in debito sconta un fine pena mai. Non c’è un modo, non c’è una via d’uscita, non c’è un cazzo da fare. Ecco perchè c’è gente che si suicida per questo.

Al centro salute mentale, dove sono andata per un consulto, un po’ di conforto, da parte della psicologa di turno, mi hanno rimandata indietro perché pare ci sia il pienone di gente che ha anche più debiti rispetto a quelli che devo pagare io. Gente rovinata, alla quale hanno tolto casa, beni, mobili, perfino l’automobile che restava l’unico luogo in cui potevano dormire. Diventi un senza tetto senza che tu nemmeno te ne renda conto e poi arriva il volontario con un volantino che ti illustra i dodici passi dei debitori anonimi.

Brava gente, per carità, nulla da dire. Ci credono davvero e probabilmente gli dà conforto parlarne con altra gente, ma fare debiti, almeno per quel che mi riguarda, non è un vizio. Non sono una che compra compulsivamente e una sola volta in vita mia ho fatto il passo più lungo della mia gamba e mi hanno fottuta per sempre. Colpaccia mia, sicuramente, perché dovevo essere più prudente e perché non dovevo tentare di tenermi la gestione dell’attività facendo debiti. Un cane che si morde la coda e questo è quanto ricordo e che mi segna ancora oggi.

I dodici passi ti chiedono di affidarti ad un Dio, comunque tu vorrai considerarlo, ad affidarti alla fede in qualcosa di superiore fino a che non riesci a fare ammenda con la gente che hai ferito. Ma chi farà ammenda con me per avermi ferita così tanto? Non c’è riparo, non c’è risposta né soluzione. Al momento non sto più neppure cercando lavoro perché sono così stanca di ricevere porte in faccia e il centro per l’impiego non serve a niente tranne a offrirti corsi di formazione per gestire imprese che non potrai permetterti, ‘sti deficienti. Tanto loro campano con la formazione e i loro corsi sono perfino pagati con le vostre tasse, con i soldi di progetti finanziati da comuni, provincia, regione, Stato, Europa. Alla fine di tutto a nessuno viene in mente di verificare l’efficacia dei corsi, perché sono specchietti per le allodole che non significano nulla, non fanno la differenza per chi, come me, è senza lavoro e ha bisogno di soldi per pagare i debiti.

Nessuno ti dà un’opportunità. Non fossi in grado di pagare un pasto potrei chiedere al ristoratore di farmi lavare i piatti per qualche giorno. Se non sei in grado di pagare i debiti non c’è un sistema per risarcire e liberarti dalla morsa. Non te lo consentono. Non c’è speranza. Non c’è futuro. A parte la psichiatrizzazione che ti condanna a prendere farmaci per rincoglionirti e non pensarci. Una catastrofe sociale non si risolve con un palliativo. Non va bene che mi si dica che i problemi li hanno tutti e che cambia lo stato mentale con il quale li affronti. Non è colpa del mio stato mentale se soffro e se non vedo una prospettiva. La prospettiva non c’è e la mia condizione di persona che si deprime per questo motivo non arriva per caso. Ci sono cause sociali che non vengono mai considerate. Ci sono meccanismi crudeli che non permettono alle persone come me di risolvere e ricominciare da capo. Perfino se commetti un omicidio non appena hai scontato la tua pena ti si dà l’occasione di ricominciare. Se invece hai un debito economico sei condannata alla pena capitale, per sempre, con una condanna a morte che sa tanto di recisione capitalista dei rami secchi. Sei condannata a vita fino a che non crepi e anche in quel caso lasci i debiti agli eredi e così mio figlio avrà un motivo in più per odiarmi.

Vorrei poter pensare in modo positivo o dire che la mia situazione cambierà domani o doman l’altro ma non posso. Ve ne prego: fatemi fare la galera, la faccio volentieri. Poi, però, lasciatemi in pace.

L.

Questo post è parte di una storia raccontata da Lorenza. I suoi post sono raccolti nella categoria “Storia di L.”. QUI trovate il post precedente.

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